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[Bologna] La SaGa Coffee non si sposta!

Federazione Emilia Romagna by Federazione Emilia Romagna
Novembre 8, 2021
in Federazione Emilia Romagna, Sezione di Bologna
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La chiusura della SaGa Coffee di Gaggio Montano (BO) è conseguenza dello smantellamento dell’apparato produttivo in corso da anni nel paese, un attacco che si aggiunge a quello estivo alla logistica bolognese (chiusure dei magazzini di Logista, UPS e Express Courier) e di GKN, Whirlpool, Alitalia, Riello, Timken, ecc. a livello nazionale. La SaGa Coffe è una delle ultime aziende dalla “Coffee valley” bolognese, un distretto specializzato ridotto a un lumicino: la SaGa non è che la storica Saeco Vending (gruppo Philips) rilevata nel 2017 dalla bergamasca Evoca Group. Ad inizio novembre la proprietà ha comunicato che chiuderà lo stabilimento entro la fine del 2022 lasciando a casa 222 dipendenti, di cui l’80% donne. Non solo SaGa: è l’intera filiera nazionale del caffè ad essere sotto scacco, stanti i rincari della materia prima del 80% a causa della speculazione finanziaria.

Il distretto bolognese di macchinari per il caffè, in cui fino a pochi anni fa lavoravano (tra aziende madri e indotto) oltre 3 mila persone, ha tenuto in vita l’Appennino, oggi colpito da un forte tasso di spopolamento dovuto principalmente all’impoverimento produttivo del territorio. Infatti, restano attive le sole attività del ramo delle macchinette domestiche di Saeco a Torretta (stabilimento dimezzato cinque anni fa al termine di una lunga lotta e che oggi vede 350 dipendenti) ceduta al gruppo cinese Hillhouse Capital nei mesi scorsi e l’azienda Caffitaly. Ma il sacco dell’Appennino non colpisce solo questo settore: la Stampi Group di Monghidoro chiusa nel 2016, la FIAC Compressori di Pontecchio Marconi (oggi in CIG per 12 mesi in vista del trasferimento della produzione a Torino dopo un picchetto permanente di 53 giorni) e la DEMM di Porretta Terme (la “Fiat” dell’Appennino) da anni in lotta per sopravvivere. In tutto questo, il silenzio assordante dell’amministrazione regionale PD ha un eco di complicità e di disinteresse che le frasi di circostanza non fanno che aggravare.

Una storia di devastazione e saccheggio, dimostrata dal fatto che la Saeco da sola aveva quattro stabilimenti in zona, smantellata pezzo dopo pezzo prima dal gruppo multinazionale francese Pai e poi dall’olandese Philips: quest’ultimo, nel 2015, avanzò per primo la richiesta di 243 esuberi. La risposta operaia e popolare fu esemplare: 73 giorni di picchetto, in pieno inverno, con l’intero Appennino mobilitato al fianco dei lavoratori in lotta perché la chiusura di una fabbrica in un’area simile significa condannare anche i piccoli produttori locali, i bar e i ristoranti, i piccoli negozi, le società sportive, ecc. Si creò un ampio fronte territoriale, come le chiusure simboliche dei negozianti per dire chiaro e tondo che la chiusura della fabbrica avrebbe fatto abbassare loro per sempre le saracinesche, oltre la sola provincia bolognese. Infatti, l’allora Comitato Spontaneo Lavoratori Brevini (CSLB) di Reggio Emilia andò a portare solidarietà e a scambiare le esperienze di lotta: contemporaneamente, in Brevini si lottava contro vere e proprie liste di proscrizione per sfoltire il personale. Il mutuo sostegno e il coordinamento tra lavoratori sono armi valide tanto oggi quanto allora, così come la necessità di iniziare ad “occuparsi” direttamente e dal basso del proprio stabilimento. Questo fu l’esempio concreto che venne portato dal CSLB ai cancelli della Saeco.

Il CSLB in visita al presidio della Saeco nel dicembre 2015

La battaglia alla Saeco si concluse con la vendita ad Evoca, la stessa che ora vuole chiudere lo stabilimento e licenziare con la scusa della “sovra capacità produttiva” del sito. In realtà, si tratta di una mossa per delocalizzare nel bergamasco, in Spagna e in Romania (l’azienda dichiara di aver perso 160 milioni nel 2020) al fine di fare maggiore profitto: come nel 2016, nessuno deve rimanere fuori!

