Intervista ad Alessandro Della Malva

Ti abbiamo lasciato ad aprile barricato con altri compagni e compagne nella casetta sopra il vecchio autoporto di San Didero, nei giorni della resistenza contro l’avvio dei lavori per la costruzione del nuovo autoporto. Partiamo da lì, da quella mobilitazione, per riprendere il discorso sulla lotta contro il TAV…

Abbiamo deciso di occupare il vecchio autoporto di San Didero e costituire un presidio permanente per vari motivi. Il primo è che quel rudere rappresenta perfettamente il sistema speculativo del TAV: esso fu completato nel 1979 e da allora non è mai entrato in funzione, è stato da subito lasciato all’abbandono.
In Valle esiste già un altro autoporto, a Susa, ma TELT (l’azienda che cura la realizzazione del TAV e delle opere connesse – ndr) ha deciso di eliminarlo per costruire le strutture di trattamento dello smarino, il materiale di risulta dei tunnel del TAV che è pieno di amianto. TELT aveva originariamente intenzione di impiantare le strutture a Salbentrant, ma l’unico sito che avrebbe potuto ospitarle è risultato già saturo di amianto, prodotto da precedenti speculazioni. Quindi, anziché bonificare il territorio dall’amianto esistente e approntare il trattamento dello smarino, TELT ha pensato bene di lasciare Sanbeltrand sommersa dall’amianto, sommergere anche Susa, abbattere il vecchio autoporto di San Didero e costruirne uno nuovo. Logico no? Agli speculatori i soldi, alla popolazione l’amianto e il territorio devastato e militarizzato!

A dicembre 2020 abbiamo quindi costituito il presidio permanente. Fin da subito è stata un’iniziativa che ha raccolto entusiasmo, partecipazione, condivisione da parte degli abitanti della Valle. Anche se il 19 aprile il presidio è stato sgomberato, questa battaglia per certi versi è stata “una boccata di ossigeno” che ha rilanciato la mobilitazione proiettandola in una prospettiva di attacco e non solo di difesa o di disturbo dei lavori.
Credo che il grado di coinvolgimento nelle mobilitazioni contro lo sgombero del presidio e la loro intensità siano esattamente la dimostrazione di questo – passatemi il termine – “nuovo slancio”.

La postazione del presidio è stata persa, ma la mobilitazione non si è fermata nonostante una repressione feroce…

Tutta l’operazione del presidio permanente all’autoporto è stata pensata e condotta con l’obiettivo di rilanciare la mobilitazione popolare in Valle. Avevamo perfettamente chiaro che l’obiettivo della battaglia NON era resistere a oltranza nell’autoporto, ma rinfocolare quanto più possibile il sentimento NO TAV della Valle riattivare persone, organismi, energie, tornare a parlare di politica e a porre la questione nei termini che hanno reso forte e grande il Movimento NO TAV: “non lottiamo per dare fastidio al progetto e ai lavori, lottiamo per impedire che il TAV sia costruito, per impedire che la Valle sia distrutta, per salvaguardare ambiente, territorio e comunità”.
Quindi sì, la posizione è stata persa, ma abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati e, anzi, forse li abbiamo persino superati.
Quando di notte vedi la strada statale illuminata dai lampeggianti di decine e decine di blindati, quando vedi centinaia o forse migliaia di agenti rastrellare il territorio con le torce, subito seguiti dagli operai che cercano di non perdere un minuto per erigere recinzioni, filo spinato, muri perché “se arrivano i NO TAV il cantiere non lo si chiude più”, quando vedi sparare lacrimogeni come se piovessero in faccia ai manifestanti… beh, allora ti rendi conto che tutta questa repressione ha solo una motivazione: la paura di non farcela. TELT, malavita, istituzioni, politicanti, padroni, speculatori e questura sono tutti terrorizzati dal Movimento NO TAV.

Il tradimento del M5S ha probabilmente posto in forme nuove la questione che “non ci sono governi amici” e delle relazioni con parlamentari e amministratori. Che valutazione fai?

