Il 5 marzo 2021 ricorreva il 68° anniversario della morte di Josif Stalin, uno dei massimi dirigenti del movimento comunista internazionale e principale dirigente comunista dell’edificazione del socialismo in URSS. Quest’anno, ricorre anche il centenario dalla nascita del primo Partito Comunista Italiano (21 Gennaio 1921), di cui stanno promuovendo iniziative di celebrazione molti partiti che si rifanno a quella esperienza e che, in un modo o nell’altro, sono chiamati a trattarne il bilancio.

Anche il P. CARC ha promosso iniziative e celebrazioni, e continuerà a promuoverne durante tutto il 2021, in quanto riteniamo che il dibattito sul bilancio storico del movimento comunista sia uno degli aspetti più importanti da sviluppare per avanzare verso l’unità tra comunisti.

Nelle diverse iniziative promosse sono stati tanti gli spunti raccolti, le obiezioni, le domande e le risposte, al perché il primo PCI non sia stato in grado di guidare il proletariato italiano alla presa del potere in particolar modo dopo la vittoria della Resistenza, nonostante fosse il partito comunista nei paesi imperialisti numericamente più grande e politicamente più forte. Le motivazioni addotte dai più sono state diverse, non le trattiamo tutte ma ne prendiamo ad esempio una molto blasonata: l’URSS e in particolare Stalin non vollero che in Italia si facesse la rivoluzione, soprattutto dopo gli esiti della Conferenza di Yalta tenutasi nel febbraio del 1944 tra USA, Regno Unito e URSS. Questa obiezione, che spesso porta alla denigrazione dell’URSS e di Stalin, è molto diffusa tra i compagni che riconoscono nella gloriosa lotta della Resistenza il momento in cui, nella storia del nostro paese, il proletariato è stato più vicino alla presa del potere e a farla finita una volta per tutte con la borghesia e il clero e gli altri feudali, e cercano una risposta al repentino ripiego che il PCI fece su una linea revisionista e di collaborazione con gli stessi partiti che prima del CLN avevano collaborato con il fascismo.

Molti di questi compagni, ancora oggi, imputano proprio alla figura di Stalin uno dei freni principali alla presa del potere politico in Italia da parte del PCI dopo la vittoria della Resistenza contro il nazi-fascismo e quindi al ripiego e disarmo delle truppe partigiane, all’avvio delle trattative con la DC per la costruzione di governi che pacificassero il paese e alla smobilitazione degli operai e dei contadini. Insomma, che la rivoluzione in Italia non si è fatta per mancata volontà di Stalin.

Premesso che il destino del processo rivoluzionario di un intero paese non dipende da un singolo individuo, possiamo affermare vera questa tesi?

Possiamo affermare che non lo è. Il contributo che il gruppo dirigente del Partito Comunista bolscevico ha dato al movimento comunista internazionale è di inestimabile valore e lo dimostrano i fatti: l’eroica spinta della rivoluzione socialista del 1917 prima, e poi della costruzione del socialismo sotto la direzione di Stalin ha dato forza e vigore ai partiti comunisti dei paesi imperialisti (Italia, Germania, Francia, e altri) e fatto sorgere partiti comunisti in ogni angolo del mondo in cui non erano ancora nati, ha dato impulso e forza ai movimenti di liberazione nazionale; le conquiste delle masse popolari in URSS sono state da stimolo per migliaia di scioperi, rivendicazioni e lotte, e che i paesi imperialisti sono stati costretti a scimmiottare (vedi le misure “keynesiane” e altre manovre di investimento pubblico fatte nel periodo tra le due guerre mondiali in ogni paese imperialista – nascita dell’IRI, potenziamento degli investimenti pubblici in molti settori dell’economia, imponenti investimenti per le opere pubbliche per riassorbire la disoccupazione ecc., solo per quanto riguarda l’Italia). Ancora, sotto la guida del Partito Comunista bolscevico venne promossa una dura battaglia per la bolscevizzazione dei partiti comunisti che aderivano all’Internazionale Comunista, battaglia che vide ad esempio la nomina di Gramsci a discapito di Bordiga (1923) alla guida del PCd’I, con la parola d’ordine che ogni partito aderente all’IC doveva trovare la strada, guidati dal marxismo, per fare la rivoluzione nel proprio paese.

