Intervista ad andrea De Marchis della Direzione Nazionale del P.CARC

L’avanzamento della crisi generale è un processo concreto, tangibile: le condizioni di vita e di lavoro sono via via peggiorate per tutte le masse popolari, la pandemia ha fatto emergere tutta la barbarie del sistema capitalista.
Per milioni di persone è diventato più evidente che la classe dominante non può e non vuole trovare una soluzione e che per porre fine al corso disastroso delle cose è necessario cambiare il sistema.
Si tratta di una percezione diffusa, non è ancora piena consapevolezza, ma è in questo contesto che – da più parti – si moltiplicano gli sforzi per promuovere la rinascita del movimento comunista nel nostro paese.
Da alcuni anni si è sviluppato un dibattito, che si articola sempre meglio, sulla natura del partito comunista che serve, sulla società che bisogna costruire, sulle forme e i contenuti della lotta politica rivoluzionaria.
Oggi esiste un generale sommovimento all’interno della “base rossa” (così definiamo le centinaia di migliaia, forse milioni, di individui che hanno “la falce e il martello nel cuore”), un sommovimento che vive in campo politico, in campo sindacale, nella vita associativa e nelle mille forme di mobilitazione contro gli effetti della crisi.
A dispetto degli “inguaribili pessimisti” che guardano principalmente alle difficoltà (che pure ci sono), la rinascita del movimento comunista nel nostro paese avanza: le condizioni oggettive la rendono necessaria, oltre che possibile.
Ne parliamo con Andrea De Marchis, membro della Direzione Nazionale del P.CARC.

Anzitutto, quando parliamo di rinascita del movimento comunista si tende a pensare all’esistenza di un unico grande partito, mentre invece anche l’esperienza del nostro paese dice che più importante della “grandezza” del partito comunista è la sua natura e la sua capacità di organizzare la classe operaia e le masse popolari. Quindi, parliamo di una cosa diversa rispetto a quello che era il vecchio PCI…

Tra i promotori dei tentativi di riaggregazione dei comunisti esiste un’arcigna resistenza a riflettere e confrontarsi seriamente sul perché al vecchio PCI non bastò essere grande e forte.
Il Centenario della fondazione del PCI ha imposto di affrontare certi temi, ma permane la tendenza a non voler andare a fondo, a trattare della storia dei comunisti italiani come di un fatto culturale di cui non è possibile analizzare i limiti, fare bilancio, ricavare insegnamenti utili per non ricadere negli errori del passato.
È sicuramente conveniente, sul piano del consenso spiccio (per raccattare voti, tessere, ecc.), gareggiare a chi è il miglior interprete della forza passata del movimento comunista. L’estetica, il simbolismo, l’esibizione della forza numerica, mediatica, ecc. sono i terreni di questa competizione, incoraggiata e indotta anche dal mondo virtuale e dalla pervasiva sindrome da marketing pubblicitario che avvolge ogni attività politica.
Prima ancora di occuparci di “apparire”, bisogna occuparci dei problemi che hanno causato la sconfitta del movimento comunista, studiarli per superarli.
Non è rievocando quanto siamo stati forti in passato che torneremo ad esserlo, bensì imparando a dirigere gli operai e le masse popolari del nostro paese a fare la rivoluzione socialista.
Questo dà il prurito a disfattisti e attendisti, ma solo così le forze oggi piccole del movimento comunista possono, domani, ridiventare grandi e forti.
Abbiamo dalla nostra condizioni oggettive molto favorevoli. Mai come in questi ultimi anni, ovunque nel mondo, è evidente la distanza tra il movimento di resistenza delle masse popolari (che fa breccia nelle file del nemico e sconvolge gli equilibri politici esistenti) e il movimento comunista che invece fatica a stare al passo.

Come si pone il P.CARC rispetto alle rinnovate spinte all’unità che provengono da più parti?

