La situazione negli Istituti di pena e nelle Case Circondariali italiani è di giorno in giorno sempre più grave, sia in termini di contagi tra la popolazione detenuta e il personale di Polizia Penitenziaria e medico che per la criminale gestione alla Ponzio Pilato che le Istituzioni stanno adottando.

Diritti calpestati, tutela della salute inesistente, abusi e violenze: questo il contesto che spinge i detenuti a rivoltarsi (si veda ad esempio [Italia] Covid, carcere e rivolte: in Campania i detenuti si ribellano e i familiari scendono in strada) e i familiari ad organizzarsi anche per ottenere verità e giustizia per gli omicidi compiuti dalle Autorità per le rivolte dell’8 marzo scorso.

Per queste ragioni, abbiamo chiesto un aggiornamento sulla situazione complessiva, dentro e fuori le carceri, a William Frediani, promotore dell’appello per il mantenimento definitivo e garantito dei colloqui audio-visivi negli istituti penitenziari (qui l’appello).

Prima di lasciare la parola a William F., ci soffermiamo su un aspetto particolare che si lega all’ampio e variegato sommovimento popolare e operaio contro le misure governative delle ultime settimane: la repressione delle piazze di protesta si è avvalsa di misure carcerarie nei confronti di diversi compagni e antifascisti.

A tal fine, consigliamo lo studio e la circolazione più ampia possibile del Manuale di Autodifesa Legale (liberamente scaricabile qui), in particolare dei capitoli L’arresto e il fermo, Qualche informazione sul carcere e Quando un compagno finisce in carcere…

La formazione e la preparazione sono armi formidabili quando si finisce “nelle mani del nemico”.

Esprimere solidarietà, senza se e senza ma, alla popolazione carceraria, sostenere le lotte dei detenuti e delle famiglie dei detenuti e vigilare sull’operato delle forze dell’ordine sono tre aspetti necessari e ineludibili per rivoltare contro il nemico ogni attacco.

Buona lettura.

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Puoi aggiornare rispetto allo sviluppo dei contagi dentro le carceri e alle condizioni sanitarie interne?

Le condizioni delle carceri sono da sempre al di là di uno stato emergenziale. Sono per così dire in uno stato d’eccezione permanente. Ancora adesso, nonostante siamo in piena pandemia, cinquemila detenuti in più affollano le sezioni dei penitenziari. Questo significa che mancano, ad oggi, cinquemila posti letto: la situazione è molto più complicata di quanto possa apparire, perché molti reparti e sezioni sono stati svuotati per far posto ai malati Covid-19, il che fa comprendere che il sovraffollamento è, nei fatti, peggiorato rispetto al passato pre pandemico.

Ad esempio infatti, a Poggioreale (Napoli) esistono ancora celle con sette o addirittura quattordici detenuti che dormono letteralmente l’uno sull’altro.

Nonostante le minimizzazioni del Ministro della Giustizia A. Bonafede (sbugiardato dai Garanti per i Detenuti) in molte carceri sono in corso focolai di Covid-19, dove i malati si contano a due cifre e lo stesso personale denuncia che non si trovano sanitari, medici e infermieri per eseguire e processare i tamponi.

Per avere un’idea della situazione esplosiva dei contagi all’interno delle prigioni basti pensare che ad Alessandria e a Terni i contagiati sono il 14% della popolazione detenuta, mentre nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo (UD) sono contagiati 116 detenuti su 203. C’è da credere che siamo soltanto all’inizio, con gli agenti penitenziari portatori di contagio dall’esterno delle strutture: oltre ottocento erano i malati a metà novembre e il numero è destinato a crescere (oggi il dato si attesta oltre i mille agenti contagiati in 139 Istituti, ndr)  come denunciato dagli stessi sindacati della Polizia Penitenziaria.

Al contempo, i detenuti contagiati sono oltre ottocento e sono quasi tutti gestiti internamente agli Istituti: i numeri assoluti sono allarmanti ma ciò che desta enormi preoccupazioni è che il numero dei malati cresce esponenzialmente di settimana in settimana, arrivando a coinvolgere 77 penitenziari su 192.

Questi dati sono soltanto la punta dell’iceberg perché né il Ministero né le Regioni, a cui è appaltata la sanità penitenziaria, li rendono noti: si tratta di dati che arrivano dalle ispezioni dei Garanti dei Detenuti o dai singoli penitenziari. Il silenzio istituzionale sulla situazione carceraria ha un malcelato sapore criminale.

E i rapporti con le famiglie? Qual è il punto rispetto ai colloqui e alle relazioni con l’esterno?

Le famiglie dei detenuti positivi non riescono a ricevere notizie sullo stato di salute dei propri congiunti, neppure quando sono ospedalizzati. Le loro telefonate agli uffici per chiedere informazioni vengono regolarmente respinte con le solite frasi di circostanza: “Non siamo autorizzati a fornire informazioni…”.