Le responsabilità per cui non si è portata avanti la guerra per la conquista del potere in Italia da parte del PCI alla testa della lotta partigiana, non sono imputabili a cause esterne, ma bensì a cause interne. Lo stesso Lenin, nelle sue Note di un pubblicista afferma che “La trasformazione di un partito europeo di tipo vecchio, parlamentare, riformista di fatto e appena sfumato di colore rivoluzionario, in un partito di tipo nuovo, realmente rivoluzionario e realmente comunista, è una cosa estremamente ardua.”. Ben chiari erano quindi i limiti dei principali partiti europei al gruppo dirigente dell’IC. Difficoltà che riconosce per molti aspetti lo stesso Antonio Gramsci quando afferma che “I problemi politici che si ponevano, per la decomposizione da una parte del personale dei vecchi gruppi dirigenti borghesi, dall’altra per un processo analogo del movimento operaio, non poterono essere approfonditi sufficientemente. Tutta la linea politica del partito negli anni immediatamente successivi alla scissione fu in primo luogo condizionata da questa necessità: mantenere strette le file del partito, aggredito fisicamente dall’offensiva fascista da una parte e dai miasmi cadaverici della decomposizione socialista dall’altra.

Era naturale che in tali condizioni si sviluppassero nell’interno del nostro partito sentimenti e stati d’animo di carattere corporativo e settario. Il problema generale politico, inerente all’esistenza e allo sviluppo del partito non era visto nel senso di una attività attraverso la quale il partito dovesse tendere a conquistare le più larghe masse e ad organizzare le forze sociali necessarie per sconfiggere la borghesia e conquistare il potere, ma era visto come il problema dell’esistenza stessa del partito”.

Il PCI, dopo la scissione con il congresso di Livorno del 1921, nonostante l’enorme sforzo promosso da Gramsci (portò a fondo l’assimilazione del marxismo-leninismo nel periodo che trascorse in Russia dal maggio del 1922 a quando per decisione dell’Internazionale Comunista assunse la direzione del PCd’I e – nel novembre del 1923 – si trasferì a Vienna. Gramsci era profondamente convinto come Lenin che occorreva un profondo lavoro di riorientamento del partito e si accinse a questo lavoro), non fu in grado di costruire un gruppo dirigente ideologicamente unito, capace di affrontare i problemi strategici della rivoluzione socialista in Italia (“il primo obiettivo era sopravvivere al fascismo” afferma Gramsci) ed è stato quindi costretto a rincorrere la classe dominante per contrastare la mobilitazione reazionaria oramai dispiegata grazie alla conquista del potere da parte di Mussolini con la collaborazione della Monarchia, degli industriali italiani e del Vaticano. Limiti ideologici che il PCI si trascinò nonostante fosse stato in grado di ricostituirsi nella clandestinità (anche grazie all’URSS e al sostegno ai comunisti esuli, che furono messi nelle condizioni di poter costituire il proprio centro estero), di costruire una vasta rete di cellule clandestine in Italia a partire dalle principali città e centri produttivi, di approfittare dell’ingovernabilità a seguito dell’ 8 settembre 1943 per guidare l’offensiva partigiana con episodi di eroismo unici nella storia della lotta di classe del nostro paese. Ma l’eroismo, la combattività di decine di migliaia di combattenti partigiani, di milioni di operai e contadini, la dedizione alla causa di centinaia, migliaia di dirigenti comunisti come Alessandro Vaia, Pietro Secchia, Ilio Barontini, Giovanni Pesce, Teresa Noce e altri non fu sufficiente a portare il PCI ad instaurare il socialismo in Italia. Infatti il gruppo dirigente che prese il posto di Gramsci dal 1926 si trincerò sempre più nella lotta eroicamente condotta per la sopravvivenza del partito nelle condizioni create dal fascismo e finì col portare il partito a diventare effettivamente quello che dichiaravano che non doveva diventare: l’ala sinistra del movimento antifascista della borghesia e del clero quando la crisi interna del fascismo (per niente pilotata dal PCI benché vi avesse potentemente contribuito con gli scioperi nelle fabbriche del marzo 1943) porterà al crollo del regime. Il PCI infatti si sciolse nel CLN seguendo sì la linea indicata dall’Internazionale Comunista della costruzione di “fronti antifascisti”, ma di fatto annullando l’autonomia del Partito rispetto alle altre forze politiche aderenti al CLN.

