Hai lavoratoin fabbrica dalla fine degli anni Settanta fino alla pensione, sei stato un operaio combattivo legato al movimento comunista e un dirigente sindacale dei metalmeccanici. Ci racconti la tua esperienza?
Ho iniziato a lavorare a 15 anni, nel 1971, alla Exacta, una fabbrica di Brignano (in provincia di Bergamo) dove sono rimasto per tre anni. Alla Exacta c’era una Commissione Interna che gestiva le relazioni tra il padrone e gli operai. Con i compagni più giovani ho costituito un Comitato Unitario di Base, una struttura di lotta nata in quegli anni nelle grandi fabbriche di Milano e Sesto San Giovanni. Di fatto la costituzione del Comitato ha messo in crisi la Commissione Interna e, di conseguenza, si è dovuto eleggere un Consiglio di Fabbrica che fosse più omogeneo e in grado di rappresentare i lavoratori di tutti i reparti.
Premetto che i membri delle Commissioni Interne non erano generalmente dei “venduti” ma piuttosto dei “moderati”, che svolgevano più la funzione di intermediari che non quella di rappresentanti diretti dei lavoratori: in genere non venivano eletti, ma nominati dai sindacati esterni.
Le Commissioni Interne erano strutture ormai superate, inadeguate a quei tempi di grandissimo fermento della classe operaia nelle aziende e sui territori.
Alla Exacta eravamo in 150 operai: abbiamo eletto un CdF e dato subito il via alle richieste di contratto interno; abbiamo ottenuto aumenti salariali, l’eliminazione del cottimo… nel giro di un paio di anni abbiamo ottenuto dei grandi cambiamenti.
Nelle nostre battaglie eravamo sostenuti dai compagni del territorio e delle grandi fabbriche della zona di Treviglio, come la SAME (fabbrica di trattori) e la Bianchi (fabbrica di biciclette). Erano i nostri punti di riferimento.

