Presentazione dell’articolo

Riportiamo la traduzione in italiano dell’intervista che la rivista nordamericana Kites ha fatto al Partito dei CARC (con alcune poche modifiche rispetto all’originale inglese per una migliore comprensione da parte del lettore italiano).

L’importanza dell’intervista, cui ne seguirà un’altra della rivista al (nuovo)PCI, sta nel fatto che è un primo passo nell’istituire un legame tra il movimento comunista italiano e il movimento comunista in America del Nord e in particolare con quello degli USA, capofila dei paesi imperialisti. L’intervista è preceduta da un editoriale della redazione di Kites ed è composta da una serie di domande, in cui i compagni americani chiedono spiegazioni

sul perché il Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo si chiama in questo modo, sulla sua storia, su che tipo di partito è. Qui e alle altre domande rispondiamo in modo compiuto specificando che il P.CARC è uno di due partiti comunisti operanti per fare dell’Italia un nuovo paese socialista. L’altro è il (nuovo)PCI, partito che a differenza del P.CARC opera nella clandestinità e di cui il P.CARC condivide concezione e linea. In ognuna delle risposte sempre sottolineiamo che l’opera che il P.CARC ha in corso, e di cui trattiamo, è parte di quella di un organismo che si chiama Carovana del (nuovo)PCI, che include i due partiti.

I compagni americani di seguito fanno domande sulla storia del primo Partito comunista italiano, sulle Brigate Rosse e sul movimento marxista leninista degli anni ’70, e sulle radici che il P.CARC ha con tutto questo patrimonio, sulle masse popolari del nostro paese, su quali classi tra esse hanno ruolo guida nel processo rivoluzionario, sul legame del partito con quelle classi, su cos’è il Governo di Blocco Popolare che il P.CARC promuove instaurando le condizioni necessarie per la sua realizzazione, sulla linea del Partito rispetto alle elezioni, sui migranti, sull’impatto che hanno nel paese, sul ruolo che hanno nella lotta di classe e sull’intervento del Partito nei loro confronti, sulla pandemia, sulla sua diffusione nel paese, sul modo in cui la borghesia imperialista cerca di gestirla, sugli effetti che ha tra le masse popolari, sul modo in cui il Partito interviene al riguardo, sulle rivolte carcerarie durante la pandemia e in generale sullo sviluppo della lotta di classe nel paese da quando la pandemia è iniziata, sulle formazioni italiane che si dichiarano fasciste, sul loro peso e consistenza, cui rispondiamo parlando del peso effettivo per la mobilitazione reazionaria delle masse popolari che è del regime delle Larghe Intese, il regime che oggi è quello del governo Draghi, sul ruolo dell’Italia entro il sistema imperialista mondiale, su ciò che fonda la determinazione dei compagni del Partito e la loro fiducia nel successo del loro lavoro.

Le risposte alle domande danno una visione complessiva dello stato del movimento comunista nel nostro paese, del movimento delle masse popolari e dei movimenti nel campo del nemico di classe. L’articolo è quindi utile anche per il lettore italiano che ha interesse a una conoscenza compiuta e sintetica del P.CARC, della sua analisi e del suo operato.
Compiutezza e sintesi sono qualità richieste al momento che un partito ha relazione con interlocutori di altri paesi, che del nostro paese non hanno conoscenza immediata e diretta, come in questo caso dei compagni nordamericani redattori della rivista Kites, prodotto della cooperazione di organizzazioni comuniste maoiste degli USA e del Canada operanti già da molti anni, il cui fine è la ricostruzione del partito comunista nei rispettivi paesi, che sono particolarmente interessati e attivi nei confronti del proletariato nero e degli immigrati, della repressione contro questi settori del proletariato e dei proletari in carcere. Ne potete trovare informazione in https://kites-journal.org/about/. L’originale in inglese dell’intervista è in https://kites-journal.org/2021/09/19/we-are-both-the-subject-and-the-object-of-the-revolution/.
Invitiamo i lettori a porre attenzione a questo passo dei movimenti comunisti d’Italia e del Nordamerica e a portare le loro domande e i loro contributi.

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“Siamo soggetto e oggetto della rivoluzione”
Intervista al Partito dei CARC del comitato editoriale di Kites

Parte 1 di “La granitica convinzione: il comunismo rivoluzionario in Italia oggi”

Editoriale di Kites

All’inizio di maggio 2020, il Comitato Editoriale di Kites ha condotto questa intervista con il compagno Marco Pappalardo del Partito dei CARC (P. CARC) con sede a Milano in Italia. Il P. CARC è stato fondato come Partito nel 2004. Tuttavia ha iniziato a operare come organizzazione comunista nei primi anni ‘90, come movimento di solidarietà ai prigionieri politici sorto nel decennio precedente in resistenza alla repressione di massa e alle migliaia di arresti di membri e sostenitori delle Brigate Rosse e di altre Organizzazioni Comuniste Combattenti degli anni ‘70. Una caratteristica distintiva del P. CARC è che è uno dei due partiti comunisti fratelli in Italia – l’altro è il (nuovo) Partito Comunista Italiano, (n)PCI – che riconoscono il marxismo-leninismo-maoismo come terza e superiore tappa del pensiero comunista. Ciascuno dei due partiti gioca il proprio ruolo distinto nel processo rivoluzionario. Mentre il (n)PCI è un partito clandestino che promuove e conduce la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata[1], il P. CARC è un partito pubblico che lotta per formare il “Governo di Blocco Popolare” (GBP). Il GBP è concepito come un governo che consentirà alle masse popolari di affrontare l’aggravarsi della crisi del capitalismo. Ciascuna delle due organizzazioni vede la formazione del GBP come un compito importante della prima fase della Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata (GPRdiLD). Vale a dire che il P. CARC e il (n)PCI vedono il GBP come una misura tattica all’interno della strategia generale della GPRdiLD, in particolare nella sua prima fase di difesa strategica. In netto contrasto con il dogmatismo di coloro che Kites ha chiamato seguaci della “chiesa dell’universalismo della guerra popolare di lunga durata”, quello che ci colpisce è che la Carovana del (n)PCI abbia articolato il contenuto di una strategia rivoluzionaria sulla base di un’analisi complessiva e concreta della condizione italiana (che è esposta nel Manifesto Programma del (n)PCI) e abbia trascorso i 17 anni dalla fondazione del Partito a svolgere il lavoro concreto necessario nella prima fase della GPRdiLD[2].

Avendo interesse a imparare quanto possibile da rivoluzionari comunisti esperti e ancora in lotta, in particolare da quelli di altri Paesi imperialisti, e ancor più in particolare da quelli che hanno un hanno fatto un bilancio dell’azione delle generazioni di rivoluzionari che li hanno preceduti, noi di Kites siamo orgogliosi e onorati di presentare questa intervista con il P.CARC, un’organizzazione la cui strategia e pratica per condurre la rivoluzione proletaria nel proprio Paese imperialista ha raggiunto un livello di chiarezza e di sviluppo di pensiero tale che tutti i rivoluzionari degli altri Paesi imperialisti dovrebbero aspirare ad avere e pretendere dalle proprie organizzazioni. Questa intervista, condotta nel maggio 2021, è la prima di una serie in due parti che chiamiamo “La granitica convinzione: Il comunismo rivoluzionario in Italia oggi” (On Granite Conviction: Revolutionary Communism in Italy Today). Insieme alla seconda parte di prossima pubblicazione – un’intervista a Umberto Corti del Comitato Centrale del (n)PCI – queste interviste forniscono un’ampia panoramica di questo movimento di rivoluzionari comunisti in Italia che si sta organizzando per instaurare il GBP, rovesciare “la Repubblica Pontificia” e, attraverso la GPRdiLD, arrivare al socialismo e scalzare l’Italia dalla sua posizione di Paese oppressore all’interno del sistema imperialista mondiale. La traduzione finale e le modifiche ai contenuti di questa intervista dall’originale italiano sono state riviste e approvate dal P.CARC. Le note a piè di pagina di questa intervista sono state scritte o approvate dal P.CARC salvo dove diversamente specificato, mentre le immagini e le didascalie sono opera dei redattori di Kites.

Intervista al P. CARC

Compagno, il nome del tuo Partito – il Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo – è poco ortodosso. Puoi parlarci del significato che sta dietro questo nome? E inoltre: da quanto tempo esiste il P. CARC e che tipo di Partito è?

Innanzitutto, a nome di tutto il P. CARC, ringrazio i compagni di Kites per questa intervista. Riteniamo importante sviluppare relazioni internazionali con compagni di altri Paesi imperialisti. L’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale (1917 – 1976) rende prioritario per il movimento comunista cosciente e organizzato il compito di fare la rivoluzione in un Paese imperialista.

In particolare, la lotta di librazione dai gruppi imperialisti statunitensi e dal cancro del Vaticano sono compiti non solo dei nostri rispettivi movimenti nazionali, ma sono anche obiettivi epocali per le masse popolari del mondo intero.

La seconda ondata della rivoluzione proletaria mondiale si sviluppa sulla base del bilancio dell’esperienza della prima ondata alla luce del marxismo-leninismo-maoismo (MLM). In questo quadro, i partiti comunisti dei nostri rispettivi Paesi (Italia, Stati Uniti e Canada) devono sviluppare: (1) un dibattito franco e aperto sulla teoria (il primo e decisivo aspetto per portare avanti la nostra unità); (2) solidarietà attiva, reciproca e incondizionata; e (3) uno scambio di informazioni e, ove possibile, un’azione comune a livello internazionale[3]. Consideriamo questa intervista come un avanzamento quanto ai punti 1 e 3.

Per rispondere alla prima domanda, il nostro Partito, il P. CARC, è un partito pubblico con membri noti che si avvale dall’agibilità politica conquistata dalla Resistenza antifascista in Italia (1943 – 1945) e delle lotte degli anni ‘70. Lottiamo per organizzare la classe operaia e il resto delle masse popolari in organizzazioni loro proprie che, passo dopo passo, assumeranno il controllo di diversi aspetti della società, fino a formare il Governo di Blocco Popolare (GBP) e da lì procedere verso il socialismo.