La tensione all’unità è un dato oggettivo come lo sono anche le spinte contrarie che la ostacolano. È inevitabile che chi fa della partecipazione alle elezioni e della raccolta di voti il fine principale della sua azione politica finisca con il guardare con spirito concorrenziale alle altre organizzazioni che potrebbero sottrargli voti, consensi, ecc.
La stessa dinamica si ripete tra quei promotori/organizzatori di parti più o meno ampie del movimento spontaneo che fanno dell’accrescimento della forza rivendicativa della propria organizzazione sindacale il fine principale della loro azione.
È così che nell’agguerrita lotta a coltivare il proprio orticello si finisce facilmente con il perdere di vista la guerra al nemico di classe e a ostacolare di fatto la spinta all’unità d’azione contro di esso.
Si tratta di linee sempre opportunamente travestite: a ogni coltivatore del proprio orticello possono corrispondere uno o più appelli all’unità. Basta vedere il numero di fronti/piattaforme NO Draghi esistenti oggi. Il PC di Rizzo con il Comitato 27 Febbraio ha messo in campo la propria proposta, ma ci risulta che a sua volta l’area della Rete dei Comunisti-USB-PaP abbia convocato nel mese di aprile un’assemblea per lanciare un analogo fronte. Il SI COBAS concepisce l’area del Patto d’Azione come qualcosa di analogo. Ciascuno dei promotori di questi fronti definisce la propria proposta come l’unica, sola ed inimitabile…
Servono invece comunisti che si occupino non di estendere il proprio orticello politico-elettorale, sindacale, ecc. ma di lavorare all’organizzazione degli operai e delle masse popolari tutte.
Servono comunisti che si occupino di far montare la resistenza e di promuovere la guerra contro il nemico di classe.
Noi del P.CARC facciamo questo, lavoriamo per raccogliere e incanalare le numerose spinte all’unità verso la costruzione di un fronte ampio, operaio e popolare, per la cacciata del governo Draghi.
Lavoriamo per moltiplicare organizzazioni operaie e popolari e siamo per la massima collaborazione, lo scambio d’esperienza e i rapporti fraterni con chiunque assume un ruolo positivo nella resistenza e nella lotta contro la borghesia imperialista e il suo clero.

Quale contenuto ha l’iniziativa del P.CARC rispetto ai circoli e sezioni di altri partiti? E quali difficoltà si incontrano?

Nel rapporto con le altre organizzazioni comuniste raggiungiamo risultati positivi principalmente con i circoli e le sezioni con cui conduciamo attività comuni, pratichiamo la solidarietà reciproca e sviluppiamo dibattito franco e aperto e lotta ideologica sui temi di divergenza.
Con questi circoli e sezioni si stabilisce un rapporto di dare/avere: il confronto porta insegnamenti a noi come a loro.

Un motivo che rende problematico il nostro rapporto con le altre organizzazioni comuniste, ma specialmente coi loro vertici, è il fatto che noi del P.CARC contrastiamo l’unità senza principi: di fronte a linee e posizioni dannose per la rinascita del movimento comunista siamo sempre per la costruzione di un’unità superiore, frutto della lotta ideologica e del dibattito franco e aperto.
Questo approccio viene spesso tacciato da esponenti anche autorevoli di altre organizzazioni come mancanza di rispetto, personalizzazione delle critiche, ecc. Chi ci sferra questi attacchi capovolge la realtà, probabilmente per paura del confronto. Tuttavia, per risollevarsi il movimento comunista non ha bisogno di bon ton e diplomazia sulle questioni ideologiche e politiche: ha bisogno, al contrario, di dibattito franco e aperto, talvolta anche aspro.
Significa che se io in questa mia intervista affermo cose che nuocciono alla causa del comunismo, ogni altra organizzazione comunista deve sentirsi in dovere di criticare e attaccare quanto di lesivo ho trasmesso con le mie parole. Significa che se ascolto – come è successo – Marco Rizzo sostenere in un comizio pubblico che “se qualcuno pensa di voler fare la rivoluzione socialista c’è da chiamare il 118”, ho il dovere di criticarlo pubblicamente per le parole usate, indegne di un esponente comunista.