Da più parti, anche dagli addetti ai lavori del mondo penitenziario, si teme un “effetto RSA” in cui il contagio potrebbe diffondersi senza limiti all’interno delle mura. Lo stesso personale denuncia rapporti ravvicinati e non sicuri con i detenuti e, spesso, è impossibile isolare i “nuovi giunti” per mancanza di spazi.

Tuttavia, il fatto che, negli uffici che contano, non sia stato approntato un piano di emergenza e che a nessuno sembri interessare che migliaia di detenuti potrebbero pesare sul sistema sanitario nazionale, lascia intravedere il fosco scenario secondo cui ai prigionieri potrebbe essere stata riservata la fine del sorcio.

Se così non fosse, il danno sarebbe tremendo per le già inefficaci strutture sanitarie italiane, perché si troverebbero gravate da un grandissimo numero di persone, con ripercussioni per la salute di tutta la popolazione nazionale.

I dati sono già sotto gli occhi di tutti, basta guardare il giardino del vicino: negli USA è scoppiata la bomba sanitaria dove si registrano duecentomila detenuti malati di Covid-19 e migliaia i morti. Là hanno fatto la fine del sorcio.

Qui commetteremo lo stesso crimine? Lo faremo, nonostante la vergogna di fronte al mondo per il mondo con cui l’Italia ha già fatto “pulizia” nelle RSA per anziani? Faremo “pulizia” anche di detenuti?

Intanto a Rebibbia i malati vengono stipati nella lavanderia. È sanità, questa?

Sul fronte colloqui è di nuovo tutto bloccato. La seconda ondata della pandemia ha permesso al sistema carcerario nuovi restringimenti calati dall’alto. Il DPCM del 4 novembre è tornato a sospendere i colloqui che già erano ridotti al lumicino e separati da un pesante vetro antiproiettile. In molte carceri, i parenti si sono recati ai colloqui prenotati e hanno trovato i cancelli chiusi e le visite sospese senza preavviso.

Ci sono familiari che devono attraversare Regioni, fare centinaia o migliaia di chilometri per salutare il figlio o il marito recluso. Bambini che compiono lunghi e costosi viaggi per vedere il papà. Nessuno che li abbia neppure avvertiti. Anzi, alcuni familiari dei detenuti ristretti a Torino hanno dichiarato di aver chiamato il carcere e di aver ricevuto rassicurazioni che i colloqui prenotati sarebbero stati garantiti. Ennesimo sfregio al dolore.

Ci sono state e sono in corso diverse mobilitazioni di familiari e associazioni…anche qui, puoi aggiornare?

Quali rivendicazioni e questioni sono al centro di questi sommovimenti?

Nelle proteste di marzo, il collante era stato la chiusura dei colloqui coi familiari: la rivolta è stata tristemente repressa nel sangue, ma ha ottenuto il risultato politico di imporre al sistema i colloqui audio-visivi via Skype. Alle proteste dei prigionieri si aggiunsero quelle dei familiari e di larga parte della società civile. Grazie al loro sacrificio, i detenuti possono finalmente rivedere in video la propria casa e osservare i familiari nella dimensione domestica.

Con la seconda ondata della pandemia, i prigionieri hanno spostato il focus delle rivendicazioni: i focolai in carcere destano molta preoccupazione ed è evidente che il contagio dentro le mura della prigione è portato dalle guardie penitenziarie e dal resto del personale. I contatti sono ravvicinati. Per andare all’ora d’aria, gli agenti perquisiscono i detenuti; entrano nelle celle per fare la “battitura delle sbarre”; li scortano per andare in doccia; li perquisiscono a ogni trasferimento. È un’invasione continua della sfera corporea che non può che destare preoccupazione. In questa fase, la lotta interna si è spostata su contenuti politici più consapevoli e di più ampio respiro, primi tra tutti l’amnistia e l’indulto, ma anche l’incremento delle telefonate e delle video-chiamate a casa.

Vi sono carceri in sciopero della fame, altrove si organizzano battiture di stoviglie sulle sbarre; grida e proteste; in un caso i detenuti si sono rifiutati di risalire in cella dopo l’ora d’aria.

I familiari dei detenuti, che in Italia da qualche tempo si sono uniti in associazioni più o meno formali, costituendo anche gruppi sui social, hanno organizzato sit-in e presidi di protesta davanti alle carceri, come a Torino.

Dopo decenni, sta riaffiorando un movimento di solidarietà che in passato era stato relegato al solo mondo militante della sinistra e dei radicali. A dargli vita sono stati i detenuti con le loro lotte.

La solidarietà, in questo momento, è imprescindibile. Non possiamo commettere il grave torto di lasciarli soli. È auspicabile che tutte le forze della solidarietà e della società civile avanzata si uniscano alla popolazione detenuta per impedire che venga lasciata sola a immolarsi come un agnello sacrificale.

La libertà di un popolo e quella dei prigionieri non possono essere disgiunte: la prima si misura dal grado di umanità della seconda.