La sigla CARC sta per “Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo”. Il nome è una sintesi della linea definita nel 1992 con la nascita dei CARC, una linea che fu poi fatta propria dal (n)PCI nel suo Manifesto Programma: “Unirsi strettamente e senza riserve alla resistenza che le masse oppongono ed opporranno al procedere della crisi generale del capitalismo, comprendere ed applicare le leggi secondo cui questa resistenza si sviluppa, appoggiarla, promuoverla, organizzarla e far prevalere in essa la direzione della classe operaia fino a trasformarla in lotta per fare dell’Italia un nuovo Paese socialista, adottando come metodo principale di lavoro e di direzione la linea di massa”[4].

Questa linea deriva da una lettura del movimento di resistenza delle masse alla luce del materialismo dialettico. Le masse oppongono una diffusa e resistenza al procedere della crisi generale del capitalismo che si manifesta in modo capillare e contradditorio (è individuale e collettiva, attiva e passiva, costruttiva e distruttiva). Questo è un fenomeno oggettivo e spontaneo, non cosciente. Il Partito comunista è coscienza, e precisamente la coscienza, fondata oggi sul MLM, che nella fase imperialista, la classe operaia deve guidare le masse popolari nella costruzione della rivoluzione socialista trasformando così la resistenza spontanea in lotta cosciente per socialismo. Esiste un rapporto dialettico tra la resistenza delle masse (oggettiva) e la lotta per il comunismo (soggettiva). I due non sono identici. Devono diventare uno. Questo rapporto dialettico genera la linea politica. Nel contesto di una crisi generale come quella in cui noi oggi ci troviamo, ogni forma di resistenza che i comunisti non riescono a far rientrare nell’alveo della lotta per il socialismo verrà diretta dalla borghesia imperialista e diventerà mobilitazione reazionaria.

Gennaio 2021 ha segnato i 100 anni dalla fondazione del primo Partito Comunista Italiano. In questi 100 anni il movimento comunista ha attraversato in Italia molte fasi. Sappiamo che il vostro movimento affonda le sue radici sia nelle Brigate Rosse sia nelle correnti marxiste-leniniste/antirevisioniste degli anni ‘70. Inoltre, come ci hai già detto, sappiamo che il vostro Partito sostiene il Manifesto di un altro Partito, il (n)PCI. Puoi spiegare come il P. CARC si inserisce in questa ricca e complessa storia del movimento comunista in Italia?

L’Italia è uno dei principali Paesi imperialisti, anche se non ha mai avuto un ruolo di primo piano, tranne negli anni ‘20 e ‘30, quando la borghesia italiana creò il primo regime fascista della storia, divenendo un esempio storico per la borghesia di tutto il mondo.

La creazione del fascismo fu la risposta della borghesia al grande sviluppo della lotta della classe operaia in Italia durante il Biennio Rosso (1919 – 1920), una lotta che, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, pose all’ordine del giorno la questione della presa del potere politico.

Benito Mussolini (secondo da sinistra) nella “Marcia su Roma” golpista del Partito Nazionale Fascista usata a pretesto da Re Vittorio Emanuele III per nominarlo nuovo presidente del Consiglio il giorno successivo, 29 ottobre 1922.

In quegli anni la classe operaia occupò le fabbriche e creò quello che Antonio Gramsci (1891 – 1937) vedeva come l’equivalente italiano dei Soviet: i Consigli di Fabbrica. I contadini occuparono le terre e un movimento rivoluzionario scosse l’intero Paese. Tuttavia, l’assenza di un vero Partito comunista sul modello di quello bolscevico impedì la presa del potere. Questa lotta fu comunque molto importante per la nascita del primo Partito Comunista italiano (PCd’I), fondato nel gennaio 1921 sotto la direzione dell’Internazionale Comunista.

In risposta alla mobilitazione rivoluzionaria, nel 1922 la borghesia instaurò il fascismo, costringendo il PCd’I alla clandestinità, condizione da cui il PCd’I organizzò e diresse la resistenza al regime per 20 anni. Fu una resistenza che contribuì a minare il regime fascista e mise il Partito nella posizione di diventare lo Stato Maggiore della Resistenza armata del 1943-45 che liberò l’Italia dal nazifascismo. Tuttavia, il PCd’I – come tutti gli altri partiti dei Paesi imperialisti – non assimilò mai il leninismo al punto da essere autonomo nell’elaborazione e nell’applicazione di una strategia e di una tattica adeguate per fare la rivoluzione socialista in Italia. È sempre stato politicamente dipendente dall’Internazionale Comunista e dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Al termine della guerra di liberazione dell’Italia dal nazifascismo nel 1945, in un momento in cui la borghesia e le sue istituzioni erano in una profonda crisi politica, il PCI avviò in una politica di compromesso con la borghesia. Il suo capo, Palmiro Togliatti (1883 – 1964), diede valore strategico all’indicazione tattica di Stalin di entrare in un fronte unito con le forze borghesi antifasciste, monarchici compresi. In altre parole, la cosiddetta “Svolta di Salerno” avrebbe dovuto essere una manovra tattica e invece divenne una svolta strategica: Togliatti aveva abbracciato il revisionismo moderno[5].

Nell’immediato dopoguerra (1945 – 1947), il PCI disincentivò le organizzazioni di massa dal mobilitarsi ulteriormente per ricostruire il Paese. Il gruppo dirigente sotto la direzione di Togliatti pur di restare al governo temeva di rompere il fronte unico con le forze antifasciste borghesi. L’ala sinistra del PCI (il loro capo era Pietro Secchia) si rese conto che questa linea era opportunistica, ma non concepiva la rivoluzione come una guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata (pensavano che il punto fosse solo organizzare un’altra insurrezione dopo quella del 25 aprile), quindi non aveva una linea alternativa da opporre.

Togliatti a Salerno. Che lo stesso Partito, il PCI, potesse produrre sia un leader grande e lungimirante come Antonio Gramsci, sia un revisionista come Togliatti si spiega solo con l’idea maoista che i partiti comunisti sono sempre soggetti a due linee opposte. Se non fosse stato per le svolte al revisionismo anni prima di Earl Browder del PCUSA e Tim Buck del Partito Comunista del Canada, Togliatti potrebbe proprio meritare il titolo di padre fondatore del revisionismo moderno.

Nel 1945, dopo aver guidato la Resistenza, il PCI contava 2,2 milioni di iscritti (mentre nel 1943 erano appena 5-6.000). Era diventato il più grande Partito comunista di tutti i Paesi imperialisti. Per decenni il PCI si è fatto portatore su un piano elettorale e riformista delle lotte e delle rivendicazioni che venivano dalle masse popolari  raggiungendo risultati tangibili sul piano economico, politico e sociale. Quelle conquiste furono il fondamento materiale del “capitalismo dal volto umano” (1945 – 1975), reso possibile dalla ripresa dell’accumulazione di capitale dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale. Per tutto questo periodo il PCI fu uno dei Partiti più rappresentativi del revisionismo moderno a livello mondiale.

Partigiani del movimento di Resistenza italiano, cresciuto in modo esponenziale dopo l’invasione e l’occupazione nazista dell’Italia nel settembre 1943 e che durò fino al giorno della Liberazione, il 25 aprile 1945.

All’inizio degli anni ‘70 il movimento operaio, a partire da comitati di base, portò avanti delle lotte che dalle fabbriche si allargarono alle scuole, alle università, ai quartieri e persino nell’esercito e nelle carceri. Rinacquero i Consigli di Fabbrica e si svilupparono su ampia scala. Il movimento arrivò a un livello tale che la borghesia fu costretta a rispondere con la “strategia della tensione”, cioè promuovendo il terrorismo di Stato per giustificare una politica repressiva (oltre 5.000 persone furono imprigionate). In questo modo lo scontro di classe divenne armato.

Una nuova generazione di comunisti rivoluzionari, a cui si unirono ex partigiani della Resistenza, lottava non solo contro padroni e governo, ma anche contro lo stesso PCI e il suo sindacato, la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), per la linea opportunistica che essi promuovevano. Il compito più alto di questa lotta era la ricostruzione di un nuovo Partito comunista rivoluzionario. Due movimenti principali perseguirono questo obiettivo: il primo era il movimento marxista-leninista incarnato dal Partito Comunista d’Italia marxista-leninista – Nuova Unità, e il secondo era il movimento delle Organizzazioni Comuniste Combattenti (OCC), principalmente le Brigate Rosse (BR).

Il primo tentativo fu caratterizzato da un limite di dogmatismo e il secondo da un limite di militarismo. All’inizio degli anni ‘80, in concomitanza con l’inizio della seconda crisi generale del capitalismo (1975 – in corso) e l’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale (1917 – 1976), il prevalere di queste due tendenze limitanti – dogmatismo e militarismo – condusse il movimento rivoluzionario a una dura sconfitta, con migliaia di compagni incarcerati, torturati e/o uccisi. Questa sconfitta contiene grandi insegnamenti per i rivoluzionari sui limiti e sugli errori da superare per la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato adatto ai compiti.

Il corpo dell’ex presidente del Consiglio e presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani il 9 maggio 1978, 54 giorni dopo il suo rapimento da parte delle Brigate Rosse.

Alla fine degli anni ‘70 nacque il Coordinamento Nazionale dei Comitati contro la Repressione, che riuniva comitati organizzati per fornire un attivo sostegno ai prigionieri politici delle BR e di altre OCC. Nel 1985, il gruppo dirigente dei Comitati fonda la rivista Rapporti Sociali[6] per fare un’analisi aggiornata del capitalismo, un bilancio dell’esperienza del primo movimento comunista e per fissare i compiti futuri. Sulla base di questo lavoro teorico, nel 1992 sono stati fondati i CARC.