Cosa c’entra questo con l’acquisizione del marxismo e la “bolscevizzazione” del Partito? C’entra nella misura in cui il PCI (il suo gruppo dirigente) non fu in grado di elaborare una propria  strategia per la conquista del potere politico (non aveva una adeguata comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe), non elaborò una strategia per la conquista del potere, arrivando quindi alla conclusione che vinta la lotta partigiana, bisognava pacificare il paese insieme ai cattolici e alla borghesia perché “non c’erano le condizioni” per la conquista del potere tramite la guerra civile e il proseguimento della lotta partigiana (con diverse varianti, ad es. la presenza militare americana, l’opposizione dell’URSS e di Stalin, “il paese era stremato” e tante altre).

Non aver risolto quindi le questioni di carattere strategico relative alla costruzione della rivoluzione socialista in Italia, ha portato il vecchio PCI ad eroiche gesta ma allo stesso tempo anche ad un orizzonte cieco della lotta rivoluzionaria e quindi per la presa del potere politico. Infatti il PCI di Togliatti a partire dalla svolta di Salerno (1944) in poi ha cercato (e ci è riuscito) di inglobare nel Partito tutti gli individui e gli organismi che si schieravano pubblicamente con il PCI e in qualche misura lavoravano nel senso auspicato dal Partito, tutti gli individui e gli organismi che dichiaravano adesione al Partito: cattolici di sinistra alla Franco Rodano della Federazione Universitaria Cattolica Italiana-FUCI, alla Mario Melloni (Fortebraccio), alla Ugo Bartesaghi e molti altri; ex fascisti dei Gruppi Universitari Fascisti-GUF e di altri gruppi della sinistra fascista (quella a vario titolo capeggiata da Giuseppe Bottai e da Ugo Spirito), intellettuali radicaleggianti tipo Elio Vittorini, ecc. In sostanza con questa procedura il PCI violava i principi che erano alla base della decisione sull’appartenenza al partito di cui i bolscevichi erano stati promotori nel 1903 al II congresso del POSDR e che l’Internazionale Comunista aveva codificato nei suoi congressi. Alla base del procedimento adottato dal PCI a partire dal 1944 vi era già un’impostazione elettoralista (il futuro lo si sarebbe deciso con le elezioni e quindi contavano tutti quelli che portavano voti al PCI anziché alla DC, al PSI, al P. d’Azione e che anche solo in qualche misura lavoravano nel senso auspicato dal partito) di contro alla linea che il futuro lo avrebbe deciso la lotta tra le classi (vedi Rivoluzionaria professionale di Teresa Noce, pag. 374).

Da qui in poi, la pratica del vecchio PCI oscillò fino al suo scioglimento tra il riformismo elettoralista (sostituire la lotta politica rivoluzionaria con la partecipazione delle masse popolari dirette dal partito comunista alla lotta politica borghese) e l’economicismo (sostituire la lotta politica rivoluzionaria con le lotte rivendicative delle masse popolari) ammantato dalla teoria della “via italiana al socialismo” e del “socialismo attraverso le riforme di struttura”, affermatesi nel PCI a causa della debolezza della componente di sinistra, che individuiamo nei vari Pietro Secchia, Teresa Noce ecc. Cosa vuol dire “debolezza della sinistra”? Vuol dire che il gruppo dirigente del PCI non aveva assimilato ancora adeguatamente la concezione comunista del mondo, in particolare non aveva elaborato né un’analisi adeguata della fase storica (limite che ha portato il PCI ad essere inizialmente impreparato a far fronte al fascismo), né una strategia per la conquista del potere. Nel PCI si sono quindi affermate le correnti revisioniste e di destra (Togliatti, Longo, e i fautori delle riforme di struttura fino agli “eurocomunisti” alla Berlinguer) e la corrente di sinistra (appunto Secchia) che però era inerme di fronte alla linea opportunista e di collaborazione con la DC imposta da Togliatti, perché incapace di elaborare una propria linea per far fronte al problema della conquista del potere politico e della vittoria della rivoluzione socialista dopo la Liberazione, linea che sarebbe dovuta essere alternativa a quella caldeggiata da Togliatti e soci che hanno avuto mano facile nel ingannare le masse popolari e la classe operaia italiane disarmando prima i partigiani e successivamente smobilitando via via l’enorme massa di popolazione che si era organizzata nella lotta di liberazione e messa in moto sia prima del 25 aprile del ‘45 per cacciare i fascisti, sia successivamente per ricostruire il paese. Linea, quella non elaborata da Pietro Secchia e il resto dell’ala sinistra del PCI, che avrebbe dovuto porre chiaramente le soluzioni immediate ai problemi immediati e nuovi che la fine della guerra poneva e alla luce del nuovo rapporto tra le classi che si era venuto ad instaurare.