Intendi compagni operai o di partito?
A quei tempi c’erano diversi gruppi politici di ispirazione comunista. Io facevo parte di Avanguardia Operaia, altri facevano riferimento al Manifesto, a Lotta Continua, al PdUP [Partito di Unità Proletaria – ndr]; c’erano anche i Comitati Unitari di Base che erano trasversali a queste organizzazioni. Essere collegati con la SAME significava essere collegati col resto del mondo operaio, perché ci si coordinava con le realtà di Sesto, dell’Alfa di Arese, ecc.
Dopo Brignano, ho fatto due anni di disoccupazione durante i quali ho lavorato alle spedizioni presso il Quotidiano dei lavoratori [il Quotidiano dei lavoratori è stato il giornale di Avanguardia Operaia e, in seguito, di Democrazia Proletaria. Ha cessato le sue pubblicazioni come settimanale nel 1982 – ndr]. In seguito, sono passato a una soffieria del territorio dove sono rimasto tre anni e dove sono entrato nel CdF; ho partecipato anche al direttivo provinciale del settore chimici.
Ho fatto parte di parecchi direttivi provinciali e regionali di categoria, fino al Comitato Centrale nazionale della FIOM: sono state tutte esperienze che, nel bene e nel male, mi hanno aiutato a crescere e ad acquisire maggiore consapevolezza.
Dopo la soffieria, sono entrato alla SAME nel 1979, quando era già stata installata la terza linea produttiva di trattori e, nel 1981, entro nel CdF. Le responsabilità ovviamente crebbero perché dal rappresentare 150 operai passai a rappresentarne 2.000 e la SAME, per di più, era una fabbrica con molti legami con l’esterno, all’avanguardia nelle lotte, nelle rivendicazioni e nella partecipazione all’attività sindacale. In quegli anni la presenza delle organizzazioni succitate era importante: tutte venivano a diffondere alla SAME, facevano quasi a gara a chi vendeva più giornali. Il record di diffusione era del Quotidiano dei lavoratori con 120 copie al giorno, seguiva poi Lotta Continua che ne vendeva un centinaio, mentre il Manifesto stava sulle 60-70 copie e i compagni del PCI sulle 80 copie de l’Unità vendute.
Anche questo rende l’idea del grande dibattito e attenzione che c’era in fabbrica verso la situazione generale. Ciò si traduceva nella costante bocciatura della linea e delle scelte che i vertici dei principali sindacati cercavano di far passare nelle assemblee, anche quando a portarle erano i “pezzi da novanta” delle organizzazioni: emergeva infatti sempre una critica da sinistra alle loro posizioni.
Stiamo parlando dei primi anni Ottanta e successivi, anni in cui i sindacati avevano cominciato a cedere posizioni sulle conquiste degli operai: dopo quello che era successo con la FIAT, tenevano una linea più moderata. Nelle assemblee che si tenevano nella sala mensa della SAME e a cui partecipavano, e parliamo solo degli operai, almeno 500 lavoratori a volta, vennero bocciate la piattaforma del contratto, lalinea dell’EUR, la politica dei due tempi [il riferimento è alla linea decisa dalla direzione di CGIL, CISL e UIL nella conferenza nazionale tenutasi il 13 e il 14 febbraio 1978 al Palazzo dei Congressi dell’Eur a Roma. La linea dell’EUR era imperniata sulla moderazione salariale, così patrocinata dal segretario della CGIL Luciano Lama in un’intervista rilasciata a la Repubblica il 24 gennaio e intitolata “Lavoratori stringete la cinghia”: “se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea”. Presentata come premessa di un programma di investimenti per garantire l’occupazione (i due tempi: prima i sacrifici dei lavoratori che avrebbero permesso poi una politica di riforme a tutela dell’occupazione), la lineadella moderazione salariale ha “partorito” nel 1992 la linea della concertazione con governo e capitalisti e della compatibilità delle richieste sindacali con i profitti dei capitalisti, patrocinata dal segretario della CGIL Bruno Trentin – ndr]: l’opposizione degli operai alla linea di arretramento dei sindacati era evidente. Perfino Pizzinato, allora segretario generale della CGIL, venuto in fabbrica per sostenere la cosiddetta linea dell’EUR, venne messo in minoranza. Tenevamo molto all’autonomia delle nostre decisioni e vi era una forte e diffusa consapevolezza tra i lavoratori. Ricordo che in quegli anni, con una serie di compagni, mi ero iscritto non alla FIOM bensì alla FIM-CISL. La CISL degli anni Settanta era sicuramente molto diversa da quella che è diventata dal 1984 in poi. Allora la CISL, e più ancora la FIM, erano per la riduzione dell’orario di lavoro e per la contrattazione aziendale, mentre la CGIL risultava di fatto impermeabile per i compagni che non erano del PCI o del PSI: era la CGIL delle componenti di partito.

E questa autonomia degli operai della SAME come viveva all’interno e all’esterno della fabbrica? Come si concretizzava l’opposizione alla linea moderata dei sindacati?
Nel 1984, a seguito della rottura con CISL e UIL sulla scala mobile, si sviluppò il “movimento dei CdF Autoconvocati [a febbraio del 1984, oltre 300 consigli di fabbrica del nord Italia danno vita al “movimento degli Autoconvocati”, che si costituisce al di fuori dei confini dei sindacati ufficiali. È la risposta all’accordo di revisione della scala mobile firmato dai tre sindacati confederali nel gennaio 1983 – ndr]. Questo movimento ebbe il suo apice nell’assemblea tenuta al teatro Lirico di Milano. Il CdF della SAME fu tra i promotori del movimento; tenemmo riunioni con tanti compagni in tutta Italia, e si arrivò così a una linea comune di opposizione che ci permetteva di non restare isolati. Con quell’assemblea e la nascita del “movimento degli Autoconvocati”abbiamo rivendicato l’autonomia delle nostre scelte rispetto al sindacato. È vero che alla fine sul piano sindacale ha prevalso la linea moderata, però devo dire che i CdF di allora hanno fatto quello che hanno potuto, hanno lottato contro la deriva presa dai vertici nazionali del sindacato.