Passo dopo passo, questo lavoro creò le condizioni per l’istituzione di un nuovo Partito comunista fondato sul MLM. Tra le organizzazioni che si consideravano comuniste, si sviluppò un ricco dibattito sul ruolo e sulla natura del Partito e le condizioni necessarie per la sua ricostruzione. Nel 1999 un gruppo di compagni, tra cui l’ex Segretario Nazionale della CARC Giuseppe Maj, costituì clandestinamente la Commissione Preparatoria (CP) per il Congresso di Fondazione del (nuovo) Partito Comunista Italiano. Questo gruppo lanciò il programma del nuovo Partito comunista clandestino, fondato sul MLM, che sarebbe stato in grado di portare avanti la GPRdiLD. La Commissione Preparatoria cominciò a pubblicare La Voce del (n)PCI e avviò il lavoro di costruzione dei comitati clandestini di base del Partito[7]

La borghesia ha condotto dure campagne repressive contro i comunisti nel nostro Paese, in particolare contro i membri dei CARC e della CP, imprigionando Giuseppe Maj e Giuseppe Czeppel. I comunisti affrontarono la repressione denunciando la persecuzione della borghesia e facendo ampia propaganda e agitazione contro le misure repressive. In questo modo sfruttarono la repressione per rendere noto a un più ampio numero di persone il lavoro che stavano svolgendo per la costruzione del nuovo Partito comunista. La loro resistenza rafforzò la ricostruzione del Partito: il 3 ottobre 2004, infatti, si arrivò alla fondazione del (n)PCI.

I CARC salutarono con entusiasmo la nascita del (n)PCI: la ricostruzione del Partito era l’obiettivo che aveva guidato il nostro lavoro per 12 anni. La nascita del (n)PCI richiese necessariamente che i membri del CARC valutassero i passi da compiere per la propria organizzazione. Molti realizzarono che le affermazioni sul carattere clandestino del Partito erano giuste e fondate. Tuttavia, i CARC erano fermamente convinti che per lo sviluppo della lotta di classe in Italia fosse importante anche un’organizzazione politica pubblica di comunisti. Un’organizzazione di questo tipo poteva sfruttare ciò che restava dell’agibilità politica conquistata nella Resistenza e dalle lotte degli anni ’70 per promuovere l’accumulazione e l’elevazione delle forze rivoluzionarie, l’orientamento politico in senso comunista delle masse popolari, la loro aggregazione attorno al (n)PCI, la loro mobilitazione e il loro impegno nell’attività politica rivoluzionaria e nelle lotte sociali per fare dell’Italia un nuovo Paese socialista. In Italia molti operai ed elementi avanzati delle masse popolari hanno ancora un legame con la prima ondata della rivoluzione proletaria – hanno ancora “la falce e martello nel cuore” – e cercano quindi un’organizzazione pubblica a cui fare riferimento.

Il 10 aprile 2005, una Direzione Nazionale Straordinaria dei CARC ratificò la trasformazione dei CARC in Partito, redigendo il nuovo Statuto e nominando i membri degli organi direttivi. Da allora, il rapporto che intercorre tra il P. CARC e il (n)PCI è di unità ideologica e di unità sull’obiettivo strategico: fare dell’Italia un nuovo Paese socialista. Tuttavia, siamo due organizzazioni distinte. La scoperta della necessità di due partiti per fare la rivoluzione socialista in un Paese imperialista come il nostro è una novità nel movimento comunista internazionale, ma è il risultato della nostra esperienza alla luce delle condizioni in cui ci troviamo e ci siamo trovati a operare.

Dalla sua fondazione, il P. CARC ha tenuto cinque congressi e tre lotte ideologiche interne attive per diventare il Partito nazionale che è oggi. Al V Congresso (2019), il Partito si è posto l’obiettivo di diventare un “Partito di quadri e di massa” per elevare il livello dei suoi quadri fino ad essere in grado di allargare la base dell’organizzazione e la rete delle relazioni attorno a essa. La distinzione interna tra quadri e massa, cioè tra i livelli di militanza, è la distinzione tra compagni che scelgono di dedicare la loro vita alla causa e la valorizzazione e il coinvolgimento dei tanti compagni che possono e vogliono dare un contributo che, per quanto piccolo, è essenziale per la vittoria. Al momento contiamo 24 sezioni del Partito in 4 federazioni regionali, oltre a contatti e presidi in 17 regioni su 20.

In questa fase il Partito opera attraverso tre filoni principali di lavoro: (1) sostegno alle organizzazioni operaie e popolari (lavoro di massa); (2) promozione di un ampio fronte di lotta contro il governo Draghi e tutti i governi delle “Larghe Intese” (politica da fronte); e (3) unità d’azione e lotta ideologica con altre organizzazioni che si rifanno al movimento comunista (unità dei comunisti).

Quali sono le classi popolari in Italia e qual è il loro peso relativo? Dove vedete il maggior potenziale rivoluzionario tra queste classi? E dove e in che modo il Partito dei CARC è presente tra le masse e le loro lotte?

L’analisi di classe è fondamentale per qualsiasi Partito comunista. Il P. CARC trae la sua analisi di classe dalla Sezione 2.2 del Manifesto Programma del (n)PCI (che si basa su dati fino al 2004). Il Manifesto Programma definisce a grandi linee due campi nella nostra società: da una parte ci sono le masse popolari, ovvero coloro che, in un modo o nell’altro, devono lavorare per vivere; e dall’altra parte c’è la borghesia imperialista, ovvero coloro che non hanno bisogno di lavorare per vivere o, se lavorano, lo fanno principalmente per aumentare la loro ricchezza o per piacere.

La borghesia imperialista è la classe che è direttamente o indirettamente legata all’accumulazione di capitale finanziario e speculativo ed è composta da diverse categorie di individui, tra cui finanzieri, imprenditori, pensionati, alti funzionari statali, prelati, ricchi professionisti, artisti, atleti e giornalisti, ufficiali superiori delle forze armate e politici nazionali. In Italia questa classe è composta da sei milioni di persone. Gli interessi oggettivi di questa classe sono ostili alla rivoluzione socialista, e il rapporto tra questa classe e le masse popolari e il movimento comunista è un rapporto di guerra.

Le masse popolari nel nostro Paese sono composte da elementi proletari e non proletari e ammontano nel complesso a circa 51 milioni di persone.

Il proletariato è composto da:

– Lavoratori subordinati del settore privato (classe operaia): sono quelli su cui si basa la valorizzazione del capitale e, quindi, su cui si basa l’intero sistema sociale capitalistico[8]. Il loro sfruttamento è la condizione perché si avvii la produzione di beni e servizi in un sistema capitalista. In Italia, questa parte del proletariato è composta da circa 17 milioni di persone. Questa è la classe che deve dirigere la rivoluzione socialista perché è già nelle condizioni oggettive e in parte anche soggettive (la classe operaia è, ad esempio, abituata al lavoro collettivo) che sono necessarie per fare una rivoluzione socialista.

– Lavoratori subordinati non occupati in aziende private: lavoratori del settore pubblico, lavoratori in aziende familiari o artigiane e assistenti alla persona. In Italia questi lavoratori rappresentano 19 milioni di persone e sono i più stretti alleati della classe operaia.

Le masse popolari non proletarie, invece, sono tutti coloro che hanno il controllo sul proprio lavoro o le cui qualifiche o competenze sono tali da non essere facilmente sostituibili nel processo produttivo: lavoratori autonomi, piccoli professionisti, quadri inferiori d’impresa e piccoli proprietari che derivano il proprio reddito principalmente dalla propria partecipazione al processo produttivo. In Italia sono 15 milioni di persone. Noi chiamiamo queste classi “masse popolari non proletarie” invece di “piccola borghesia”, cioè li concepiamo come appartenenti al nostro campo, perché è nostro compito condurre il proletariato a esercitare una direzione politica su queste classi. Sebbene queste classi oscillino tra un campo e l’altro (seguono il più forte), la crisi le spinge a mobilitarsi contro la borghesia imperialista, perché essa si contrappone oggettivamente ai loro interessi.

Per radicarsi fra la classe operaia, il proletariato e fra le più ampie masse popolari, il P. CARC concentra la sua attività sul sostegno, lo sviluppo e il coordinamento di organizzazioni operaie (OO) e organizzazioni popolari (OP). Le OO e le OP sono organizzazioni di massa aperte a tutti coloro che vogliono attivarsi per far fronte in modo costruttivo agli effetti disastrosi della crisi generale del capitalismo. Operai di una o più aziende, ad esempio, indipendentemente dalla tessera sindacale che hanno in tasca, possono formare in azienda un gruppo che si mobilita per questioni anche relativamente piccole ma molto sentite (es. la turnazione, i servizi della mensa o il tema della sicurezza sanitaria in un reparto). Per noi sono “un embrione” che può svilupparsi in una OO vera e propria e da lì in un Consiglio di Fabbrica. Le OP sono simili alle OO e sono ugualmente necessarie, sebbene siano gerarchicamente inferiori ai nostri fini. Le OP sono composte da: (1) lavoratori del settore pubblico o (2) proletari o altri elementi delle masse popolari. Possono avere un’area di azione specifica (ad esempio un comitato di quartiere) o possono essere basati su tematiche specifiche, come un comitato per la difesa dell’ambiente, un gruppo femminista, un comitato studentesco, un gruppo sportivo, un gruppo di lettura o, per esempio, il gruppo di ristoratori che hanno protestato contro le chiusure imposte dal governo a causa del COVID-19.

Le masse popolari creano OO e OP in parte spontaneamente e in parte grazie all’iniziativa dei comunisti. Il nostro obiettivo è portare le OO e le OP a diventare Nuove Autorità Pubbliche (NAP), come è stato il caso dei Consigli di Fabbrica in Italia negli anni ‘20 e ‘70. Vediamo in queste organizzazioni l’embrione del futuro Stato socialista, la dittatura del proletariato. Le OO e le OP dovranno diventare oggi Nuove Autorità Pubbliche affinché lo Stato socialista abbia la sua base sociale domani. Inoltre, una rete diffusa ed estesa di queste organizzazioni è la base sociale su cui si formerà il GBP (vedi la domanda seguente). L’istituzione del governo sovietico non sarebbe stata possibile senza la creazione di una rete diffusa di Soviet di lavoratori e soldati in tutto il Paese (la maggior parte dei quali erano contadini mobilitati per la guerra) che erano aggregati attorno al Partito bolscevico. La creazione di questa rete diffusa di OO e OP in tutto il Paese, organizzata attorno al Partito comunista e in opposizione al potere della borghesia imperialista e del clero, è il cuore della costruzione del nuovo potere nel nostro Paese. Per questo il P. CARC promuove la formazione di OO e OP: sono il riso e il sale del nostro lavoro ordinario.

