Su Resistenza abbiamo trattato a lungo e in profondità di ciò che sono stati i governi Conte (in particolare del Conte 1), dell’inedita situazione politica che li aveva generati, delle difficoltà che avrebbero incontrato e dell’esito – in parte già scritto – del fenomeno politico che essi hanno rappresentato.

Ci limitiamo qui a una estrema sintesi.
Il crescente malcontento e il distacco di ampi settori delle masse popolari dal sistema politico delle Larghe Intese si è tradotto nel 2018 nel voto di massa al M5S (e solo secondariamente alla Lega) che allora incarnava le aspettative e le speranze di cambiamento di milioni di persone.
Mattarella ha fatto di tutto per impedire che il M5S formasse un governo (operazione Cottarelli), ma il M5S, anziché imporre un governo di minoranza relativa per lavorare sulle misure da conquistare volta per volta in parlamento, ha perseguito la via dell’alleanza con la Lega.
La Lega ha presto abbandonato la barca (nell’agosto 2019), dimostrando platealmente di essere a pieno titolo “forza di sistema” a dispetto della propaganda barricadera di Salvini. Alla ricerca di una nuova maggioranza di governo, il M5S è quindi caduto nelle braccia del PD.

Il cambiamento fra il governo Conte 1 e il governo Conte 2 è ben evidente: le principali misure a favore delle masse popolari il M5S le ha fatte al governo con la Lega, il Conte 2 è stato più che altro il tentativo di preservarle.
La pandemia ha accelerato ogni processo: il Conte 2 doveva decidere come e quanto manovrare per sottomettere ulteriormente l’Italia alla UE (MES, Recovery Plan), ma per la UE e le Larghe Intese, Conte evidentemente non dava adeguate garanzie per riprendere su ampia scala l’attuazione del programma comune della classe dominante. Per questo è stato fatto fuori con una manovra di palazzo e sostituito con Draghi.
Il fallimento dei governi Conte e il sostegno del M5S al governo Draghi chiudono momentaneamente la breccia aperta con il voto del marzo 2018 e segnano la fine dell’esperienza del M5S per come era nato e si era sviluppato.

Perché il M5S ha fallito?

Troppe volte i motivi della parabola discendente del M5S sono stati individuati nel fatto che gli eletti e ministri del M5S avrebbero voluto cambiare il paese, ma “non glielo hanno lasciato fare”.
Al netto del fatto che se i cambiamenti politici e sociali dipendessero dall’assenso della classe dominante saremmo all’età della pietra, la spiegazione è comunque lacunosa e porta fuori strada.

I motivi sono tutti di carattere politico e riguardano la concezione (il modo di pensare da cui discende l’azione pratica) che ha guidato il M5S, caratterizzata da
legalitarismo, cioè la convinzione che i motivi per cui il paese è allo sfascio risiedono nel mancato rispetto delle regole e delle leggi da parte di chi governa e che per cambiare le cose sia sufficiente rispettare le leggi giuste che già ci sono e abrogare/impedire quelle sbagliate che fioriscono a tutela degli interessi della casta;
conciliatorismo, cioè cercare di tenere insieme interessi contrapposti e antagonisti: quelli dei capitalisti e quelli dei lavoratori, quelli di chi devasta l’ambiente e quelli delle popolazioni avvelenate dall’inquinamento, quelli degli speculatori e quelli delle masse popolari;
sfiducia nelle masse popolari che si è manifestata nel progressivo restringimento degli spazi di discussione, decisione, trasparenza e protagonismo dal basso, in favore del politicantismo tipico dei vecchi tromboni della politica borghese.

Il M5S è naufragato perché ha anteposto il funzionamento delle istituzioni (occupate per intero, a ogni livello, dai funzionari delle Larghe Intese) al cambiamento del paese negli interessi delle masse popolari. In questo modo ha progressivamente perso il ruolo di principale agitatore delle masse popolari e di centro autorevole della loro mobilitazione, fino a dismettere la rete di meetup che rappresentava la forza creativa e propulsiva del Movimento.
Il naufragio del M5S è anche la causa del naufragio dei governi Conte. Ne è dimostrazione il fatto che quando Conte è stato posto sotto assedio dalle Larghe Intese (con le manovre di Renzi e Mattarella nel febbraio 2021) il M5S si è accodato alle indicazioni di Mattarella, spalancando le porte a Draghi.

La storia è maestra

La giravolta del gruppo dirigente, che ha la responsabilità di aver portato il M5S a essere lo zerbino di Draghi, ha disgregato la principale forza politica di cambiamento del paese che era emersa nel corso degli ultimi 7 anni.
Oggi che quel capitolo è chiuso e anzi – peggio – vive negli strascichi giudiziari fra M5S e Rousseau, nelle espulsioni, negli abbandoni, nel tradimento delle battaglie costitutive del Movimento, nel ritiro a vita privata di centinaia di migliaia di attivisti dei meetup, è necessario che chi intende raccogliere il testimone faccia un bilancio serio di quell’esperienza per non ripetere gli stessi errori e per valorizzarne il percorso al fine di un cambiamento effettivo del paese.

Gli insegnamenti principali che noi individuiamo sono 3.