D’altro canto Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao, Gramsci non ci hanno insegnato affatto che bisogna tacere sulle divergenze. Tutt’altro… “Ma quelli erano giganti, voi chi vi credete di essere…” è una frase che si sente spesso e che ha una certa presa tra i promotori del disfattismo e dell’attendismo. Bene, noi operiamo nel solco tracciato da questi giganti e invitiamo i compagni devoti alla causa del comunismo a seguire la stessa strada e ad abbandonare al loro destino certi promotori della rinascita del movimento comunista che utilizzano la sua grande storia per imboscarsi alle spalle dei giganti

Parliamo delle difficoltà: una di esse è certamente il settarismo fra le nostre file, settarismo che però caratterizza anche tanti organismi che raccolgono i compagni “che hanno la falce e il martello nel cuore”…

Neanche noi siamo immuni dalle influenze di quello spirito di concorrenza di cui parlavo. Anche se abbiamo, per così dire, un’attenuante: esiste un diffuso e per certi versi storico atteggiamento pregiudiziale nei nostri confronti, un cordone sanitario che negli anni i gruppi dirigenti della sinistra borghese hanno eretto a suon di denigrazioni, fondamentalmente per evitare di fare i conti con la linea politica che promuoviamo.
Dover rompere questo cordone sanitario ci ha spinto nel tempo a promuovere anche al nostro interno una robusta cura contro il settarismo per poter intessere relazioni a 360° gradi, anche con organizzazioni ed esponenti che avevano pregiudizi verso di noi, che ci denigravano e diffondevano fandonie sul nostro conto.
Il perdurare del cordone sanitario ha fatto sì che al nostro interno si sviluppasse la tendenza arretrata di relazionarci agli altri come essi facevano con noi.
Ma è certo che in casa nostra spirito di concorrenza e settarismo non sono considerati un valore aggiunto, ma ostacoli allo sviluppo della nostra politica rivoluzionaria e vengono trattati di conseguenza, con la rettifica e specifici percorsi di formazione per quanti sono affetti da questa velenosa influenza della borghesia e del clero.

Affrontiamo il tema delle denigrazioni contro la Carovana del (nuovo)PCI e il P.CARC: c’è chi dice che siamo “finanziati dai servizi segreti”… Come si affrontano le denigrazioni?

Anzitutto, sia a chi provoca apertamente che a chi ingenuamente si fa portavoce di tali denigrazioni dobbiamo chiedere di circostanziare le accuse e di denunciare pubblicamente gli infiltrati e gli infami al soldo dei servizi segreti. Questo è il modo elementare – ma efficace – di praticare la vigilanza rivoluzionaria.
Poi, a chi amplifica le voci e alimenta le denigrazioni, dobbiamo chiedere di fare i nomi e i cognomi di chi ha partorito simili “notizie”.Questo è il modo elementare – ma efficace – per liberare il movimento comunista dalla presenza di personaggi che, infangando i comunisti, fanno oggettivamente il gioco della classe dominante, siano essi pagati per farlo oppure semplicemente degli utili idioti, irresponsabili.
La condotta di personaggi simili danneggia non solo il nostro Partito, ma la serietà della lotta contro spie e polizia politica.
Bisogna, invece, essere comprensivi con gli ingenui che danno prova concreta di ricredersi.

Alcuni anni fa un dirigente romano del PCI Alboresi scrisse pubblicamente su Facebook di diffidare del P.CARC in quanto partito politico sul libro paga della polizia. Intervenni in quella discussione e il compagno, compreso il suo errore, fece autocritica pubblicamente.
Ad ogni modo, è chiaro che le denigrazioni di cui siamo oggetto non sono casuali o frutto della sola ingenuità e fantasia di questo o quel militante mal informato o in cattiva fede.
Se tra i circoli di base del PC di Rizzo o del PRC gira con insistenza la menzogna che il P.CARC sarebbe pagato dai servizi segreti è perché nei gruppi dirigenti di quelle organizzazioni c’è qualcuno che promuove scientemente la menzogna.

Se, come accaduto nell’ottobre 2020, il giornale on line Contropiano della Rete dei Comunisti, in un articolo ha insinuato che vi fosse un collegamento tra alcuni compagni del P.CARC (perquisiti dalla polizia) e l’ondata repressiva contro il movimento NO TAV, non è certo per idiozia dell’articolista: l’idiozia appartiene almeno a una parte del gruppo dirigente di Rete dei Comunisti che quel giornale edita e che nonostante le nostre rimostranze ha mantenuto in bella mostra l’infame articolo.
La campagna di denigrazioni nei nostri confronti è dimostrazione della continuità con le più reazionarie deviazioni del vecchio PCI, una tara che affligge tanto i promotori della continuità con il vecchio PCI — come la dirigenza del PC Rizzo — quanto quelli che dal vecchio PCI dicono di prendere le distanze — come il gruppo dirigente di Rete dei Comunisti.