In questo momento stiamo conducendo importanti sperimentazioni in questo filone di lavoro: per esempio negli stabilimenti dell’ex FIAT, nel settore siderurgico, e tra operatori sanitari. La resistenza spontanea produce costantemente innumerevoli embrioni di OO e OP che sta a noi identificare, sviluppare, coordinare e far convergere nel fiume della rivoluzione socialista. Ad oggi, tuttavia, questo lavoro non è ancora al livello di essere il principale fattore che dirige la lotta di classe nel nostro Paese. In Italia attualmente, per quanto esista un vasto numero di OO e OP, la rete di queste organizzazioni di massa non è abbastanza capillare e coordinata ed è per questo che ci troviamo nella situazione in cui ci troviamo. Questa rete va costruita – o ricostruita – guidati questa volta dalla volontà andare fino in fondo.

Puoi approfondire la vostra linea politica rispetto alla costruzione di un “Governo di blocco popolare”? Si tratta di un nuovo accordo di tipo parlamentare? Una nuova Costituzione? Una sorta di fronte unico rivoluzionario? È una tappa nella lotta verso la rivoluzione socialista?

Per vincere una guerra c’è bisogno di un piano di guerra. La linea di costruzione del Governo di Blocco Popolare (GBP) è parte di questo piano di guerra e deriva dalle condizioni oggettive e soggettive in cui ci troviamo a operare nel nostro Paese.

Le condizioni odierne in Italia sono: (1) l’esistenza di una significativa (di un certo livello e montante) mobilitazione e organizzazione tra le masse per far fronte al procedere della crisi generale del capitalismo; (2) la sostanziale debolezza del movimento comunista (un lento accumulo di forze dovuto principalmente a limitazioni interne); (3) il fatto che gli elementi delle masse che oggi si mobilitano ripongono ancora fiducia nelle personalità della società civile, nei sindacalisti, in alcuni politici e intellettuali.

Nessuna delle principali misure necessarie oggi per far fronte alla crisi è possibile senza un governo che le attui. Per dare attuazione alle richieste delle migliaia di OO e OP e dare forza di legge alle misure da loro indicate, è necessario un governo che, da una parte, appoggia e promuove l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari e, d’altra parte, è supportato dalle OO e dalle OP[9]. Il nostro obiettivo è spingere le OO e le OP ad imporre un governo di tal genere, composto da queste figure di loro fiducia.

Non è possibile imporre oggi un governo guidato da o con la partecipazione di un Partito comunista. La sconfitta del primo movimento comunista e il tradimento dei revisionisti pesano ancora nell’animo delle masse. Il nuovo movimento comunista deve prima sgombrare il campo dalle macerie, deve dare ragione del reflusso del primo movimento comunista e deve smascherare il ruolo anticomunista dei revisionisti. Tutto questo richiede del tempo e sarà il risultato di un processo pratico. Tuttavia, immediatamente, se le masse popolari hanno fiducia nel tipo di persone che abbiamo descritto sopra, i comunisti devono guidare le masse ad organizzarsi e mobilitarsi per affidare a quel tipo di persone la responsabilità del governo. Se questi soggetti possono e vogliono criticare i governi della borghesia imperialista, allora che si assumano la responsabilità di governare.

Un governo di questo tipo non si costituirà necessariamente attraverso le elezioni[10]. Nascerà dalla mobilitazione consapevole delle OO e delle OP, che devono imporlo alla classe dirigente rendendo ingovernabile il Paese. Possiamo contare sul fatto che, tanto più si sviluppa la natura collettiva delle forze produttive, quanto più la borghesia ha bisogno del consenso (o almeno della passività) della maggioranza delle masse popolari per governare il Paese. Quando questo consenso viene meno, non possono fare altro che “ingoiare il rospo” o ricorrere alla repressione di massa: in entrambi i casi portano acqua al mulino del processo rivoluzionario se c’è un Partito comunista adeguato al compito di dirigerlo.

Con misure semplici e rapide, un governo che gode dell’appoggio di una vasta rete di OO e OP può mettere il Paese sulla strada della rinascita e del progresso a un livello anche più alto di quello a cui siamo arrivati quando il movimento comunista era ancora forte nel mondo. È una strada che percorreremo con ogni probabilità insieme ad altri Paesi nel mondo[11].

Il successo del GBP non sarà basato sulle buone intenzioni o sull’onestà dei suoi rappresentanti. Si baserà, invece, sul legame dialettico tra il GBP e le OP e le OP. Le OO e le OP dovranno esigere che le misure necessarie da loro stabilite siano tradotte in legge, anche se queste misure danneggiano gli interessi o sono contrarie ai costumi, alle istituzioni, alle aspirazioni e alla mentalità della borghesia, del clero, dei ricchi e del sistema imperialista nel suo complesso.

Perché le OO e le OP possano costituire il GBP, i comunisti e gli elementi politicamente avanzati delle masse devono riuscire a creare tre condizioni: (1) convincere le OO e le OP che solo costituendo un tale governo di emergenza possono raggiungere i loro obiettivi; (2) moltiplicare il numero di OP e OP incoraggiando la loro creazione in ogni azienda, in ogni quartiere e in ogni aspetto della vita sociale; e (3) spingere le OO e le OP a coordinarsi a livello locale, provinciale, regionale e nazionale al fine di stabilire reti coerenti, unificate su base territoriale e per obiettivo e/o campo di attività.

Quando questo lavoro supererà un certo livello quantitativo, i vertici della Repubblica Pontificia[12] dovranno ingoiare la costituzione del GBP come male minore, come provvedimento provvisorio, e cercheranno di tenerlo sotto controllo sabotandone l’azione. Questo aprirà una nuova fase.

Dopo l’istituzione del GBP, le OO e le OP si mobiliteranno per attuare misure concrete, per assicurarne l’esecuzione meticolosa e per sopprimere qualsiasi tentativo di sabotare o boicottare l’azione del GBP. Così facendo, impareranno a governare il Paese e a dirigerne gli affari autonomamente, e potranno affrontare con successo una guerra civile se gli elementi più criminali della borghesia e del clero oseranno scatenarla. Noi comunisti saremo in prima linea in questa lotta contro i nemici nazionali e internazionali. Questo è il modo in cui apriremo la strada al rilancio su larga scala del movimento comunista in Italia fino all’instaurazione del socialismo.

Ci risulta che in passato il P. CARC abbia partecipato in passato a competizioni elettorali borghesi. Qual è stata la vostra esperienza con le elezioni e qual è il pensiero strategico dietro queste tattiche?

I nostri interventi nelle campagne elettorali mirano a sviluppare l’organizzazione e la mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari facendo leva sugli interessi e le aspirazioni delle masse e anche sulle false promesse che i partiti borghesi sono costretti a fare in campagna elettorale. L’esperienza ci insegna che le elezioni sono un momento particolarmente fertile per svolgere questo lavoro. In sostanza, spingiamo le OO e le OP a cogliere l’occasione delle campagne elettorali, dove aumenta l’attenzione delle masse per la politica, per sviluppare la propria azione, radicarsi e incalzare i candidati o gli eletti.

In una prima fase dello sviluppo del nostro Partito abbiamo fatto alcune esperienze di partecipazione diretta alle elezioni amministrative. Tuttavia, al momento, non riteniamo sia utile continuare a presentarci direttamente perché lo sviluppo della crisi generale ha portato le masse popolari a distaccarsi sempre più dal teatrino della politica borghese. Rimaniamo, però, contrari all’astensionismo di principio, come ci ha insegnato Lenin ne L’estremismo, malattia infantile del comunismo. Diamo quindi tuttora ai nostri membri e simpatizzanti indicazioni di voto per una o più liste o uno o più candidati che si distinguono nella pratica nel dare spazio, voce e mezzi alle mobilitazioni dei lavoratori e delle masse popolari.

Negli ultimi anni abbiamo poi fatto un particolare lavoro di incalzo sul Movimento Cinque Stelle (M5S). Sebbene animati da una prospettiva elettoralista guidata dalla concezione velleitaria della sinistra borghese[13], il M5S si è inizialmente fatto portavoce del vasto e legittimo disprezzo da parte delle masse per le istituzioni borghesi e per i governi delle “Larghe Intese”[14].

Riteniamo che tra il 2016 e il 2018 ci sia stata una svolta importante nel sistema politico dei Paesi imperialisti, e che la borghesia imperialista non sia più in grado di governare con i metodi con cui ha governato dall’avvento di Margaret Thatcher nel Regno Unito (1979) e Ronald Reagan negli USA (1981), cioè attuando quello che abbiamo chiamato il “programma comune della borghesia imperialista”[15]. In tutti i maggiori Paesi imperialisti, i promotori di questo programma sono stati messi in grave difficoltà a causa del progressivo distacco delle le masse dal teatrino della politica borghese e della resistenza spontanea che le masse mettono in campo contro il programma comune. Tra il 2016 e il 2018 questo ha portato a governi che non erano diretta emanazione della borghesia imperialista: anche l’elezione di Trump è parte di questo processo oggettivo. Consideriamo questa una “breccia” che le masse popolari hanno aperto per via elettorale nel sistema politico della borghesia imperialista. 

La breccia ha assunto forme diverse a seconda delle particolari condizioni oggettive e soggettive di ciascun Paese imperialista. Nelle elezioni italiane del 4 marzo 2018, le masse popolari hanno reso impossibile alla borghesia imperialista stabilire il governo delle Larghe Intese che essa si attendeva uscisse dalle elezioni. Le elezioni hanno portato al successo del M5S e ai due governi guidati da Giuseppe Conte. Questi governi, di fatto, sono stati attivamente sabotati dalla classe dominante. In questa fase, la nostra linea era quella di “allargare la breccia”, sollecitando le OO e OP a mobilitarsi in modo da incalzare gli eletti del M5S a dare seguito alle loro promesse elettorali.