Guarda, il discorso è articolato. Tratto solo due aspetti.
Ci sono esponenti del M5S che continuano ad essere parte integrante del Movimento NO TAV e la loro buona fede non è messa in discussione da nessuno, come Jessica Costanzo e Francesca Frediani, per citarne due, ma è indubbio che la “delusione” per il tradimento del M5S è forte ed è diffusa. Questa delusione però è dovuta ad atteggiamenti sbagliati che il Movimento NO TAV ha assunto in precedenza verso il M5S e gli eletti in generale. Da una parte c’è chi, da sempre, ha portato avanti la linea che non bisogna “sporcarsi le mani con i politicanti” e che quindi per certi versi si è sempre precluso la strada di valorizzare gli eletti e il loro potenziale ruolo. Dall’altra, c’è chi ha detto “lasciamoli lavorare” senza incalzarli, senza chiedere loro conto, senza obbligarli a portare avanti iniziative negli interessi del Movimento NO TAV. La delusione e l’incazzatura di oggi sono un po’ il frutto anche della combinazione delle due linee, entrambe arretrate.
Con la mobilitazione del presidio di San Didero, tuttavia, abbiamo visto alcuni sindaci e amministratori locali tornare ad assumere un ruolo nel Movimento NO TAV, schierarsi, adottare misure contro l’occupazione militare del territorio, ad esempio. Credo che questa sia una cosa importante perché, comunque la si pensi, un sindaco è pur sempre un personaggio che gode della fiducia della maggioranza dei cittadini di un comune e che il sindaco prenda o non prenda posizione, che porti avanti o meno una certa iniziativa, fa la differenza. Soprattutto per riattivare quella parte popolare del Movimento che ha le radici ben piantate nel territorio, che qui ci vive e lavora da generazioni…

La battaglia contro il TAV non è questione della Val Susa, è questione nazionale e attiene al governo del paese, come quella di Alitalia, dell’ex-ILVA di Taranto, come la lotta contro il traffico di armi nei porti italiani e quella della sicurezza sui posti di lavoro. Credi che questa consapevolezza sia diffusa nel Movimento NO TAV?

Il discorso è, ovviamente, contraddittorio. Se mi chiedi se il Movimento NO TAV ha consapevolezza di essere un punto di riferimento per la mobilitazione delle masse popolari di tutto il paese, ti dico di sì. Decenni di resistenza, di lotta, di solidarietà e di pratiche collettive sono un patrimonio sedimentato. In questo senso il Movimento ha sicuramente l’autorevolezza di convocare una mobilitazione nazionale in questa fase: è ben presente la comprensione che la bandiera NO TAV sventola in ogni lotta del nostro paese.
Se mi chiedi invece se esiste la consapevolezza di come valorizzare questo ruolo ai fini del rafforzamento della più generale mobilitazione delle masse popolari… ti dico di no. Principalmente perché la ricca e anche creativa esperienza del Movimento non si è tradotta in una consapevolezza piena della prospettiva che bisogna costruire.
Faccio un esempio: una volta un compagno del Movimento è stato criticato perché lavorava per SITAF (l’azienda concessionaria dell’autostrada A32 e compartecipe del “banchetto” del TAV – ndr) e gli fu detto che per essere coerente avrebbe dovuto cambiare mestiere. Lui rispose che sarebbe stato ben lieto di farlo, ma il Movimento NO TAV che alternativa gli proponeva per sfamare la sua famiglia?
Ovviamente l’esempio è riduttivo e per certi versi è una forzatura, però per altri risulta anche calzante. Quella che si pone al Movimento NO TAV è la questione che si pone a tutti i movimenti popolari decisi a vincere, ma date le caratteristiche del Movimento NO TAV, per esso il problema è ancora più stringente: dire NO non basta, bisogna costruire l’alternativa.
Poiché la risposta a questa questione non è ancora stata formulata in modo organico, il Movimento NO TAV fatica a costruire una rete stabile con altri organismi operai e popolari, secondo me. Probabilmente bisogna ragionare bene sul fatto che la risposta al problema non può darla “uno per tutti” ma va trovata collettivamente percorrendo assieme lo stesso pezzo di strada.

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