È chiaro che la linea di arretramento dei sindacati era conseguente a una precisa scelta politica che si è tradotta anche nei provvedimenti legislativi attuati dai vari governi. Dici che il “movimento degli Autoconvocati” ha rappresentato, fino a un certo punto, un argine a questa deriva? Secondo te cos’è che è mancato in questa mobilitazione per raggiungere l’obiettivo che si prefiggeva?
Tieni conto che la sconfitta della FIAT fu la sconfitta di tutto il mondo sindacale e da lì in poi, fermo restando le battaglie per portare avanti in un altro modo le rivendicazioni dei lavoratori, anche il seguito delle lotte nei luoghi del lavoro ne risentì: quell’avvenimento segnò una crisi della militanza e della partecipazione operaia [L’8 maggio 1980, due giorni dopo l’insediamento di Vittorio Merloni alla guida di Confindustria, la FIAT (presidente Gianni Agnelli) ventilò la cassa integrazione per 78mila operai per 8 giorni. Il 31 luglio Umberto Agnelli si dimise da co-amministratore delegato dell’azienda, lasciando la carica a Cesare Romiti. Quest’ultimo in FIAT era il capofila della linea dura antioperaia, già messa in mostra nell’estate dell’anno precedente e culminata il 9 ottobre 1979 con il licenziamento di 61 operai accusati di contiguità con le Brigate Rosse. Il 5 settembre 1980 si registrò un nuovo capitolo della crisi tra azienda e sindacato. La FIAT annunciò la messa in cassa integrazione di 24mila dipendenti – 22mila dei quali operai – per 18 mesi. Dopo quasi una settimana di trattative, l’azienda annunciò 14.469 licenziamenti. Il Consiglio di Fabbrica, in risposta alla decisione FIAT, proclamò sciopero con decorrenza immediata. Ne seguirono il blocco dei cancelli di Mirafiori e il picchettaggio degli altri accessi. La mattina del 26 settembre Enrico Berlinguer, a Torino per un comizio da tenere quella sera in piazza San Carlo, andò ai cancelli della FIAT ed espresse agli scioperanti “il pieno appoggio del PCI” e l’impegno a “costringere il governo Cossiga a dichiarare la sua posizione sulla vicenda”, lasciando intendere che, se il Consiglio di Fabbrica avesse deciso l’occupazione della fabbrica, il PCI l’avrebbe appoggiata: nel Biennio Rosso (1919-1920), il PSI prese un’analoga posizione per strozzare l’occupazione delle fabbriche (se gli operai occupanti in armi fossero usciti dalle fabbriche e avessero occupato le città, il PSI li avrebbe sostenuti)! Il giorno seguente, il 27 settembre, con la scusa della caduta del governo Cossiga e la mancanza di un interlocutore istituzionale, la FIAT sospese le procedure di licenziamento e si accordò con i sindacati confederali per la messa in cassa integrazione di 24mila dipendenti e l’uscita dal lavoro di quelli più anziani tramite prepensionamenti. Il 30 settembre la FIAT consegnò a 22.884 operai sparsi per tutte le fabbriche del paese l’avviso di messa in cassa integrazione ordinaria a zero ore fino al 31 dicembre. I sindacati di categoria contestarono che il procedimento di cassa integrazione allontanava dalle fabbriche gran parte dei delegati dei Consigli di Fabbrica e minacciarono lo sciopero generale, mentre alcuni rappresentanti degli enti locali chiesero alla FIAT di recedere dalla sua decisione. Il 14 ottobre, 35esimo giorno di mobilitazione, un gruppo di quadri e impiegati della FIAT, informalmente guidato dal caporeparto Luigi Arisio, si riunì in assemblea al Teatro Nuovo di Torino e decise di sfilare per le vie cittadine. Si trattò di un corteo di una decina di migliaia di impiegati. Era una mossa promossa dalla direzione FIAT, ma il segretario della CGIL Luciano Lama (avallato da tutto il PCI, da Berlinguer a Napolitano) parlò di “marcia dei 40mila”. La FIAT e i promotori della manifestazione rilanciarono la “marcia dei 40mila” come dimostrazione lampante e incontrovertibile della debolezza e dell’“isolamento” degli operai. Dalla “marcia dei 40mila” si arrivò al compromesso dei sindacati (avallato dal PCI) con il quale la FIAT ritirò i licenziamenti, ma mantenne la cassa integrazione a zero ore per i 22mila operai. Il tutto venne contrabbandato da FIAT, sindacati di regime, PCI e stampa di regime come “sconfitta del movimento operaio” – ndr].