Tuttavia, a causa dei nostri limiti odierni, a causa della relativa debolezza del movimento delle OO e delle OP, e per il fatto che la maggior parte degli eletti del M5S ha rifiutato di legarsi alla mobilitazione delle masse per far rispettare le giuste rivendicazioni che erano alla base del loro successo elettorale, la breccia è stata temporaneamente “rattoppata”. Mario Draghi, il boia commissario dell’UE, ex presidente della Banca Centrale Europea, è oggi primo ministro di un governo di un governo delle Larghe intese. Il nostro obiettivo primario oggi è costruire un fronte per rovesciare questo governo.

L’esperienza dei due governi Conte dimostra la resistenza delle masse popolari può creare una breccia nelle istituzioni della borghesia imperialista. Questa è una lezione preziosa considerando il nostro obiettivo di arrivare all’instaurazione del GBP. Tuttavia, questa esperienza rivela anche che nessun governo può prendere misure contrarie agli interessi della borghesia imperialista senza promuovere la mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari su larga scala.

L’ultimo decennio ha visto un massiccio afflusso di migranti dall’Africa: una deportazione provocata dal cambiamento climatico e dall’imperialismo. Quali sono le condizioni di questi migranti e rifugiati in Italia? Vengono riassorbiti nel proletariato italiano? Come si inserisce la lotta contro la xenofobia nella più generale lotta rivoluzionaria delle classi popolari? Il Partito dei CARC è riuscito a mobilitare e organizzare rifugiati e migranti?

Approfittando della debolezza del movimento comunista cosciente e organizzato a seguito dell’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria (1917 – 1976), e sotto la spinta creata dalla necessità di valorizzare il capitale nel contesto della crisi generale in atto, gli imperialisti hanno portato devastazioni, saccheggi e guerre di ricolonizzazione nei Paesi oppressi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, nonché negli ex Paesi socialisti dell’Europa orientale. Per questo una massa enorme di persone è stata costretta a trasferirsi nei Paesi imperialisti, dove vive in periferie, nei campi profughi o in strutture che sono quasi prigioni. Questo esodo ha coinvolto le classi più sfruttate di quei Paesi. Non c’è problema per coloro che appartengono alle classi sfruttatrici che viaggiano tranquillamente come turisti o uomini d’affari, qualunque sia la loro razza, colore, religione o Paese di origine. Le porte sono sempre aperte per questi “migranti”. La questione degli immigrati, quindi, non è né una questione di “diritti umani in generale” né una questione di razza o religione: è una questione di classe.

Centinaia di migliaia di rifugiati e immigrati africani hanno compiuto un pericoloso viaggio attraverso il Mediterraneo negli ultimi anni, fuggendo dalle devastazioni dell’imperialismo: devastazione economica, cambiamento climatico, aggressione imperialista e guerre per procura. Nella foto qui ci sono migranti in viaggio tra la Libia e l’Italia.

Nel nostro Paese l’immigrazione è diventata un fenomeno di massa dalla fine degli anni ‘70, a partire dalla seconda crisi generale del capitalismo e alimentata dal crollo dei Paesi socialisti dell’Europa dell’Est (Albania, Romania, ecc.) alla fine degli anni ‘80. Da allora nel nostro Paese si sono stabiliti (dati 2018) più di 5 milioni di proletari e sottoproletari, la stragrande maggioranza dei quali è arrivata negli ultimi 20 anni. La maggior parte di loro sono quindi immigrati di prima generazione.

La borghesia imperialista gestisce l’immigrazione che essa stessa produce con i suoi affari criminali in Italia e all’estero nell’unico modo che le può essere congeniale: sfruttando gli immigrati che arrivano nel Paese, speculando sul cosiddetto “sistema dell’accoglienza”, e mettendo questi lavoratori in concorrenza con la classe operaia autoctona per il lavoro, il salario, l’alloggio, l’assistenza sanitaria e i beni e servizi di base, che vengono già negati a una parte crescente delle masse popolari.

L’immigrazione e l’emigrazione, la disoccupazione, la delocalizzazione e la morta lenta delle aziende, il lavoro nero, la precarietà e il degrado delle periferie sono essenzialmente il risultato della gestione della società da parte della borghesia imperialista. La borghesia imperialista fa fronte alla crescente resistenza che queste contraddizioni generano tra le masse popolari incanalando la loro indignazione nell’intolleranza contro gli immigrati. In questo modo, la borghesia imperialista cerca di trasformare la contraddizione antagonista tra la classe dominante e le masse popolari in contraddizioni tra le masse (guerra tra poveri).

Per questo, la migliore forma di integrazione e accoglienza che possiamo e dobbiamo dare agli immigrati che arrivano in Italia è promuovere la loro partecipazione alla lotta di classe e alla lotta per istituire il GBP e attuarne le misure di emergenza. Non concepiamo gli immigrati come “fratelli di sventura”, non partiamo dal colore della loro pelle o dal fatto che sono più sfortunati di noi (per pietà clericale), né difendiamo un astratto “diritto di migrazione” in nome di un cosmopolitismo interclassista (borghese). A loro andiamo come compagni di lotta, come lavoratori e giovani che possono unirsi alla lotta per il GBP e per fare dell’Italia un nuovo Paese socialista.

L’importanza politica assunta dalla presenza e dall’arrivo degli immigrati nel nostro Paese ha spinto il P. CARC negli ultimi due anni a intraprendere un lavoro specifico tra i lavoratori immigrati. Abbiamo solo mosso i primi passi in questo lavoro nuovo e sperimentale per il movimento comunista nel nostro Paese. Abbiamo anche capito che dobbiamo iniziare dalla classe operaia, soprattutto da coloro che storicamente hanno dei legami con il movimento comunista nel proprio Paese d’origine (nel nostro Paese, la maggior parte degli immigrati proviene da Paesi ex socialisti dell’Europa orientale o dalla Cina). Oltre a questo, sviluppiamo la solidarietà e il sostegno alle organizzazioni e ai sindacati di base (come il SI Cobas) che negli ultimi dieci anni hanno aggregato lavoratori per lo più immigrati per rivendicare condizioni di lavoro dignitose principalmente nel settore della logistica.

Sciopero organizzato da SI Cobas, uno dei sindacati di base più importanti d’Italia, che attualmente organizza migranti e magazzinieri di aziende come Amazon e FedEx-TNT.

L’Italia è stato uno dei primi Paesi dopo la Cina a essere duramente colpito dal COVID-19. Qual è il motivo? Come ha risposto lo Stato italiano? Come vedono le masse questa crisi? Qual è l’influenza del complottismo di estrema destra sulla concezione che le masse hanno della pandemia e della crisi ad essa connessa?

Il motivo per cui l’Italia è stato il secondo Paese colpito dal COVID-19 dopo la Cina ci è ancora sconosciuto. Ma è possibile che la causa risieda nel fatto che l’apparato produttivo del Nord Italia ha stretti e importanti legami con la Cina. È comunque noto che il virus circolava già dall’estate del 2019, quindi non è possibile stabilirne l’origine precisa[16]. Tuttavia, possiamo affermare con un buon grado di certezza che la diffusione di questa pandemia è principalmente passata attraverso imprese capitalistiche, soprattutto dove le forze produttive sono più concentrate e socializzate, come è il caso del Nord Italia, una delle aree produttive più socializzate del mondo e fonte del maggior numero di focolai e casi. La classe dirigente non può permettersi di fermare la produzione in queste aree senza avere un significativo impatto sulla produttività aziendale e sacrificare le proprie posizioni di mercato a livello internazionale. Questa contraddizione è alla base dello sterminio di massa in atto nel nostro Paese ormai da oltre un anno, a un ritmo di centinaia di morti al giorno interrotte solo parzialmente nei mesi estivi.

Per questi motivi, come negli altri Paesi imperialisti, all’inizio della pandemia la prima risposta dello Stato italiano è stata quella di insistere affinché tutte le imprese restassero aperte. A fine febbraio 2020 i primi focolai nel sud della Lombardia hanno portato al crollo del nostro sistema sanitario nazionale, già in ginocchio dopo decenni di privatizzazioni. Ma è stato solo dopo massicci scioperi spontanei dei metalmeccanici – di cui c’è una presenza importante nel Nord Italia, soprattutto tra Bergamo e Brescia – che il Governo Conte II ha optato per il blocco totale di tutte le attività produttive non essenziali in tutto il Paese fino all’estate del 2020. Queste misure hanno temporaneamente riportato la pandemia sotto controllo ma hanno dato alla borghesia opportunità di vario genere per attaccare la classe operaia con un maggiore sfruttamento, repressione, delocalizzazioni e licenziamenti.

A partire dal settembre 2020, la linea del Governo Conte II e del Governo Draghi che lo ha seguito è stata quella di imporre alle masse popolari l’ordine di restare a casa, chiudere scuole e le piccole imprese mantenendo le grandi aziende a pieno regime. In sostanza sono rimasti aperti i centri della borghesia imperialista (fabbriche, banche, ecc.) e del clero[17] mentre si è trattata con il massimo rigore ogni “infrazione” alle restrizioni operata dalle masse e dai loro centri di aggregazione e mobilitazione.

La pandemia è un prodotto della crisi generale del capitalismo, un salto di qualità nella fase acuta e terminale della crisi generale del capitalismo nel mondo. Da questa situazione non si torna indietro: non c’è una normalità a cui si possa tornare. La pandemia ha esacerbato le contraddizioni a cui le masse popolari erano già sottoposte nella loro vita quotidiana. Si diffonde fra le masse sempre più la consapevolezza che la gestione della società da parte della borghesia porta alla morte, alla rovina e alla miseria e che le misure prese, dai lockdown ai vaccini, quando promosse dalla borghesia sono principalmente misure repressive e speculative piuttosto che misure di salute pubblica. Questo è il motivo per cui parte delle masse popolari ha reagito rifiutandosi di adottare tali misure e per cui alcuni negano addirittura che il virus esista. Tuttavia in Italia, grazie alle conquiste strappate dalle masse popolari quanto il movimento comunista era forte, è senso comune che la prevenzione, l’intervento precoce, la sanità territoriale e strutture adeguate, cioè un sistema sanitario nazionale gratuito e di massa, sono strumenti indispensabile per affrontare con successo la pandemia.