Spargere calunnie, denigrazioni e infami menzogne come viene fatto nei nostri confronti è in perfetta continuità con il PCI di Berlinguer che faceva causa comune con il nemico per non affrontare questioni e problemi politici posti dalle organizzazioni che erano alla sua sinistra.

La nostra critica contro simili atteggiamenti è inflessibile, ma non ci facciamo trascinare in guerre per bande che sono invece nocive alla lotta di classe. Pertanto, mentre chiediamo ai nostri denigratori di circostanziare le loro menzogne sul nostro conto e chiamiamo tutti i nostri compagni a vigilare su chi le diffonde, ci manteniamo disponibili all’unità d’azione, alla solidarietà reciproca e al dibattito franco e aperto con le altre organizzazioni e con quanti in queste organizzazioni sono disposti ad intrattenere relazioni con noi.

Nel corso delle celebrazioni della Giornata Internazionale del Rivoluzionario Prigioniero che si sono svolte nell’ambito della Festa della Riscossa Popolare della Toscana, il Segretario Nazionale del P.CARC, Pietro Vangeli, è intervenuto illustrando il bilancio che la Carovana del (nuovo)PCI fa del movimento rivoluzionario degli anni ‘70 del secolo scorso nel nostro paese.
Il dibattito che ha seguito le relazioni introduttive è stato occasione per trattare anche della natura delle denigrazioni che il movimento comunista e rivoluzionario ha dovuto costantemente subire: non solo da parte della Borghesia imperialista, ma soprattutto dai riformisti e dai revisionisti. Di fronte a una domanda dal pubblico, ha trattato anche delle denigrazioni di cui è oggetto oggi il P.CARC.
“Le denigrazioni sono una costante nella storia del movimento comunista, la Borghesia Imperialista e i suoi gregari denigrano costantemente il movimento rivoluzionario. Pensate che anche Lenin veniva accusato di essere al soldo degli imperialisti tedeschi!
Chi promuove le denigrazioni? La classe dominante ha di certo interesse a dare risonanza alle denigrazioni, a veicolarle e farle circolare, ma la fonte sono le forze revisioniste e riformiste. Esse hanno uno specifico interesse a denigrare tutto quello che sta alla loro sinistra, perché chi sta alla loro sinistra, con la sua esistenza e la sua azione, smaschera il ruolo dei revisionisti e dei riformisti. Non è un caso che i chiacchiericci e le denigrazioni spesso facciano il paio con tesi tipo “la rivoluzione socialista non è possibile”.
Prendete quanti, fra le file del PC di Marco Rizzo, mettono in giro voci sul fatto che siamo pagati dai servizi segreti, dalla polizia, ecc. Non fanno che ripetere quello che anni addietro il PCI diceva delle organizzazioni rivoluzionarie degli anni ‘70. E non c’è da stupirsene: non hanno fatto i conti con la storia del PCI, non hanno fatto un bilancio di dove sono finiti i revisionisti.
Lo stesso Marco Rizzo proviene da lì, da quell’ambiente: era della Federazione di Torino del PCI, quella che fu la principale artefice delle schedature di operai, lavoratori e compagni sospettati di essere delle BR, simpatizzanti o fiancheggiatori. E’ sulla base di quelle schedature che poi, ad esempio, 61 operai subirono il licenziamento politico alla FIAT, nel 1979…
Che i riformisti denigrino il movimento comunista è una costante, non bisogna stupirsene. Quello che è davvero importante, ciò su cui dobbiamo formare ed educare tutti i compagni, al di là del partito o dell’organizzazione in cui militano, è che chi ha notizie di infiltrazioni le deve circostanziare e denunciare pubblicamente!
Questo ci è successo, in passato. C’erano due soggetti che erano davvero manovrati dalla polizia, che erano infiltrati, informatori. Abbiamo raccolto gli elementi e li abbiamo sputtanati pubblicamente: così hanno smesso di nuocere a noi e non hanno potuto riciclarsi in altre organizzazioni o movimenti.

Se non si denuncia, se non si portano le prove, quando si dice “questo è pagato dai servizi” o “questo lavora per la polizia” non si fa un buon servizio alla causa del proletariato, ma lo si fa alla borghesia”.

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