La risposta operaia non si è fatta attendere ed è subito scattato un presidio permanente nel piazzale: “nessuno entrerà o uscirà dal sito, compresi i camion”. Evoca ha già provato a portare via i macchinari e come alla GKN di Campi Bisenzio (FI), non un bullone deve uscire dallo stabilimento!

Che questa battaglia, insieme alla FIOM e alle RSU, sia pungolo territoriale per, imponendolo con veri e propri comitati promotori dal basso, arrivare ad indire lo sciopero generale contro lo smantellamento dell’apparato produttivo, il carovita e per la sicurezza sui posti di lavoro!

“Bisogna rilanciare il tema di una legge anti delocaloizzazioni” dice la FIOM di Bologna: giusto… e allora fare propria e dare forza alla proposta di legge contro le delocalizzazioni scritta dai lavoratori GKN che sta per approdare in Parlamento è un ulteriore campo per tessere rete e coordinamento. Il governo Draghi non ha nessun interesse ad approvarla in quanto è un governo asservito agli interessi dei capitalisti. È il governo Draghi che dà la libertà ai padroni di licenziare, tramite lo sblocco dei licenziamenti mentre ricatta i lavoratori con il Green Pass: serve una mobilitazione generale per cacciare Draghi e per costituire un governo che vieta ai gruppi industriali multinazionali di fare come vogliono, un Governo di Emergenza Popolare!

In questo senso, lo sciopero generale sarà un’ulteriore tappa per stimolare organizzazione, lotta e unità dal basso: nessuno si salva da solo ma uniti si può vincere! La solidarietà materiale che i lavoratori della FIAC Compressori stanno organizzando è un esempio piccolo ma luminoso dell’importanza del sostegno operaio reciproco: stanno facendo quello che i lavoratori della SaGa hanno fatto mentre erano loro, a Pontecchio, ad essere in presidio permanente. La solidarietà fa bene sia a chi la dà che a chi la riceve, è un’arma potente!

Organizzarsi per tempo, questo insegna la lotta in GKN ad opera del Collettivo di Fabbrica (per approfondire invitiamo a leggere l’articolo Cosa insegna la lotta GKN), anch’esso legato alla FIOM: è anche una delle condizioni per imparare ad essere in grado di leggere per tempo, e quindi di non esserne sorpresi, le mosse del padrone. Infatti, questa chiusura è stata preparata: “erano stati cambiati i codici dei componenti, sostituiti con quelli della sede di Valbrembo” conferma la testimonianza di un’operaia SaGa. Poi, il 4 novembre verso le 13 “dal magazzino dei ricambi ci hanno avvisato che entro venerdì tutto il materiale sarebbe stato portato via e allora siamo usciti fuori per evitarlo”. Tutto ciò conferma che non bisogna fidarsi dei padroni, li stessi che solo 6 mesi fa avevano dichiarato “strategico” il sito: “ci avevano assicurato che i 60 esuberi dichiarati e la cassa integrazione ancora in corso sarebbero bastati a sanare l’impresa, ma così non è stato”.

Le aziende nelle mani dei capitalisti non servono a produrre quanto necessario alla collettività, quanto invece ad aumentare il profitto dei padroni che si arrogano la libertà di chiuderle quando non producono più profitti o potrebbero produrne di più se il capitale fosse impiegato in un altro modo, per esempio nella speculazione finanziaria. Per rispondere agli attacchi bisogna organizzarsi e collegarsi con i lavoratori delle altre aziende minacciate, sollecitare l’organizzazione di tutti gli altri lavoratori di ogni settore produttivo sia pubblico che privato, chiamare tutte le masse popolari alla mobilitazione contro i capitalisti e il loro governo.

Alla morte lenta a cui i capitalisti vogliono condannare l’apparato produttivo del paese bisogna rispondere con la parola d’ordine “Insorgiamo” anche sull’Appennino bolognese: operaie e operai della SaGa unitevi alla lotta della GKN e chiamate ai vostri cancelli il loro Collettivo di Fabbrica!

La vostra forza sta nell’intero Appennino: fate diventare, come nell’inverno 2015/2016, il vostro piazzale il centro di aggregazione e di lotta del territorio dei lavoratori pubblici e privati, degli studenti, dei disoccupati!

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