Un primo giudizio generale?
In generale, io ho avuto allora la fortuna di vivere gli “anni belli”, quelli delle lotte partecipate.
Ma, detto questo, trovo difficile rimproverare ai lavoratori di non aver lottato, come invece spesso si fa in ambiti pseudo-sindacali dove si afferma che dove non c’è un “esercito disposto a combattere” è inutile che ci siano “bravi comandanti”. In realtà l’esercito c’era e ha combattuto grandi lotte, ma a un certo punto è stato tradito e quando i lavoratori non vedono risultati è difficile insistere con battaglie, che, seppur giuste, hanno il sapore della mera demagogia: gli operai sono molto concreti. Man mano che ha prevalso nei sindacati la linea dell’accordo, come sulla scala mobile, è stato sempre più difficile fare lotte radicali sui posti di lavoro.
Ma è stata comunque una stagione essenzialmente positiva, eccezionale, se non altro per la presa di coscienza di massa.

Ogni importante esperienza fatta dagli operai va analizzata per comprenderne tanto gli aspetti positivi che quelli negativi e ripartire dagli insegnamenti che ne ricaviamo…. Come funzionava il CdF della SAME, che ruolo aveva all’interno della fabbrica e fuori?
Quella della SAME fu un’esperienza eccezionale, ma perché inserita in un contesto generale: non fu di certo un’isola felice. Io sono entrato alla SAME nel dicembre del 1979 e a maggio del 1980 ci fu una crisi produttiva che durò dieci anni: da 2.000 operai che eravamo, a fine anni Ottanta, ci ritrovammo in circa 1.100, partirono le casse integrazioni straordinarie e le grandi lotte contro i licenziamenti, tra cui lo sciopero della fame del 1985.
Negli anni più belli ci furono grandi atti di solidarietà, come quando la SAME organizzò le squadre di soccorso volontario per il terremoto in Friuli del 1976 o per quello dell’Irpinia nel 1980. Si organizzavano squadre di 10 operai a settimana, per 4 settimane. Anche per l’alluvione che colpì Alessandria, nel novembre del 1994, abbiamo messo su squadre di volontari per andare a spalare il fango. La solidarietà espressa dagli operai era davvero grande: non ci si limitava a devolvere il corrispettivo di un’ora di lavoro, ma si raccoglieva anche il materiale e lo si portava sul posto. L’autorevolezza della classe operaia spingeva anche la direzione aziendale a contribuire, fornendo materiale utile e riconoscendo le giornate lavorative alle squadre di volontari che partivano per portare la solidarietà.

Organizzavate le squadre di soccorso per sopperire alle carenze dell’amministrazione statale nell’organizzare gli aiuti? Un po’ come fanno oggi le Brigate di Solidarietà che si organizzano dal basso per far fronte alla disorganizzazione statale nella gestione della pandemia?
La nostra era la risposta spontanea a un bisogno, si valutava di dare una mano ma senza guardare se ci fosse chi aveva già organizzato gli aiuti. In quegli anni non aspettavi quella che è oggi la Protezione Civile per avere indicazioni. Ci si dirigeva direttamente ai paesi colpiti. Il fatto che i lavoratori fossero presenti sul posto faceva anche da argine a forme di sciacallaggio e di corruzione. Diverse fabbriche del territorio organizzavano squadre di solidarietà, tra queste anche la Dalmine.

Avete mantenuto dei legami con quei territori?
Per un po’ sì: nella saletta del CdF ci sono ancora gli attestati di ringraziamento dei vari Comuni, ma poi si sono persi i contatti.

La forza della classe operaia e del CdF riusciva anche a determinare le scelte aziendali?
Per un certo tempo sì. Quando iniziò il periodo brutto non fu più così, riuscimmo solo a contrastare alcune scelte. A fine anni Settanta, quando la SAME rilevò lo stabilimento della Lamborghini, riuscimmo a imporre alla direzione un accordo per uniformare i trattamenti della SAME con quelli della Lamborghini. Abbiamo condizionato la direzione, al punto che, a un certo momento, siamo riusciti a far fare a Treviglio la terza linea di montaggio trattori, mentre la direzione avrebbe voluto solo allungare le due linee già esistenti. Farne una nuova significava migliorare la qualità della postazione di lavoro mantenendo i ritmi a 33-35 trattori per linea, mentre se si fossero allungate le due linee già esistenti questo avrebbe reso più gravoso il lavoro perché i ritmi sarebbero saliti a 85-90 macchine per linea. La terza linea risultò in definitiva la scelta migliore per la produttività e la flessibilità del ciclo produttivo.
Dopo l’acquisizione della Lamborghini si cercò anche di far costruire una fabbrica nel sud Italia, ma non se ne fece nulla a causa del calo di mercato di quegli anni.
Poi, con la crisi è subentrata la paura di perdere il posto di lavoro. Nonostante questo, non siamo rimasti immobili: abbiamo lottato contro i licenziamenti e le provocazioni e nel 1988 siamo riusciti a ottenere il contratto aziendale con 240 ore di sciopero in 9 mesi.

