L’installazione di Draghi al governo è stata una manovra di palazzo delle Larghe Intese per togliere di mezzo Conte e il M5S (richiudere la breccia nel sistema politico che le masse popolari avevano aperto con le elezioni del 2018 – vedi articolo a pag. 12) e installare un governo che attuasse senza se e senza ma il programma comune della classe dominante. L’esito finale dell’operazione è ancora incerto.
L’installazione di Draghi è riuscita perché il M5S non solo vi si è prestato, ma ne è diventato a sua volta promotore. E perché la pur ampia rete di organizzazioni sindacali, partiti politici di opposizione, associazioni e movimenti è rimasta alla finestra aspettando che gli eventi si compissero, anziché mobilitarsi per impedirli.

Quando Draghi si è installato (febbraio 2021) per le Larghe Intese rimanevano due questioni da affrontare e che si sono via via definite: approvare in fretta e furia il Recovery Plan (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) alle condizioni pretese dalla UE e continuare la disgregazione del M5S inglobandolo nel polo PD delle Larghe Intese. Tuttavia, la classe dominante non ha ancora raggiunto gli obiettivi che si era prefissata con l’operazione Draghi perché questo governo è tutt’altro che stabile.
Nei mesi estivi, e ancor più nel prossimo autunno, “i nodi” e le balle del Recovery Plan verranno al pettine e le manovre antipopolari che la classe dominante sta già mettendo in atto si faranno più sfacciate ed estese. Draghi dovrà imporre “le riforme” con la forza, fronteggiando le mobilitazioni contro la chiusura delle aziende, i licenziamenti, la povertà dilagante, ecc. Ma, al di là dello sfoggio di sicurezza e forza, il governo Draghi è debole.

La sua debolezza ha due cause.

La prima risiede nelle contraddizioni esistenti fra le varie componenti della classe dominante. Imperialisti USA e UE, sionisti, Vaticano, organizzazioni criminali e comitati d’affari sono tutti uniti contro le masse popolari, ma sono profondamente divisi al loro interno, in lotta gli uni contro gli altri per affermare i loro specifici interessi.
Tali contraddizioni si traducono in rivalità tra i due poli politici (PD e polo Berlusconi, Lega e FdI), sindacati di regime, associazioni di categoria… la Santa Alleanza che oggi sostiene Draghi e che gli assicura la maggioranza assoluta in parlamento è destinata a sciogliersi come neve al sole.

Nella mobilitazione delle masse popolari risiede la seconda – ma principale – causa della debolezza di Draghi e del suo governo. Non bastano le benedizioni, le investiture, la grancassa di giornalisti e opinionisti a tenerlo su: se Draghi ha le masse popolari contro, non riuscirà ad amministrare neppure un condominio!

Oggi, dopo l’installazione di Draghi, dopo la sottomissione del M5S e dopo la definizione delle “linee di indirizzo per il paese”, vincolanti per tot anni e che “nessuno può revocare, neppure un nuovo governo”, si apre la fase in cui le chiacchiere stanno a zero e a decidere sono i fatti: o il governo Draghi si consolida e conquista posizioni, oppure il governo Draghi finisce a gambe all’aria e con lui le pretese degli sciacalli di ogni risma di continuare a fare come prima e peggio di prima.
Noi ci occupiamo di questa seconda possibilità. Lavoriamo per questa, che per realizzarsi necessita che gli organismi operai e popolari costituiscano un loro governo di emergenza.

I principali ostacoli allo sviluppo di questa strada risiedono nelle idee errate che guidano molti dei dirigenti ed esponenti delle organizzazioni politiche e sindacali che pure – in alcuni casi con generosità – si pongono l’obiettivo di organizzare e mobilitare i lavoratori e le masse popolari. Sono limiti di concezione ereditati dalla tradizione del vecchio PCI revisionista e della sinistra borghese di Bertinotti&C che ne ha preso il posto.
Lo spirito di concorrenza fra organizzazioni e partiti alimenta in senso antagonista le contraddizioni che pure esistono – inevitabilmente – fra diversi settori delle masse popolari (gli operai contro i dipendenti pubblici, i lavoratori dipendenti contro i lavoratori autonomi, la tutela dell’ambiente contro il diritto al lavoro, ecc.) e impedisce la pratica di un’effettiva unità d’azione che in tanti proclamano necessaria.

La sfiducia nella forza delle masse popolari organizzate comporta che molte battaglie sono condotte senza la ferma convinzione di poterle vincere. In questo i sindacati di regime sono maestri e anzi promuovono coscientemente la linea di asservimento degli operai ai padroni. Di fronte alla chiusura delle aziende e ai licenziamenti di massa portano i lavoratori sulla via degli accordi al ribasso “perché il destino è segnato”, “meglio accettare la CIG, contratti di solidarietà e poi si vedrà”, anziché sulla via della lotta: è il caso della Whirlpool di Napoli, della Bekaert di Figline Valdarno, della ex-Lucchini di Piombino, ecc. I sindacati di regime sono diventati i becchini dei posti di lavoro!
La convinzione che le cose si possano cambiare solo “dal di dentro” delle istituzioni borghesi spinge i partiti di opposizione a perseguire senza sosta l’obiettivo di raccogliere voti, avere eletti, portare la voce delle masse popolari nei palazzi. La loro attività si appiattisce sulla necessità di visibilità elettorale e i risultati sono ben evidenti: sono stati cancellati dal panorama elettorale e non hanno nessuna prospettiva di rientrarci.