Oggi si pone nuovamente la questione della presa del potere politico da parte della classe operaia e delle masse popolari che per 40 anni i revisionisti moderni hanno cercato di eludere e dissimulare inutilmente: è sempre più palese ai più che né con le elezioni né con la collaborazione con i partiti della classe dominante è possibile migliorare le condizioni delle masse popolari. La Carovana del (nuovo) PCI ha affrontato e risolto, tramite il bilancio dell’esperienza e lo studio del maoismo, le questioni di carattere teorico che hanno impedito al vecchio PCI di instaurare il socialismo in Italia, raccoglie quanto di positivo ed eroico il vecchio PCI ha fatto e oggi si pone l’obiettivo della rinascita del movimento comunista a partire sia dal bilancio storico dell’esperienza del vecchio PCI sia dall’esperienza dei primi paesi socialisti, dall’URSS sotto la guida di Lenin e di Stalin alla Cina di Mao-Tze tung, proponendoci instancabilmente di alimentare il dibattito su questi temi.

Fare dell’Italia un nuovo paese socialista oggi vuol dire lavorare per la rinascita del movimento comunista tramite la costruzione di un governo d’emergenza, la costituzione di un Governo di Blocco Popolare. La situazione politica attuale (installazione del Governo Draghi) pone i comunisti di fronte alla necessità di mobilitarsi di più e meglio per far fronte ai problemi della crisi mobilitando la classe operaia e le masse popolari. Dobbiamo avanzare con decisione  nella mobilitazione, l’organizzazione e coordinamento degli organismi operai e popolari, su tutti quei problemi che si sono aggravati con l’emergenza sanitaria (smantellamento del tessuto produttivo, smantellamento della sanità pubblica e dell’istruzione, impoverimento generale delle masse popolari ecc.) e sui nuovi problemi che sorgono via via a causa della malagestione dell’emergenza sanitaria da parte delle autorità della classe dominante, combinando ciò con le mobilitazioni di quei settori già colpiti dalla crisi del capitalismo e messi in ginocchio dalla pandemia e dalle misure inadeguate attuate finora; dobbiamo lavorare alla costruzione di un ampio fronte contro le Larghe Intese: bisogna incanalare in iniziative unitarie il malcontento e la protesta delle masse popolari. Dobbiamo costruire, alle condizioni di oggi, un fronte similare a quello che fu il CLN nella Resistenza. Dobbiamo infine avanzare nella rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato. Chi ha a cuore la rinascita del movimento comunista nel nostro paese deve essere coerente e dare seguito pratico agli appelli che lancia. Se non ci fosse frammentazione, se le divisioni e le differenze non esistessero oggettivamente e non fossero profonde e importanti, non ci sarebbero neppure tanti appelli all’unità. Non esiste un’efficace unità d’azione senza dibattito politico, come non esiste unità ideologica senza iniziativa pratica comune.


Il Partito dei CARC si impegna a lavorare concretamente su questa linea e fa appello a tutti coloro che si definiscono comunisti, che vogliono far fede all’eredità del vecchio PCI e ripartire da ciò che i nostri predecessori ci hanno lasciato, a collaborare con noi (collaborando con le nostre attività, costruendo iniziative e attività comuni, mobilitazioni, dibattiti, ecc.) o a candidarsi ad entrare nel Partito.

Facciamola finita con la crisi del capitalismo, avanziamo nel fare dell’Italia un nuovo paese socialista!

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