Sei a conoscenza di mobilitazioni, iniziative, prese di posizione di elementi della società civile a sostegno del miglioramento della situazione interna e per misure quali amnistie e indulti?

Il Partito Radicale e l’Associazione Nessuno Tocchi Caino hanno avviato uno sciopero della fame per chiedere amnistia, indulto e rispetto delle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che raccomandano l’immediata uscita dal carcere delle persone più vulnerabili.

In Iran hanno liberato 85 mila detenuti per l’emergenza Covid-19: da noi stiamo centellinando le uscite e, anzi, dalla fine di ottobre i detenuti sono nuovamente aumentati di duemila unità.

Quando è stata emanata una circolare del DAP basata sul buonsenso – far uscire in misure alternative i malati cronici ultrasettantenni – in Italia si è parlato di “scarcera-mafiosi” e si è agito subito per tornare al classico “buttiamo le chiavi” cosa questa che comporta in varie carceri, come Alessandria, che i detenuti ultrasettantenni muoiano di Covid-19.

L’Associazione Antigone fa politiche di “pressione” per spiegare all’ottuso mondo politico che la detenzione domiciliare non è sinonimo di incertezza o cessazione della pena, e per chiedere di muoversi nella direzione di concedere al più presto la pena alternativa della detenzione domiciliare. Pena, tra l’altro, su cui non mi stancherò mai di dire che produce la metà della recidiva rispetto al carcere.

Molti sono gli appelli in difesa dei detenuti. Uno, redatto dall’Associazione Yairaiha e sottoscritto da centinaia di associazioni e personalità della società civile, è stato inviato alle massime istituzioni della Repubblica per chiedere l’amnistia e l’immediata scarcerazione di tutte le persone ammalate.

Anche i cappellani penitenziari sono scesi in campo per chiedere direttamente al Ministro di agire al più presto per l’indulto.

 

Il 7 novembre scorso, in piazza Grande a Modena, il Consiglio Popolare ha promosso l’evento “Dietro le sbarre” con testimonianze dirette sulla situazione carceraria. Puoi raccontare com’è andata la manifestazione e ciò che è stato fatto?

A otto mesi dalla rivolta scoppiata nel carcere di Modena, si è tenuto un importante presidio informativo, cui hanno partecipato numerose personalità della società civile e della rete di solidarietà, organizzato dal Consiglio Popolare. La situazione legata alla pandemia ha ridimensionato l’organizzazione: inizialmente era previsto un concerto rock a fine serata di Giorgio Canali, con interventi di Zerocalcare, Rita Bernardini e altri che sono saltati per ragioni legate alla mobilità e al rischio di assembramenti. La piazza era presidiata da camionette e blindati della polizia e dell’esercito.

Nonostante la pesante cappa di repressione, la cittadinanza ha risposto molto bene, riempiendo la piazza in sicurezza. Gli interventi sono stati numerosi e partecipati.

Sono stati ripercorsi i tragici momenti della rivolta dell’otto marzo, quando dal carcere di Sant’Anna si levò altissima una colonna di fumo, visibile da tutta la città. Tutti sapevano. Tutti vedevano. Arrivava la conta dei morti. Ma le Istituzioni erano completamente assenti. Il Comune si limitò soltanto a cancellare in tutta fretta qualche scritta apparsa sui muri che riportava la parola “strage”. Per oltre 48 ore, nessuna autorità intervenne. Dopodiché, a corpi ancora caldi, senza alcuna autopsia, le istituzioni avevano già la causa di morte per tutti: overdose.

Ma le ricostruzioni di due coraggiose giornaliste, intervenute in Piazza Grande, hanno messo in luce i tragici abusi di quei giorni ai danni dei prigionieri. Alcuni detenuti furono trasportati in altre carceri prima di morire: quale medico avrebbe autorizzato il trasporto di un malato in piena overdose?

Hanno poi preso parola ex prigionieri che hanno raccontato di spari ad altezza uomo, che solo miracolosamente non hanno portato altra morte. E poi pestaggi, trasferimenti, nuovi pestaggi. Era il regno dell’arbitrio, della violenza poliziesca incontrollata. Un prigioniero di Modena, testimone di quei tragici giorni, ha dichiarato in quella piazza gremita: «I carabinieri sono andati sul parapetto del carcere e hanno sparato, questa è la realtà dei fatti, e quando non so chi di preciso della polizia penitenziaria o dei carabinieri sono entrati dentro, il primo che hanno avuto per le mani lo hanno ammazzato di botte davanti a tutti e hanno detto: “Adesso vi facciamo questo”. C’è gente a cui sono arrivati i proiettili vicino alla testa ed è solo per miracolo che non hanno preso il piombo in testa o in altre parti del corpo».

Una pagina buia, come molte altre nel nostro paese… Il Consiglio Popolare ha in mente di redigere un dossier sulla rivolta di Modena per fare ulteriore luce e rendere verità e giustizia.

 

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