In tutti quei Paesi in cui in una certa misura permangono le istituzioni create nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria (Cuba, la Repubblica Popolare cinese, la Repubblica Socialista del Vietnam, la Repubblica Democratica Popolare del Laos, la Repubblica Popolare Democratica di Corea), vediamo che la pandemia è stata gestita con risultati molto migliori rispetto ai Paesi imperialisti o ai Paesi oppressi dal sistema imperialista.

In termini generali, i risultati positivi che questi Paesi hanno ottenuto sono dovuti a:

– l’unità di interessi che lega le autorità pubbliche (statali e locali) alle masse popolari;

– un sistema diffuso di organizzazioni di massa che aggrega una larga parte della popolazione e fa capo ai rispettivi Partiti comunisti di quei Paesi;

– una forte direzione pubblica su gran parte dell’attività economica del Paese: non meri incentivi finanziari, fiscali e altri correlati, ma chiara amministrazione diretta attraverso l’assegnazione di compiti e altre direttive;

– sistemi di sanità pubblica volti a tutelare la salute generale della popolazione.

Questi sono fatti importanti che mostrano alle masse popolari che l’instaurazione del socialismo è una questione di vita o di morte.

In Italia ci sono state significative rivolte carcerarie nella prima fase della pandemia. Oltre a questo, puoi descrivere i momenti determinanti della lotta di classe in Italia nel corso della pandemia di quest’ultimo anno?

Nel marzo 2020, i detenuti di dozzine di carceri si sono ribellati per la sospensione del diritto di visita e per le condizioni in cui erano costretti a vivere stante il sovraffollamento e i sistematici abusi. Almeno otto detenuti sono morti nel carcere di Modena durante una di queste rivolte.

L’Agenzia Stampa Staffetta Rossa del nostro Partito ha quotidianamente monitorato e propagandato le mobilitazioni in corso in tutto il Paese durante il primo lockdown[18]. Mi limito qui a elencare solo le principali.

Le rivolte in decine di carceri italiane, avvenute quasi subito all’inizio del primo lockdown nel marzo 2020, hanno visto 13 detenuti uccisi dalle guardie carcerarie. Ad oggi nella città di Modena è rimasta attiva un’OP chiamata “Comitato Verità e Giustizia per la strage del Sant’Anna”. Il Comitato ha promosso mobilitazioni e un’inchiesta sui fatti coinvolgendo anche i parenti delle vittime. Il sistema giudiziario ha recentemente reagito archiviano il procedimento in un maldestro tentativo di insabbiare tutto. La lotta è in corso.

Scioperi spontanei sono avvenuti nelle aziende metalmeccaniche e hanno portato al primo e unico lockdown veramente generalizzato nel marzo 2020. Quello è stato senza dubbio il momento più saliente della lotta, poiché ha costretto lo Stato a cambiare direzione politica nel breve termine. Da allora è rimasto in vigore il divieto di licenziamento (per chi aveva un contratto fisso) e sia il Governo Conte II che il Governo Draghi l’hanno più volte prorogato [fino a luglio 2021, NdR].

Durante quella che abbiamo chiamato la “Settimana Rossa” (la settimana che va dal 25 aprile, anniversario della liberazione nazionale dal nazifascismo, al 1° maggio, Giornata internazionale dei lavoratori), il P. CARC ha promosso piccole ma significative mobilitazioni per rompere con la linea terroristica del governo di “restare a casa” e per indicare alle masse popolari la necessità di mobilitarsi direttamente per far fronte alla crisi sanitaria invece di abbandonare il proprio destino nelle mani dei criminali assassini della classe dominante. Abbiamo imparato che anche piccole azioni d’avanguardia, quando pianificate seguendo una giusta linea politica – per esempio, violare gli ordini di restrizione per portare fiori sui monumenti commemorativi dei partigiani – possono infondere fiducia alle larghe masse popolari e innescare l’emulazione.

Durante quest’anno i lavoratori della logistica, corrieri, lavoratori dello spettacolo, lavoratori delle campagne e altri lavoratori precari come i rider, organizzati principalmente in sindacati di base, sono scesi più volte in sciopero per rivendicare sicurezza sul lavoro e un reddito di quarantena, l’attuazione di protocolli sanitari nei luoghi di lavoro, il blocco degli sfratti e i permessi di soggiorno per i lavoratori immigrati.

Già nel marzo 2020 sono sorte Brigate di solidarietà, soprattutto su iniziativa di giovani che si recavano nelle case degli anziani, dei malati, dei poveri per portare cibo e medicine, oltre che per agitare la necessità di mobilitarsi contro le istituzioni locali. A queste prime Brigate di solidarietà si sono aggiunte le Brigate sanitarie: gruppi di operatori sanitari che hanno auto-organizzato la distribuzione di massa di dispositivi di protezione individuale, letteratura scientifica e test COVID gratuiti alla popolazione attraverso “Tende della salute”.

Nelle scuole pubbliche è sorto un movimento nazionale, Priorità alla Scuola (PAS), che ha unito insegnanti, personale ATA, genitori e studenti contro la chiusura delle scuole pubbliche, che da più di un anno lavorano a intermittenza. PAS ha chiesto che vengano prese le misure necessarie per mantenere aperte le scuole durante la pandemia: dall’assunzione del personale necessario all’edilizia scolastica per garantire edifici e aule sicuri per il proseguimento delle lezioni.

Sciopero dei metalmeccanici a Genova, marzo 2020.
Durante il lockdown sono nate centinaia di brigate per prendersi cura delle masse popolari abbandonate dalle istituzioni della borghesia. Sopra, militanti della Brigata Milano Sud. Sotto, i membri della Brigata Sanitaria Soccorso Rosso forniscono assistenza medica e DPI alle masse.

In Nord America, sentimenti e mobilitazioni fasciste sono aumentati durante la pandemia, come dimostra la protesta insurrezionale di estrema destra a Washington, DC il 6 gennaio 2021. Nello stesso periodo, come si è spostato l’atteggiamento delle masse popolari in Italia rispetto al fascismo? E quanto pesano le varie correnti fasciste in termini di equilibrio complessivo delle forze politiche in Italia in questo momento?

Il fascismo del secolo scorso è stato controrivoluzione: il soffocamento del movimento rivoluzionario in atto. Fu un soffocamento effettivo perché i partiti comunisti non erano all’altezza dei loro compiti. La borghesia ricorse al fascismo in Paesi (in primis Italia e Germania) in cui la mobilitazione rivoluzionaria delle masse era forte e il regime di controrivoluzione preventiva[19] non era ancora sufficientemente sviluppato per affrontarla efficacemente.

Oggi il peso dei gruppi esplicitamente fascisti è marginale in Italia, e coloro che promuovono la mobilitazione reazionaria delle masse si trovano nel sistema delle Larghe Intese. Il mondo della classe dominante è in fiamme, la guerra interna al campo nemico si acuisce, e le masse sono sempre più spinte a resistere in mille modi. La borghesia imperialista deve attuare il suo programma comune, e per farlo sarà costretta estendere la repressione e mobilitare sempre più masse contro masse. In questo contesto, il nostro compito di comunisti è e sarà sempre quello di farci carico di ogni forma di malcontento che proviene dalle masse, incluso il legittimo malcontento presente fra le classi che sono la base sociale su cui fanno leva i gruppi reazionari, e spingerla avanti. Dobbiamo mobilitare queste classi in modo più efficace e più radicale della borghesia.

In Italia, ad esempio, la chiusura di ristoranti, palestre e piccole attività commerciali ha portato le masse non proletarie a organizzarsi per chiedere contributi a fondo perduto al governo e la possibilità di riaprire le proprie imprese. Nell’ottobre 2020, ciò ha portato a notti di rivolte spontanee in varie città. Ad oggi, il movimento “Io Apro” è uno dei movimenti che porta avanti le rivendicazioni di queste classi. Fascisti e organizzazioni di estrema destra cercano di infiltrarsi in questi movimenti, ma è soprattutto a causa dei limiti dei comunisti (settarismo contro forme di resistenza non proletarie) che questo movimento non si è ancora collegato alle altre forme di mobilitazione popolare citate nella mia precedente risposta in un unico fronte contro il governo.

In definitiva, le uniche due strade percorribili oggi sono un’unità rivoluzionaria delle masse popolari guidate dalla classe operaia e dai comunisti contro la borghesia imperialista (mobilitazione rivoluzionaria) o lo scontro tra masse in una guerra tra poveri diretta dalla borghesia imperialista (mobilitazione reazionaria). Noi non viviamo in una sorta di “moderno fascismo”, ma in una situazione in cui la lotta tra mobilitazione rivoluzionaria e mobilitazione reazionaria delle masse popolari è ancora aperta.

La situazione è oggettivamente rivoluzionaria e le masse si mobilitano. Possono mobilitarsi sotto bandiere reazionarie (come è successo, da quanto apprendiamo, con la protesta di Washington a cui si riferisce la tua domanda), ma non è incolpando le masse perché si mobilitano che facciamo passi avanti. Sotto quale bandiera combattono le masse dipende dal ruolo svolto e dalla forza del movimento comunista.

Il nostro compito, quindi, non è giudicare se una mobilitazione è “fascista” o meno. I fascisti possono benissimo essere i promotori di una particolare mobilitazione, ma la mobilitazione stessa è un fenomeno di massa e ha cause oggettive. È compito dei comunisti prendere l’iniziativa. Non esistono aree pure di lotta: la contraddizione penetra in ogni aspetto della lotta di classe. “Colui che attende una rivoluzione sociale pura, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione”, ci insegna Lenin[20].

Trarremo conseguenze tanto più positive dalla crisi politica in corso del sistema imperialista quanto più, in un numero crescente di Paesi, noi comunisti saremo in grado di accrescere il malcontento delle masse popolari e di accrescere la loro resistenza per trasformarle in una forza di governo. Questo è il modo migliore per impedire che la mobilitazione reazionaria prevalga.