Mi dicevi che la SAME era inserita in un territorio dove esistevano altre realtà industriali rilevanti: siete riusciti a costruire coordinamenti e/o percorsi comuni?
L’esperienza più importante è stata quella degli Autoconvocati del Lirico che ho ricordato sopra e che assunse un rilievo nazionale. A livello locale, quando si decideva di organizzare delle ronde in occasione di lotte importanti ci si muoveva con gli operai delle altre fabbriche.

Che tipo di ronde erano?
In quegli anni (primi anni Settanta) i contratti non erano rose e fiori e diverse fabbriche non scioperavano nemmeno. Quindi si partiva per andare in queste fabbriche e ci si mobilitava davanti ai cancelli per far uscire i lavoratori, spesso raggiungendo l’obiettivo.

Promuovevate assemblee sul territorio?
Sì, certo, dipendeva dalle situazioni. Spesso, quando c’erano fabbriche in crisi, si organizzavano assemblee per informare e coinvolgere i cittadini. Si cercava di coinvolgere sempre tutti, anche le amministrazioni locali, per dare battaglia contro la chiusura delle fabbriche

Quindi una realtà autorganizzata come il CdF riusciva a essere un elemento di crescita per le altre aziende, comprese quelle più piccole?
Diciamo che nel periodo degli anni Ottanta non erano solo i CdF a muoversi, ma anche i sindacati.
Va detto che in quegli anni i CdF prendevano l’iniziativa anche in maniera autonoma, a differenza di oggi dove si dipende più dall’azione dei sindacati. Oggi si è tornati, in un certo senso, ai tempi delle Commissioni Interne poiché spesso i lavoratori, compagni o meno, che fanno parte delle RSU mediano tra il lavoratore e il padrone: non hanno la concezione della rappresentanza e dell’autonomia che esisteva quando c’erano i CdF e sono politicamente molto deboli.

Quanto ha influito la relazione col movimento comunista sulla capacità di dare sviluppo e prospettiva al CdF, alle sue battaglie e al suo ruolo di direzione?
Personalmente ho militato in diverse organizzazioni comuniste ed è una cosa che rivendico. Però spesso in esse ho trovato una difficoltà di comprensione rispetto alle priorità dei lavoratori; si affermavano e rivendicavano cose giuste, ma si perdeva di concretezza rispetto alle necessità della classe lavoratrice. Oltretutto, abbiamo smesso un po’ tutti, nelle varie formazioni politiche esistenti, di studiare e analizzare cosa succede nella società, di guardare dove sta andando. Siamo alla continua rincorsa dei problemi quotidiani.
Ad esempio, non sappiamo più seguire una contrattazione unificante, perché oggi ci sono riders, ci sono le agenzie, le cooperative… assistiamo alla frantumazione del mondo del lavoro e come comunisti rispetto a questo siamo rimasti indietro, non abbiamo una linea unificante da mettere in campo.
Quindi restiamo indietro anche sulla costruzione di quel consenso necessario a risalire la china, per far riprendere le conquiste dei lavoratori. Ho comunque una grandissima fiducia nei lavoratori per battaglie su obiettivi concreti.

Quindi occorre fare bilancio della relazione esistente tra le lotte sindacali e lotte politiche, che non possono essere indipendenti, ma devono risolvere i problemi immediati e concreti dei lavoratori aprendo al contempo a una prospettiva di cambiamento del paese?
C’è sicuramente questo aspetto. Io credo che sia prioritario tornare a interpretare i bisogni dei lavoratori.
Tra comunisti sappiamo che la società socialista è di beneficio agli operai, ma i lavoratori che oggi non ci credono o non ne hanno evidenza o concezione si chiedono come possa essere sicura questa cosa. Chiederanno sempre concretezza. Anche per questo serve studiare: serve dare gambe alle nostre idee, per recuperare il credito, la fiducia e il sostegno dei lavoratori.

