Pubblichiamo l’intervista fatta ad una lavoratrice ANFFAS (Maria, nome di fantasia), una RSD con sedi distribuite in tutto il paese considerate delle “eccellenze” e entrate in difficoltà, come indicato dal presidente nazionale – al pari di altre strutture simili – per via della riduzione degli utenti che sono stati lasciati a casa durante la prima ondata, per la mancanza di DPI, gel e mascherine e per la mancanza di personale. Strutture che nei mesi scorsi hanno rischiato la sorte delle RSA a causa della gestione criminale che ha riversato su queste l’accoglienza di malati Covid.

L’intervista è particolarmente importante come esempio di costituzione e strutturazione di un organismo di lavoratori all’interno della struttura; organismo che ha non solo individuato le misure necessarie a fronteggiare l’emergenza in cui si sono trovati, ma che ha messo in pratica una serie di misure, iniziando nella pratica a gestire il proprio lavoro, il funzionamento della struttura stessa e il benessere degli utenti e delle famiglie coinvolte.

Un’intervista che deve essere d’esempio per tutti i lavoratori della sanità come via da praticare per portare fuori dalle strutture sanitarie denunce e informazioni sulle condizioni di lavoro tutelandosi dal vincolo di fedeltà aziendale. Proprio per questo l’intervista è in forma anonima e proprio per questo la stessa lavoratrice intervistata fa appello a tutti i lavoratori a seguire il loro esempio e far uscire le proprie voci in forma anonima per abolire nei fatti l’obbligo di fedeltà aziendale, lasciandolo solo su carta.

Buona lettura!

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Maria, nel corso dell’emergenza all’interno della vostra struttura si è consolidato un organismo dei lavoratori. Su quale spinta è nato, come si è strutturato e quali sono state le azioni che avete messo in campo?

 

È nato dalla necessità di reagire al completo abbandono dei lavoratori da parte delle istituzioni nel momento dello scoppio della pandemia. Nell’emergenza ci siamo trovati, come tutti i lavoratori della Sanità, a non avere nemmeno i DPI e da questo è nata la spinta iniziale come lavoratori dell’ANFFAS ad organizzarsi, al di là delle tessere sindacali, per prendere in mano la situazione e mettere mano alle misure che potevano essere prese a tutela della nostra salute e di quella degli utenti che frequentano il Centro diurno. Ci siamo organizzati e strutturati a partire dall’impegno di quelli più attivi e coinvolgendo gli altri con riunioni periodiche, in cui trattare delle problematiche e delle soluzioni da mettere in campo. Questo ha fatto sì che il gruppo abbia iniziato a ragionare sulle responsabilità politiche della situazione che stavamo vivendo, sui diritti sindacali esistenti, su quelli necessari, sulle proprie sorti e su quelle dell’ANFFAS. Il primo passo è stato quindi la spinta a riunirsi e confrontarsi, alla partecipazione attiva alla gestione del proprio lavoro, che ha rotto la tendenza alla delega di molti. Abbiamo compreso che il nostro lavoro non significa solo assistenza agli utenti, ma mettere mano alle condizioni di vita degli utenti della casa famiglia e quindi anche alle nostre condizioni di lavoro. È un sistema che abbiamo capito di dover gestire e non delegarlo alla dirigenza o all’amministrazione perché eravamo in grado di farlo, perché siamo noi lavoratori a sapere quale sia la cosa giusta da fare. Questo significa anche presentare le nostre soluzioni alla dirigenza, trovando un accordo o imponendole, e gli zero contagi della prima ondata sono la conferma di quanto dico.

Le azioni che in quella fase abbiamo messo in campo hanno riguardato da un lato la tutela di noi lavoratori e dall’altro quella degli utenti e delle loro famiglie. Per prima cosa, in emergenza, abbiamo dovuto far fronte alla mancanza dei DPI e lo abbiamo fatto verificando e controllando l’effettiva disponibilità dei dispositivi della struttura; appurato che questi non erano effettivamente mai arrivati, la soluzione che abbiamo trovato è stata quella di autoprodurli con la carta da forno o con i camici da sala operatoria, due materiali che bloccano il passaggio di gocce di saliva. Questa situazione “da guerra” del tutto precaria e rischiosa è andata avanti fino ad aprile, motivo per cui molti colleghi hanno (anche comprensibilmente) scelto di prendere ferie per non incorrere nel rischio di infettarsi.