1. Gli interessi delle masse popolari e quelli della classe dominante sono inconciliabili e antagonisti, in ogni ambito e contesto. Non esiste – e non può esistere – uno Stato (o un governo) al di sopra delle classi. O si fanno gli interessi della classe dominante o si fanno gli interessi delle masse popolari.

2. Per fare gli interessi delle masse popolari bisogna essere disposti a violare prassi, norme e leggi che esistono solo in funzione degli interessi della classe dominante. Si rizzeranno i capelli in capo ai vari “paladini della legalità”, ma mentre loro discutono di quanto e come sia giusto rispettare le leggi e difendere la “democrazia”, FCA fa razzia di denaro pubblico, i Benetton continuano a speculare su Autostrade, la malavita fa affari con il TAV e le altre grandi opere inutili e dannose, Formigoni riottiene il suo vitalizio, la sanità privata fa miliardi a palate, mentre la polizia spara lacrimogeni sui manifestanti, i lavoratori muoiono sul posto di lavoro e le masse popolari sprofondano nella miseria.

3. A conferire la forza di incidere sulla realtà non sono le varie cariche istituzionali che si ricoprono (di ministro, deputato o senatore o membro di commissioni parlamentari), ma lo stretto legame che si mantiene con le masse popolari a cui ogni eletto deve rendere conto, da cui deve prendere indicazioni dirette su cosa fare o non fare, a cui deve portare sostegno nelle mobilitazioni grandi e piccole, che deve impegnarsi a organizzare nel modo più capillare possibile usando a tale scopo anche parte dello stipendio, le diarie e i rimborsi che percepisce. Il M5S ha vissuto il suo “massimo splendore” quando era forte l’intesa con le masse popolari, quando non era nei palazzi e in televisione, ma nelle piazze! Ecco, i palazzi di chi ha veramente cuore gli interessi delle masse popolari devono tornare a essere le piazze!

Opposizione a Draghi e governo del paese

Per valorizzare il ruolo positivo che il M5S ha svolto bisogna prima di tutto prendere atto che dalla sua disgregazione sono nate varie componenti che si pongono l’obiettivo di raccoglierne il testimone.
Per dare seguito a questa volontà è necessario concentrarsi con serietà sul bilancio dell’esperienza: rendere pubbliche le riflessioni che si fanno e gli insegnamenti che si ricavano, scoprire tutti “gli altarini” e coinvolgere le masse popolari nel dibattito, tirare conclusioni che siano collettive.

Gli eletti di ogni ordine e grado devono uscire dai palazzi e diventare punto di riferimento affidabile, sprone e risorsa per gli organismi popolari, operai, sindacali che sono in prima fila nella mobilitazione contro il governo Draghi.

Siamo in una fase storica in cui la semplice opposizione alla classe dominante è un vestito che sta ormai stretto ai lavoratori e alle masse popolari: per impedire l’eliminazione di ciò che resta delle residue conquiste di civiltà e benessere e far fronte agli effetti più gravi della crisi occorre liberare il paese e dotarlo di un governo di emergenza che sia espressione dei loro interessi e che attui, fin da subito, tutte le misure di cui c’è bisogno.
Tutto il resto nel migliore dei casi è propaganda elettorale, nel peggiore è lamento funzionale alla propaganda di regime.

È necessario che le mille anime che promuovono o partecipano alla resistenza al governo Draghi costituiscano un fronte comune. Di tale fronte, l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari è l’aspetto principale (creare ovunque organismi che combinano la protesta con le attività pratiche necessarie ad affrontare i mille problemi e le mille contraddizioni generate dall’aggravamento della crisi), mentre l’attività degli eletti e dei portavoce rimane un aspetto accessorio, ma comunque importante (per le informazioni a cui hanno accesso, per la rete di relazioni e le risorse di cui dispongono, ecc.).
In questo processo, difficile ma necessario, ogni tipo di concorrenza elettorale è bandita e ogni personalismo deve passare in secondo piano.

Pablo Bonuccelli
Direttore di Resistenza

Gli eletti e i portavoce di ogni ordine e grado (Camera, Senato, Consigli regionali e comunali, ecc.) si devono mettere al servizio degli organismi operai e popolari.
Non devono “porsi come referenti”, devono mettersi al servizio, cioè devono fare quello che gli organismi operai e popolari dicono loro di fare senza accampare scuse e senza indugi.
Ispezioni nelle aziende per verificare le condizioni di lavoro e i dispositivi di sicurezza (non solo contro il Covid-19: ci sono più di 2 morti al giorno sui luoghi di lavoro!); ispezioni negli ospedali pubblici e nelle strutture private o nelle carceri; partecipazione alle manifestazioni dei lavoratori e dei commercianti; interrogazioni parlamentari e ricorsi contro le rappresaglie che colpiscono chi denuncia condizioni insostenibili di lavoro (vedi medici e infermieri); partecipazione ai picchetti contro gli sfratti (che vengono eseguiti nonostante siano formalmente sospesi)…
Sono solo alcuni esempi di cosa intendiamo per “mettersi al servizio degli organismi operai e popolari”. Ogni organismo, organizzazione sindacale e rete sociale potrà individuare altri mille modi attraverso cui farlo – da Resistenza n. 3/2021.

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