Se in Italia non riusciremo a instaurare o difendere il GBP e prevarrà la mobilitazione reazionaria, dovremo modificare il nostro piano d’azione di conseguenza, poiché, a quel punto, la stessa esistenza di un Partito pubblico come il P. CARC sarebbe impossibile e controproducente. Ma anche allora, la storia ha dimostrato che è sempre possibile trasformare la mobilitazione reazionaria in mobilitazione rivoluzionaria (vedi la Rivoluzione d’Ottobre durante la Prima Guerra Mondiale e l’esito della seconda guerra mondiale), ed è proprio per questo che ampi settori della classe dominante oggi temono un cambio di regime politico in senso terroristico e lo scoraggeranno finché sarà loro possibile.

Qual è oggi il posto dell’Italia all’interno del sistema imperialista mondiale, e che ruolo sta giocando l’imperialismo italiano nelle contraddizioni inter-imperialiste che si manifestano nel mondo? Dopo la Brexit, il movimento per l’Italexit è cresciuto o è in reflusso? Quale parte della borghesia in Italia è favorevole alla permanenza nell’UE e quale è favorevole all’uscita? E come si relazionano queste correnti pro-UE e anti-UE con la NATO e gli oltre 30.000 militari statunitensi di stanza in Italia? Come si relazionano agli aiuti e alle aperture fatte da Russia e Cina durante la pandemia?

L’Italia è un anello debole della catena imperialista per ragioni storiche, ovvero per il fatto che la Chiesa si è opposta allo sviluppo del sistema capitalista nelle sue prime fasi nella penisola, e perché oggi, oltre alla presenza del Vaticano, abbiamo strutture che fanno parte dei gruppi imperialisti dell’UE, delle NATO e delle organizzazioni criminali. Questo scenario rende i vari gruppi in perpetuo conflitto tra loro e genera particolare instabilità politica.

I gruppi imperialisti europei, nonostante le contraddizioni interne, l’ostilità degli imperialisti statunitensi e la crescente opposizione dei popoli di molti Stati membri, lavorano per: (1) eliminare le concessioni strappate dalle masse durante il periodo del “capitalismo dal volto umano” (1945 – 1976) quando il movimento comunista era forte nel mondo; (2) soffocare la resistenza delle masse popolari al corso delle cose e impedire una rinascita di un movimento comunista cosciente e organizzato; e (3) far fronte ai gruppi imperialisti statunitensi e ad altri Paesi che stanno anche loro lottando con la seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale. L’attuale Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e il Recovery Fund sono operazioni finalizzate a questi obiettivi.

Porre fine al corso catastrofico degli eventi in qualsiasi Paese europeo richiede la rottura con l’UE (e con la NATO). Infatti, l’attuale corso catastrofico delle cose è l’unico che i gruppi imperialisti europei sono in grado di portare avanti. Proporre di fare dell’UE un’istituzione che favorisce la cooperazione tra i popoli d’Europa ha senso quanto cercare di asciugare l’acqua. Chi vuole porre fine al catastrofico corso delle cose nel proprio Paese deve ripristinare la sovranità nazionale, riorganizzare il Paese (a partire dalle attività produttive), e stabilire rapporti di scambio, collaborazione e solidarietà con qualsiasi altro Paese disposto a fare altrettanto. Una rivoluzione socialista mondiale può avvenire solo attraverso la combinazione di rivoluzioni fatte in singoli Paesi, con ogni Paese che alza la bandiera della propria sovranità nazionale gettata nel fango dalla borghesia imperialista che ha reso la maggior parte dei Paesi terreno di caccia per un pugno di speculatori e affaristi.

Se un Paese delle dimensioni dell’Italia emette ad esempio mini-BOT[21] e infrange altri ordini di austerità dell’UE, l’UE è finita. Se quattro o cinque Paesi della NATO rompono i ranghi, come ad esempio ha fatto la Turchia ritirando le proprie truppe dalle operazioni al di fuori dei propri confini, la NATO è finita.

Un articolo su Le monde diplomatique del 2018[22] offre una simulazione abbastanza dettagliata di ciò che il governo di un Paese dell’UE può fare per ripristinare la sovranità nazionale ingaggiando un “braccio di ferro” con il capitale speculativo e finanziario. Tuttavia: (1) il governo Tsipras eletto in Grecia nel 2015 ha rivelato chiaramente che per proporre un’agenda nell’interesse delle masse popolari, un governo deve mobilitare le masse popolari contro la rappresaglia della borghesia o soccombere a essa (si tratta, in altre parole, di compiti che solo il GBP, per i suoi legami con le OO e le OP, può svolgere); e (2) come comunisti, dobbiamo essere consapevoli che l’attuazione di tali misure nell’interesse delle masse popolari attraverso la loro mobilitazione può spingere la borghesia a scatenare una guerra civile e, dunque, pianificare la nostra azione di conseguenza.

Domanda finale compagno: su cosa poggiano la tua speranza e il tuo impegno come rivoluzionario comunista oggi?

Più che di speranza, nella Carovana del (n)PCI parliamo di apprendere, assimilare e applicare la concezione comunista del mondo. La concezione comunista del mondo si basa sull’elaborazione scientifica dell’esperienza della lotta di classe, pratica nella quale nessun comunista nei Paesi imperialisti si è mai impegnato senza riserve ad eccezione di Antonio Gramsci, il cui caso resta però isolato.

L’elaborazione scientifica che svolgiamo noi oggi è certezza di vittoria. Il passaggio dal capitalismo al comunismo, infatti, non è una speranza: è un’oggettiva necessità storica. Si può comprendere o meno questa necessità, ma la realtà oggettiva resta. Questa è fondamentalmente una questione intellettuale.

Tuttavia, se è vero che il comunismo è una necessità storica, è altrettanto vero che richiede l’intervento soggettivo dei comunisti per dispiegarsi, così come un parto (la nascita di una nuova era) ha bisogno di un’ostetrica (un partito d’avanguardia). In altre parole, capire che il processo è inevitabile non è sufficiente perché avvenga. La nostra azione cosciente fa parte di questa necessità: dobbiamo applicare ciò che impariamo. C’è bisogno di comunisti che sono disposti a farsi guidare nelle loro scelte dalla loro comprensione delle cose. Il processo di costruzione di una rivoluzione è, quindi, non solo intellettuale, ma anche morale.

La capacità di usare la nostra comprensione delle cose come guida per l’azione è ciò che chiamiamo assimilazione della concezione comunista. Deriva dalla pratica quotidiana della lotta di classe, dal bilancio collettivo di questa esperienza e da una conseguente trasformazione della nostra condotta. La convinzione granitica dei comunisti e il successo del nostro lavoro dipendono essenzialmente dal livello di assimilazione della nostra scienza.

Questa è l’essenza di ciò che il (n)PCI chiama Riforma Intellettuale e Morale. Ogni quadro del nostro Partito deve intraprendere questo percorso, guidato consapevolmente dal Partito come avanguardia cosciente e organizzata: questa riforma intellettuale e morale sarà fatta in massa dall’intera popolazione solo dopo che avremo preso il potere. Non è una novità, poiché i comunisti hanno sempre dovuto trasformarsi per adempiere ai propri compiti. Tuttavia, specialmente nei Paesi imperialisti, questo processo non è mai stato realizzato al livello necessario. Grazie al maoismo, i comunisti oggi possono percorrere coscientemente questa strada[23]. La trasformazione del mondo e la trasformazione di noi stessi sono connesse. Lo esprimiamo dicendo che i comunisti sono il soggetto e oggetto della rivoluzione.

Nessuno dei risultati fin qui raggiunti sarebbe stato possibile se non avessimo elaborato, studiato, assimilato e applicato la concezione comunista del mondo al livello di sintesi cui è arrivata finora la Carovana del (n)PCI sulla base del MLM. Per me personalmente, è stato illuminante come un faro in un mare in tempesta.

Concludo dicendo che faremo il necessario affinché il rapporto tra le nostre organizzazioni continui e si rafforzi nella lotta comune fino alla vittoria. Avanti con la seconda ondata della rivoluzione proletaria che si sviluppa in tutto il mondo!


[1] Come osserva Kenny Lake in On Infantile Internet Disorders and Real Questions of Revolutionary Strategy: A Response to the ‘Debate’ over the Universality of Protracted People’s War, disponibile in Kites n. 1, l’uso del termine da parte del (n)PCI “guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata” non si riferisce generalmente a “l’inizio di azioni militari o alla creazione di basi di appoggio, ma piuttosto un accumulo di forze rivoluzionarie che esercitano sempre più la loro forza contro il potere borghese e dimostra alle masse più ampie una via d’uscita dal dominio della borghesia”. Per ulteriori informazioni, vedere la seguente nota a piè di pagina.

[2] Come scrive il (n)PCI nella Sezione 3.3 del Manifesto Programma del (nuovo) Partito Comunista Italiano, “L’essenza della GPRdiLD consiste nella costituzione del Partito comunista come centro del nuovo potere popolare della classe operaia; nella mobilitazione e aggregazione crescente di tutte le forze rivoluzionarie della società attorno al Partito comunista; nella elevazione del livello delle forze rivoluzionarie; nella loro utilizzazione secondo un piano per sviluppare una successione di iniziative che pongono lo scontro di classe al centro della vita politica del Paese in modo da reclutare nuove forze, indebolire il potere della borghesia imperialista e rafforzare il nuovo potere, arrivare a costituire le forze armate della rivoluzione, dirigerle nella guerra contro la borghesia fino a rovesciare i rapporti di forza, eliminare lo Stato della borghesia imperialista e instaurare lo Stato della dittatura del proletariato” (pag. 80-81). Quindi, la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata è un processo che parte dalla costituzione del Partito.

[3] Ad esempio, la più grande azienda italiana, ex Fiat, è oggi parte del gruppo multinazionale Stellantis, che comprende Jeep, Chrysler, Dodge e Ram Trucks, tutti basati negli Stati Uniti.

[4] Manifesto Programma del (n)PCI, Sezione 2.1.5, “La costruzione del nuovo Partito Comunista Italiano”, pag. 66.