Come seconda cosa, abbiamo cercato di definire un orario di lavoro adeguato al carico di lavoro che si era venuto a creare. Questo ha fatto sì che ognuno di noi dovesse imparare come funziona un orario, come si devono coprire 24 ore di turno, quale figura del personale fosse necessaria e in quale momento. Abbiamo quindi organizzato in autogestione i turni di lavoro e il personale da impiegare e cambiato la durata dei turni che prima erano di 12 ore, mentre noi li abbiamo suddivisi in turni da 6-8 ore, distribuendoli in base al carico di lavoro nelle diverse fasce orarie. In base a ciò abbiamo anche ridistribuito la presenza del personale, ad esempio abbiamo stabilito che la notte ci dovessero essere due lavoratori a turno e non uno solo o che fossero organizzati sempre turni misti di uomini e donne per far fronte anche al manifestarsi di tendenze violente da parte di alcuni utenti. Abbiamo quindi immesso dei criteri a cui una dirigenza non guarda e che solo noi che siamo sul campo sappiamo riconoscere.

Abbiamo imposto il nostro orario sia per migliorare le nostre condizioni di vita ma soprattutto per essere in grado di fornire un servizio più armonioso possibile vista l’emergenza sanitaria, il caos, la privazione delle visite familiari e le ripercussioni psicologiche che questi utenti hanno avuto.

 

Quali sono stati i punti di forza nella battaglia che avete condotto? Quali le difficoltà e i limiti?

 

Il principale punto di forza è stato senz’altro l’essere riusciti a riunirsi con continuità, al di là delle tessere sindacali, delle ideologie politiche o delle dinamiche personali. La situazione d’emergenza e il completo abbandono in cui ci siamo trovati ha mostrato chiaramente che non eravamo tutti sulla stessa barca e che dovevamo rimboccarci le maniche.

Ha mostrato come quella situazione fosse dettata da scelte politiche e che fossimo noi a dovercene occupare. Il limite principale che ci siamo trovati invece a fronteggiare è stata la tendenza alla divisione del personale, tendenza che è presente e che deve essere trattata perché in questa società è normale che si creino divisioni tra lavoratori, tra chi ha avuto vantaggi maggiori o minori, tra chi è rimasto a lavoro e chi ha scelto di astenersi. Abbiamo però messo mano a questi limiti combattendo la tendenza ad alimentare la guerra tra poveri, che è solo dannosa per i lavoratori, lavorando sugli aspetti positivi, rafforzandoli e promuovendo quindi l’unione del personale.

Per adesso la nostra vittoria è aver mantenuto e ufficializzato l’orario e le condizioni di lavoro che abbiamo imposto. Ci sono ancora cose che mancano e che sono necessarie, la principale è l’assunzione del personale.

 

Abbiamo visto che avete messo in campo autonomamente e gestito le misure necessarie allo svolgimento del vostro lavoro per la vostra sicurezza e per quella degli utenti. Le famiglie degli utenti sono coinvolte direttamente e duramente dalle misure previste per questo tipo di strutture. Quale è il vostro rapporto con le famiglie e con gli utenti? Vi state organizzando per far tornare i parenti in struttura per le visite, un momento fondamentale della vita del disabile oggi scompaginata con conseguenze anche per voi?

 

Da subito ci siamo attivati per dare supporto alle famiglie, gli utenti della struttura la frequentano da molti anni e con i familiari abbiamo un rapporto molto forte. Il sostegno alle famiglie, il rapporto famiglia-operatore, fa parte anche dell’etica dell’ANFFAS, dato il fatto che è un’associazione formata da famiglie. A fronte del divieto di accesso alla struttura per gli utenti che frequentavano la casa famiglia solo nella forma diurna, e quindi del loro totale abbandono a loro stessi, ci siamo anche organizzati per andare a fare assistenza domiciliare. Lo abbiamo fatto per tutelare il benessere del ragazzo e della famiglia, che si è trovata in molti casi a dover gestire totalmente in autonomia e a discapito del proprio lavoro ragazzi violenti o autolesionisti, senza più il supporto del Centro per alcune ore della giornata. Ciò che doveva esser fatto al Centro diurno è stato fatto a casa loro.

