Il 30 marzo più di 2000 operai e altri lavoratori dell’aeroporto di Fiumicino hanno assediato la sede del Ministero dello Sviluppo Economico, nell’ambito di una manifestazione, un presidio organizzato dai sindacati di base CUB e USB ma a cui, costretti a rincorrere i lavoratori, hanno aderito anche i vertici categoriali dei sindacati di regime (CGIL-CISL-UIL). La grande mobilitazione del 30 marzo segue gli altrettanto partecipati momenti di mobilitazione che i lavoratori del trasporto aereo italiano stanno animando in tutta Italia da un mese a questa parte.

L’installazione del governo Draghi ha segnato infatti una brusca accelerazione dei processi di smantellamento e vendita della compagnia di bandiera italiana in atto da decenni e assecondati anche dai governi Conte I e II, nonostante il M5S e la Lega avessero promesso di rilanciare e nazionalizzare Alitalia.

Il mancato pagamento degli stipendi da cui è scaturita la grande partecipazione nella manifestazione del 30 marzo fornisce la cifra dell’approccio da aguzzini del governo Draghi (che annovera al suo interno la crema dei poteri forti nostrani) verso la condizione di operai e lavoratori Alitalia. Hanno fatto male i loro conti! La retorica mediatica sul governo dei salvatori della patria (che da gennaio accompagna ogni fiato della compagine governativa) nulla può di fronte alla mancata retribuzione degli stipendi che è stata la scintilla per la mobilitazione culminata nella protesta romana di fine marzo. Protesta che ha costretto il governo e Giorgetti (nuovo Ministro dello Sviluppo Economico e uomo di fiducia dell’UE e degli USA all’interno della Lega di Salvini) a sbloccare il denaro per il pagamento degli stipendi.

Ma gli stipendi non pagati agli 11000 dipendenti Alitalia sono appena l’assaggio del piano lacrime e sangue che il governo Draghi, per conto dell’UE e dei suoi commissari, si propone di attuare a danno del nostro trasporto aereo civile e del connesso sistema aeroportuale. Cioè l’avvio della nuova compagna ITA, con una dote di meno di 50 aerei (rispetto ai 100 dell’attuale flotta Alitalia), ridotta di molte migliaia di dipendenti (rispetto agli 11.000 attuali di Alitalia) e privata degli attuali reparti Alitalia per l’assistenza a terra, le manutenzioni e altri servizi (che verrebbero venduti al miglior offerente). In sostanza lo strangolamento della compagnia di bandiera italiana a favore dell’acquisizione delle sue ricchezze da parte della famiglia stragista Benetton e di altri “capitani coraggiosi”, della compagnia tedesca Lufthansa e altri monopolisti del trasporto aereo civile mondiale. Draghi si candida ad officiare in forma definitiva il funerale di Alitalia dopo decenni di banchetti, sperperi e ruberie.

La mobilitazione degli operai e dei lavoratori può impedirlo, allargando il fronte degli operai e dei lavoratori in lotta contro i piani di smantellamento di Alitalia e facendo della sua difesa una questione di ordine pubblico. Che le organizzazioni sindacali di base a capo del presidio del 30 marzo continuino ad incitare alla mobilitazione e diano ad essa una forma stabile, promuovendo l’organizzazione e il protagonismo degli operai e dei lavoratori Alitalia stessi. La lotta dei lavoratori Alitalia può trascinare alla lotta il resto della classe operaia e delle masse popolari del paese, come già avvenuto nel 2017 con i governi Renzi-Gentiloni che inciamparono proprio sulla resistenza dei lavoratori Alitalia all’ennesimo piano di smembramento della compagnia.

Nessun governo sottomesso alla UE, agli USA, al Vaticano può interrompere il saccheggio del trasporto aereo e del sistema aeroportuale italiano cominciato decenni fa (rimandiamo a questo articolo del novembre 2019 per un approfondimento sul tema). Nazionalizzare e porre Alitalia sotto il controllo dello Stato è la rivendicazione di buon senso agitata dalla maggioranza dei partecipanti alle mobilitazioni di questi giorni. Ma per nazionalizzare Alitalia occorre anzitutto impedire il consolidamento del governo Draghi, il governo della messa sotto tutela del nostro paese da parte dell’Unione Europea, della NATO e del Vaticano. Per nazionalizzare Alitalia occorre un governo del paese capace di farlo, un governo del paese capace di passare sopra i diktat dell’UE, dei Bonomi di Confindustria ecc, di un governo d’emergenza popolare, il governo al servizio dei lavoratori e delle masse popolari del paese.

Sono questi gli obiettivi a cui devono mirare le agitazioni in corso in Alitalia. Costituire, il più capillarmente possibile tra gli 11000 dipendenti Alitalia, gruppi di lavoratori (non per forza sindacalisti, non per forza “esperti”, non per forza già riconosciuti e autorevoli) che si pongono l’obiettivo di orientare i compagni di lavoro sulla via dell’organizzazione e della mobilitazione è il passo fondamentale da compiere perchè la mobilitazione si dispieghi. Ai comunisti promuovere la consapevolezza che c’è bisogno di passare all’attacco, di organizzarsi e mobilitarsi non principalmente per rivendicare ma per creare le condizioni realistiche affinchè la nazionalizzazione di Alitalia diventi realtà.

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