[5] Nella primavera del 1944 la guerra partigiana era quasi al culmine. La parte settentrionale del Paese era occupata dai nazisti e il PCI guidava la resistenza armata attraverso organizzazioni di massa. Nel Sud c’era un governo guidato da Pietro Badoglio che operava come protettorato delle forze imperialiste britanniche e americane. Togliatti tornò dall’URSS alla guida del PCI e sollecitò il Partito a rettificare la linea di opposizione al governo Badoglio fino ad allora seguita dal PCI, visto il comune impegno nella lotta antifascista. Questa presa di posizione aprì presto la strada alla formazione di un nuovo governo Badoglio sostenuto e composto da elementi del PCI (Togliatti era Vicepresidente del Consiglio) insieme a tecnici, soldati e monarchici che fino a quel momento erano stati al governo con Badoglio. Il nuovo governo si insediò il 24 aprile 1944 nella provincia di Salerno e, per questo, la nuova linea portata da Togliatti passerà alla storia come la “Svolta di Salerno”. La svolta di Togliatti poteva essere l’inizio di un’azione volta a battere i nemici di classe isolandoli da altre forze, a cominciare dal fascismo e dai nazisti. Questa linea, se radicata nello sviluppo delle organizzazioni di massa, sarebbe stata coerente con la linea del fronte unico antifascista lanciata da Georgi Dimitrov (vedi L’offensiva fascista e i compiti dell’Internazionale comunista nella lotta della classe operaia contro il fascismo) alla Congresso dell’Internazionale Comunista nel 1935.

[6] L’archivio della rivista Rapporti Sociali è disponibile all’indirizzo http://www.nuovopci.it/scritti/RS/indicom.html

[7] La Voce del (n)PCI è disponibile sul sito del (n)PCI: http://www.nuovopci.it 

[8] Marx ne Il Capitale ha spiegato chiaramente che un lavoratore è definito non dal tipo di beni che produce (o dei servizi che fornisce) ma dal fatto che scambia forza lavoro contro capitale.

[9] Limitandoci all’esperienza dei Paesi imperialisti in Europa, governi analoghi al GBP furono governi di “Fronte popolare”. Due esempi su tutti: il Front populaire in Francia dal 1936 al 1938 e il Frente Popular in Spagna dal 1936 al 1939.

[10] In Italia abbiamo avuto molti esempi di governi che non si sono formati attraverso le elezioni. Ad esempio, nel 1960 il governo Fanfani è stato istituito dopo il governo Tambroni non a seguito di elezioni ma a causa di una mobilitazione generale delle masse contro la presenza di neofascisti (Movimento Sociale Italiano) nel governo Tambroni. Altri esempi di governi non eletti sono il quarto governo De Gasperi (1947), il primo governo Berlusconi (1994) e lo stesso attuale governo Draghi.

[11] I compiti del GBP possono essere riassunti in sette punti: 1. Assegnare a ogni azienda compiti produttivi utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale. Nessuna azienda deve essere chiusa; 2. Distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi; 3. Assegnare a ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società. Nessun lavoratore deve essere licenziato, ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, nessun individuo deve essere emarginato; 4. Eliminare attività e produzioni inutili o dannose, assegnando alle aziende coinvolte altri compiti; 5. Avviare la riorganizzazione di tutte le altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione; 6. Stabilire relazioni di solidarietà e collaborazione o di scambio con gli altri Paesi disposti a stabilirle con noi; 7. Epurare gli alti dirigenti della Pubblica Amministrazione che sabotano la trasformazione del Paese, conformare le Forze dell’Ordine, le Forze Armate e i Servizi d’Informazione allo spirito democratico della Costituzione del 1948 e ripristinare la partecipazione universale dei cittadini alle attività militari a difesa del Paese e a tutela dell’ordine pubblico.]

[12] Molti, specialmente in Nord America, possono non saperlo, ma il Vaticano è uno dei gruppi imperialisti più potenti del mondo grazie al suo potere economico, politico e sociale in tutto il mondo. Una particolarità dell’Italia è che la Chiesa cattolica è la massima autorità morale del regime, una sorta di monarchia costituzionale senza costituzione. Il suo status giuridico esiste all’interno della sua stessa alta e insindacabile autorità. La Chiesa di fatto dirige lo Stato ufficiale e governa indirettamente il Paese. D’altra parte, la Chiesa non si assume alcuna responsabilità per le conseguenze del proprio governo. Si tratta, insomma, di un’entità irresponsabile di ultima istanza, tacitamente accettato da tutti i parlamentari che votarono per la Costituzione italiana nel 1947 (che comprende i cosiddetti “Patti Lateranensi” del 1929 tra lo Stato italiano diretto dal Partito fascista e il Vaticano ) e tutti i loro eredi. Per questo oggi in Italia ci riferiamo alle istituzioni del nemico come Repubblica Pontificia.

[13] La sinistra borghese è costituita dall’insieme dei partiti, delle organizzazioni e degli individui che concretamente – nella loro attività politica, nei loro programmi, nelle loro iniziative e proposte politiche – non vedono possibile alcuna impresa produttiva se non quella che si basa su iniziativa dei capitalisti, derivante dalla proprietà privata dei capitalisti, radicata nella produzione di profitti e basata sui rapporti di mercato di compravendita. Non possono concepire o rifiutano esplicitamente il socialismo. Ma, allo stesso tempo, credono (supponiamo sinceramente) che tutti i membri della società dovrebbero avere una vita dignitosa. Vorrebbero salari dignitosi, pensioni dignitose e occupazione per tutti i proletari. In breve, la sinistra borghese vuole il capitalismo e una società borghese (cioè, fondata sulla proprietà e sull’iniziativa economica dei capitalisti) ma senza tutti “i mali del capitalismo”. Vogliono il capitalismo senza gli inconvenienti del capitalismo.

[14] Le “Larghe Intese”, come vengono chiamate in Italia, si riferiscono a governi di coalizione. I partiti delle Larghe intese, come quelli che oggi sostengono il governo Draghi (o, per fare un altro esempio, quei partiti in Germania che hanno sostenuto i governi “Große Koalition” – Unione Cristiano Democratica e Partito Socialdemocratico), si presentano alle elezioni come divisi e in competizione ma in realtà attuano tutti lo stesso programma: il programma comune della borghesia imperialista (vedi nota seguente).

[15] Il programma comune della borghesia imperialista oggi si può riassumere in due punti: 1) nei Paesi imperialisti, completare la liquidazione di ciò che resta delle conquiste di civiltà e benessere (salari, diritti sul lavoro, accordi collettivi, stabilità) strappate dalle masse popolari quando il movimento comunista era forte nel mondo; 2) partecipare alla ripresa delle guerre lanciate o fomentate dalla NATO, dagli Stati Uniti, da Israele e dai Paesi dell’UE, e insistere nella combinazione e nella competizione tra i gruppi imperialisti per ritagliarsi una fetta maggiore dello sfruttamento delle masse popolari degli ex Paesi socialisti e dei Paesi oppressi.

[16] Nota di Kites: Gisella Vagnoni: “Ricercatori riscontrano che il virus era diffuso prima”, Reuters, 16 novembre 2020, http://www.reuters.com/article/health-coronavirus-italy-timing-idUSKBN27W1J2. Vedi anche Aylin Woodward, “Crescono i sospetti che il virus si sia diffuso in Cina ed Europa già ad ottobre, secondo un’inchiesta di WHO”, Business Insider, 22 dicembre 2020, africa.businessinsider.com/news/suspicions-mount-that-the -coronavirus-was-spreading-in-china-and-europe-as-early-as/zhqb1f5.

[17] Le chiese sono rimaste aperte. Molto importanti sono state anche le chiusure e le restrizioni nel turismo, nelle palestre, nell’intrattenimento e in altre aree della cultura popolare, nonché nelle “Case del popolo”. Forse non esiste un equivalente popolare delle Case del Popolo in Nord America, ma immaginate una sorta di ibrido tra un “Community center” e un Caffè sotto il controllo popolare. Sono essenzialmente una rete di OP che risale alla fine dell’800 ed è eredità del primo movimento socialista nel nostro Paese (per questo esistono solo nelle zone settentrionali del Paese; storicamente furono anche uno dei principali bersagli delle incursioni fasciste negli anni ‘20).

[18] Vedi “Mobilitazioni in tutto il Paese per fare fronte dal basso al COVID-19”, 10 marzo 2020, http://www.carc.it/2020/03/10/in-aggiornamento-organizzarsi-e-mobilitarsi-per-far-fronte-allemergenza-COVID-19/

[19] Vedi Manifesto Programma del (n)PCI, Sezione 1.3.3: “La controrivoluzione preventiva”.

[20] Da Lenin in “Risultati della discussione sull’autodecisione” (1916): “La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi gli elementi malcontenti della popolazione. V’erano tra di essi masse con i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v’erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto. La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente — senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione — e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si «epurerà» dalle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo”.

[21] Nota di Kites: I “Mini-BOT” sono un progetto di emissione di titoli di stato di piccolo da parte della Banca centrale italiana che potrebbero poi essere utilizzati delle istituzioni pubbliche come certificati obbligazionari per effettuare transazioni e pagare le tasse. In pratica, sarebbero molto simili all’emissione di denaro. Tuttavia, è illegale per gli Stati membri dell’UE emettere le proprie valute. Vedi Josh Barro, “The Mini-BOT: The One Weird Trick for Leaving the Euro That Shows Why Countries Can’t Leave the Euro”, New York Magazine, 17 giugno 2019, nymag.com/intelligencer/2019/06/the- mini-bot-one-weird-trick-for-leaving-the-euro.html.

[22] Renaud Lambert e Sylvain Leder, “Facing the markets, the scenario of an arm wrestling”, Le Monde diplomatique, ottobre 2018, monde-diplomatique.fr/2018/10/LAMBERT/59131.

[23] Consideriamo la Riforma Intellettuale e Morale dei comunisti e, per estensione, delle masse popolari come uno degli apporti principali del maoismo alla concezione comunista del mondo.  

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