La crisi generale mostra che la classe dominante non ha soluzioni positive ai problemi che essa stessa crea, tant’è che, nell’emergenza sanitaria da Covid-19, nonostante le grandi conoscenze acquisite in campo scientifico e tecnologico, stiamo ancora qui a contare i morti e i malati.
Non pensi che noi comunisti dobbiamo essere capaci di mostrare agli operai che il problema sta in chi gestisce la società e che la soluzione è quindi prendere in mano il governo del paese?
Sì, si può anche mettere su questo piano. Ma se è vero che da un lato i padroni non si curano della gente che muore, ma solo del loro capitale, dall’altro parlando con le persone spesso ti scontri col qualunquismo di chi ragiona come se fossimo tutti uguali e non esistessero differenze di classe. Serve assumersi delle responsabilità, non solo denunciare!

Come raccontavi prima, a proposito degli operai che organizzavano squadre per portare ovunque il loro sostegno e solidarietà…
Sì, anche se più che gli operai, qui l’elemento centrale era il CdF. L’aspetto organizzativo era fondamentale.
Questo però non toglie che anche i lavoratori ragionavano per dare soluzioni ai problemi, su cosa fare per essere solidali. Vedevi gli operai che crescevano in termini di coscienza di classe.

Dunque, l’esperienza nei CdF è per te complessivamente positiva. Che indicazioni daresti oggi ai lavoratori e ai loro rappresentanti per arrivare a ricostruire la forza organizzativa della classe operaia?
Innanzitutto, ribadirei il concetto che occorre rappresentare gli interessi dei lavoratori e non quelli delle organizzazioni sindacali di appartenenza, mentre oggi si rappresentano più queste, cosa che determina l’allontanamento dei lavoratori. Molti rappresentanti oggi “tutelano” i lavoratori, il che non è un male, ma questo è diverso dal rappresentarli e bisognerebbe formarli perché riescano a farlo di nuovo. Anche tra i compagni spesso si celebra la propria organizzazione come la migliore…, fossilizzandosi sui difetti delle altre, senza porsi in una prospettiva unificante. Se ci sono decine di organizzazioni che si dichiarano comuniste e poi sul piano elettorale si arriva a ottenere solo il 2% dei voti, allora c’è di sicuro un problema di visione di lungo termine. Bisogna fare autocritica. Sono però fiducioso nella creazione di una società diversa da quella capitalista. Solo i comunisti hanno provato a crearla, seppur senza risultati.

Io non direi senza risultati, direi piuttosto che i primi tentativi hanno prodotto insegnamenti importanti da cui occorre ripartire…
Sì, io di quelle esperienze non butto nulla. Ma vorrei procedere coi piedi di piombo e capire quanto esse hanno effettivamente fatto crescere e motivato noi che siamo comunque cresciuti nella società capitalista. Da noi i capitalisti sono stati costretti a cedere diritti ai lavoratori. Se siamo diversi dagli Stati Uniti è anche grazie ai paesi che hanno provato a instaurare il comunismo, anche se poi hanno fallito per altri aspetti.

Un’ultima domanda su un fatto di questi giorni: Gino Strada è stato chiamato dal governo Conte II ad assumere un ruolo di responsabilità nella sanità nazionale: quanto pensi abbia influito in questo la mobilitazione delle masse per una sanità degna di questo nome?
Se è stato davvero chiamato per quello, direi che è giusto che Gino Strada assuma la responsabilità che gli è stata proposta, ma se è stato chiamato per fare solo da specchietto per le allodole, allora no.
Sento che qualcuno all’interno del governo parla di “tornare alla sanità pubblica”, a fronte dei disastri regionali. Se si dà in mano a Strada un incarico che va in questa direzione bene! Ma se è solo uno specchietto per le allodole…

In questo sta la differenza tra un governo espressione delle masse popolari organizzate e un governo della borghesia che fa solo del teatrino…
Sì, ne convengo.

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