Per quanto riguarda le azioni che abbiamo messo in campo, anche il sostegno dei parenti degli utenti è stato importante. Purtroppo non molti degli ospiti della casa famiglia hanno ancora parenti, ma quelli presenti ci hanno sostenuto, in alcuni casi anche riportando le nostre problematiche all’interno del consiglio di ANFFAS.

Attualmente, con il divieto della Regione Toscana di visita per i familiari, si sta creando una situazione in alcuni casi ingestibile a causa delle ripercussioni e delle conseguenti reazioni dei ragazzi ospiti. È un circolo vizioso che si crea tra gli ospiti e noi lavoratori: la loro condizione grava anche su noi psicologicamente e questo non fa che peggiorare le condizioni loro, che vengono ancora più destabilizzati. Noi siamo assolutamente fermi nel rifiuto di risolvere la situazione attraverso le sedazioni; per questo abbiamo posto questa problematica e abbiamo individuato la soluzione nel far venire i parenti (con la scusa del portare le medicine) e di farli incontrare anche se da dietro un vetro. In questa maniera una forma di contatto visivo c’è e la situazione si allevia.

 

Più volte osannati come angeli o eroi nella Fase 1, dimenticati e sotto attacco nella Fase 2, i lavoratori della sanità sono stati tra i più colpiti dall’emergenza sanitaria in termini di contagi e morti e molti di quelli che hanno osato denunciare le carenze di personale e/o dei DPI sono stati raggiunti da provvedimenti disciplinari, grazie al cosiddetto vincolo di fedeltà aziendale. È una questione che vi riguarda direttamente e per questo negli scorsi mesi avete messo in campo una serie di azioni per tutelarvi che sono di esempio per gli altri lavoratori del settore, ma anche delle aziende private. Puoi parlarcene? Secondo voi come deve svilupparsi la battaglia per l’abolizione dell’obbligo di fedeltà aziendale?

 

Io credo che certe denunce, alla luce anche del ruolo che hanno per mettere fine a certe situazioni, si debbano fare pubblicamente; l’obbligo di fedeltà aziendale impedisce ai lavoratori di farlo apertamente ed è per questo che noi durante la prima ondata abbiamo fatto delle denunce anonime. Noi promuoviamo e pensiamo che si debbano promuovere questo tipo di denunce, perché ce ne siano sempre di più. L’ esistenza del vincolo di fedeltà non deve essere un bavaglio, ma uno stimolo a infrangerlo e mostrare quale sia la vera forza che può farlo. Ora lo facciamo in forma anonima? Tra un po’ lo faremo pubblicamente! Ma di sicuro è necessario farlo, la Lombardia è stata un esempio di come non doveva andare. Lì si è arrivati a chiedere un commissariamento dal basso della sanità, del governatore, di tutto un sistema criminale e chi ha avuto il coraggio di denunciare pubblicamente è stato colpito dalla repressione; un esempio di questo è l’infermiere Francesco Scorzelli, coordinatore infermieristico dell’ospedale di Merate (LC) e delegato USB colpito da provvedimento disciplinare (sospensione di 6 mesi da impiego e stipendio, ndr) per non aver fatto dei propri colleghi carne da macello.

Allo stesso modo in Toscana abbiamo visto la vicenda dell’infermiere dell’ospedale di Pontremoli (MS) Marco Lenzoni (https://www.carc.it/2020/06/10/italia-la-solidarieta-operaia-allinfermiere-marco-lenzoni/), sottoposto a commissione disciplinare per aver denunciato lo stato di cose. Queste vicende devono essere d’esempio non per alimentare la sfiducia ma per dare forza ai lavoratori, la vasta solidarietà che si è creata verso questi lavoratori è un’arma potente. Al nostro interno abbiamo riportato il loro esempio e abbiamo portato avanti una campagna di foto in solidarietà, ad esempio. È una solidarietà che va estesa, tra i lavoratori della sanità e anche tra gli utenti, che vedono i propri familiari morire per Covid senza poter sapere niente. Dobbiamo fare affidamento e appoggiarci ai familiari, agli utenti, ai comitati in difesa della sanità; non siamo soli, possiamo uscire fuori dalle strutture con le nostre denunce e trovare in loro sostegno. Questa è l’unica soluzione per abolire il vincolo di fedeltà aziendale.