I passi per avanzare nella lotta per cacciare Draghi e costituire un governo di emergenza delle masse popolari organizzate consistono nel valorizzare tendenze che già esistono e che si svilupperanno positivamente, su ampia scala, solo grazie all’azione cosciente dei comunisti e della parte più lungimirante e generosa delle masse popolari.
Il Movimento NO TAV è un esempio di ciò che significa “combattere per vincere” (vedi articolo a pag. 11). La fiducia nella vittoria è la condizione che permette di resistere a qualunque manovra della classe dominante e di ragionare in termini di sviluppo, di conquistare posizioni e alimentare il protagonismo delle masse popolari.

I lavoratori del porto di Genova (CALP) che si mobilitano da anni contro il traffico di armi nei porti italiani hanno aperto la strada: i portuali di Livorno, di Napoli e di Ravenna hanno cercato di impedire il transito delle armi destinate al massacro del popolo palestinese. È un esempio, circoscritto ma grandioso, della solidarietà di classe internazionalista che per il movimento popolare di ogni epoca e paese è linfa vitale. È un primo effetto della costruzione del coordinamento dei lavoratori dei porti (vedi articolo pag. 9)

I lavoratori della FedEx-TNT che da mesi sono in sciopero contro i ricatti della multinazionale americana, sostenuta dai sindacati di regime, sono un esempio di orgoglio di classe che fa piazza pulita degli accordi al ribasso sulla pelle dei lavoratori. Sono un esempio per gli operai (italiani e immigrati) delle tante fabbriche che i padroni chiudono e delocalizzano per valorizzare il capitale.

I lavoratori Alitalia (vedi articolo a pag. 8) tornano a porre con forza dirompente la questione delle nazionalizzazioni, di un governo del paese che fa gli interessi delle masse popolari, della necessità della partecipazione attiva dei lavoratori tanto al funzionamento delle aziende quanto al funzionamento del paese.

Questi sono – ma l’elenco è parziale – gli esempi a cui guardare, da cui attingere, da rafforzare e sostenere.

In campo “politico” abbiamo di fronte la necessità – e anche la possibilità – di dare alle tendenze avanzate che gli organismi operai e popolari già esprimono l’adeguato sviluppo e sostegno.
Bisogna valorizzare l’iniziativa e l’attività di ogni partito, organizzazione e movimento che oggettivamente svolge un ruolo di opposizione a Draghi e al suo governo, alla UE, alla NATO, al Vaticano. Bisogna mettere da parte lo spirito di concorrenza, valorizzare il contributo che ognuno può dare – e oggettivamente dà – al campo delle masse popolari, alla loro organizzazione, alla loro mobilitazione, alla loro formazione ed emancipazione, al loro protagonismo.

Bisogna usare ogni ambito e occasione per costituire un fronte comune anti Larghe Intese che pone apertamente la questione del governo alternativo a quello imposto dalla classe dominante.
Bisogna promuovere la sana relazione fra organismi operai e popolari ed eletti di ogni ordine e grado: deputati, senatori, consiglieri regionali e comunali e amministratori locali “di rottura” devono mettersi al servizio degli organismi operai e popolari. Non devono “porsi come referenti”, ma devono mettersi al servizio, cioè attuare quello che gli organismi operai e popolari indicano loro di fare senza accampare scuse e senza indugi. A questi ultimi il compito di incalzarli senza sosta.

Le balle del recovery plan

200 miliardi di euro. Tale cifra, volutamente fuorviante, è il risultato della somma – senza alcun significato economico – di una sovvenzione proveniente da un fondo che l’Italia dovrà alimentare così come gli altri paesi dell’Unione e dei prestiti che la Commissione potrebbe contrarre a suo nome, permettendo all’Italia di pagare meno interessi che se si indebitasse direttamente. (…) Tra il 2021 e il 2026 l’Italia riceverà una sovvenzione di 82 miliardi da un fondo al quale dovrà contribuire per 40 miliardi: la sovvenzione netta sarà dunque di 42 miliardi. Per quanto riguarda gli eventuali prestiti (127 miliardi), l’aiuto corrisponderebbe ai risparmi realizzati sull’onere degli interessi, che dipendono dal differenziale tra i tassi italiani e quelli a cui prenderebbe in prestito la Commissione. In ogni caso, questi risparmi non supereranno i 24 miliardi di euro. Questi calcoli sono stati presentati da Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo in “Draghi’s plan need less Keynes, more Schumpeter”, Financial Times del 12 febbraio 2021.
Brano tratto da “L’Italia, un laboratorio politico europeo” articolo di Stefano Palombarini pubblicato su Le Monde Diplomatique – aprile 2021

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