 

Negli ultimi mesi il nostro e altri paesi nel mondo sono impegnati nel fronteggiare l’emergenza COVID-19. Questa ha fatto emergere la maggiore preparazione ed efficacia dei sistemi sanitari di paesi in cui la sanità è principalmente o totalmente pubblica. Si tratta di paesi che vengono o sono legati alla storia dei primi paesi socialisti (Cina, Cuba, Venezuela, ecc.). Negli ultimi anni, invece, in Italia i governi centrali e le regioni hanno promosso politiche di privatizzazione e smantellamento della sanità pubblica. Strutture come la vostra sono l’esempio di parti del servizio socio-sanitario che rimangono al di fuori del SSN. Come si è sviluppata questa tendenza nella tua città? Quali sono le principali criticità sul territorio?

 

La situazione ha mostrato chiaramente come le privatizzazioni selvagge a discapito dei servizi pubblici, che sono sotto attacco costante, abbia portato agli effetti devastanti che tutti vediamo. L’emergenza ha mostrato l’inadeguatezza del sistema capitalista a perseguire il benessere collettivo. È chiaro che la via che perseguono i governi, al di là del colore, sia quella dello smantellamento dei servizi pubblici ed è chiaro quindi che non possiamo lasciarli fare, ma che dobbiamo occuparci di questo. 

Nella mia città ho visto che grazie a vari comitati, associazioni, centri sociali, c’è stata un’organizzazione dal basso che ha fatto fronte alle problematiche più urgenti. Queste organizzazioni, come le Brigate di solidarietà, hanno avuto un ruolo fondamentale e adesso stanno addirittura intervenendo in ambito sanitario, con tamponi accessibili a tutti e visite mediche.

Per quanto riguarda i servizi che sono in gestione ad ANFFAS, l’aspetto principale è l’esclusione di una grande parte di disabili dal servizio; non tutti infatti sono in grado di pagare la retta necessaria. Questo è un servizio che dovrebbe essere pubblico e gratuito, considerando anche che i casi che richiedono sostegno sono in aumento. Tantissime famiglie si trovano a dover gestire con i propri mezzi, con tutto ciò che comporta, ragazzi con disabilità e anche violenti in alcuni casi. Allo stesso modo le scuole dovrebbero essere fornite in modo adeguato di personale in grado di gestire le varie disabilità.

 

In questa emergenza abbiamo visto organismi come il Comitato contro la chiusura dell’ospedale San Gennaro e la Consulta Popolare Sanità di Napoli presentare la propria agenda per l’emergenza, promuovere sul territorio Tende della Salute e attivare delle Brigate Mediche Solidali per la prevenzione e il sostegno ai malati che rimangono esclusi dal SSN. Come hai detto, moltissimi disabili sono esclusi da sostegno e dalle cure necessarie. Per il ruolo che svolgete voi, come tantissimi vostri colleghi in tutto il paese, come potete attivarvi in questo senso per farvi fronte?

 

Questi sono diritti costituzionali che vengono calpestati o elusi e questa è la leva che spinge molti colleghi ad attivarsi e mobilitarsi nel far fronte a questa situazione. È anche lo sviluppo del dibattito che sta avvenendo all’interno della nostra organizzazione. La privatizzazione del servizio, come ho detto prima, crea degli utenti di serie A e degli utenti di serie B ed è basata su una differenza di classe; quello che potremmo fare noi, come figure professionali, è dare sostegno e supporto ai disabili che ne rimangono fuori e alle famiglie che sono abbandonate nella loro gestione. È un campo che è possibile integrare nelle attività delle brigate mediche, sia con la nostra partecipazione alle brigate per dare sostegno magari in alcuni orari alle famiglie, sia attraverso la formazione alle famiglie per la gestione dei disabili che agli stessi membri delle brigate. Come sta avvenendo per le brigate mediche, la nostra partecipazione può avvenire al di fuori dell’orario di lavoro, ma ci sono anche tantissimi lavoratori delle cooperative che si occupano di disabilità e che in questo momento sono fermi, in cassa integrazione e che potrebbero essere coinvolti.

 

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