Ai compagni de “L’Ordine Nuovo”

 

Cari compagni dell’”Ordine Nuovo”,

abbiamo letto e analizzato l’articolo da voi recentemente pubblicato “Contro ogni fatalismo, Gramsci e la rivoluzione del popolo”.[1] Vi inviamo questa lettera come contributo alla riflessione da voi avviata e in generale al dibattito ideologico e politico franco e aperto necessario alla ricostruzione su basi solide di un movimento comunista all’altezza dei compiti che abbiamo davanti.

L’articolo è interessante e coglie aspetti giusti. In particolare, esso ha il pregio di affermare chiaramente la tesi per cui la rivoluzione socialista non scoppia ma si costruisce, e chi la costruisce è un partito comunista. Citate al riguardo la nota 17 del Quaderno 13 dei Quaderni del carcere in cui Gramsci spiega che l’aggravarsi della crisi economica del capitalismo non porta di per sé alla rivoluzione socialista senza un cambiamento sovrastrutturale, politico. Gramsci scrive: “Si può escludere che, di per sé stesse, le crisi economiche immediate producano eventi fondamentali; solo possono creare un terreno più favorevole alla diffusione di certi modi di pensare, di impostare e risolvere le questioni che coinvolgono tutto l’ulteriore sviluppo della vita statale”. Con ciò Gramsci nega le teorie secondo cui la rivoluzione scoppia.

Del resto, Gramsci più di tutti si è distaccato dalle deviazioni che hanno caratterizzato il movimento comunista nei paesi imperialisti: determinismo e meccanicismo in campo filosofico, riformismo ed economicismo sul piano politico[2]. È stato il primo, infatti, ad indicare la guerra di posizione[3] come strategia per la rivoluzione socialista e a comprendere a fondo in cosa consiste il ruolo dirigente del partito comunista nel processo rivoluzionario.

Tuttavia, la base su cui si costruisce la rivoluzione socialista sta nelle condizioni oggettive e nell’oggettività della stessa lotta di classe, che esiste al di là dell’azione dei comunisti.

L’autore dell’articolo non riconosce che la resistenza spontanea delle masse popolari al procedere della crisi aumenta (dichiara che a seguito della crisi finanziaria del 2008 – 2009 la mobilitazione delle masse non è aumentata) e riduce la lotta di classe a una “conflittualità” diretta da un partito comunista che secondo l’autore non c’è e non si sa quando sarà costituito. Sorvola su un fatto scontato: se qualcosa che serve non c’è dobbiamo procurarcelo o costruircelo, dobbiamo lavorare, insomma. L’unica alternativa a questa soluzione è che qualcun’altro lavori per noi, ma questo contraddice con chi si dichiara comunista, perché essere comunista significa abolire la condizione per cui c’è chi non lavora e vive del lavoro altrui. Questo vale anche per la costruzione del partito comunista: se uno crede che non ci sia, lo deve costruire. All’autore dell’articolo diciamo questo: “Compagno, norma generale è che un comunista non si distingue da un borghese perché descrive i problemi che quello non descrive o maschera. Un comunista si distingue da un borghese perché porta soluzioni e le sperimenta nella pratica. L’undicesima Tesi su Feuerbach di Marx (1845) ci insegna che “filosofi non sono quelli che descrivono il mondo, ma quelli che lo trasformano”. Nel tuo e nostro caso particolare, questa legge significa che non possiamo limitarci a illustrare l’assenza del partito comunista come problema, ma dobbiamo costruirlo”. Di fatto, questo compito nella storia d’Italia è stato fatto proprio dal movimento marxista-leninista già a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, dalle Brigate Rosse nel periodo successivo, e a partire dagli anni Ottanta dalle forze riunite nella Carovana del (nuovo)PCI, di cui il Partito dei CARC è componente, fino alla fondazione del (nuovo)PCI nell’autunno del 2004. Consigliamo di prestare attenzione a questo processo storico, sul quale tra le forze che si dichiarano comuniste e di sinistra vige la regola di mantenere il silenzio ostentando che è cosa che non merita attenzione perché “piccola”, come se la grandezza fosse ciò che ne determina la potenza e il suo futuro possibile, come se, quindi, il piccolo seme della quercia valesse meno di una grande quercia crollata per le radici imputridite.

Un altro limite in questo articolo sta nel fatto che l’autore non comprende la  natura della crisi del capitalismo che, peraltro, nemmeno Gramsci e i dirigenti del primo movimento comunista avevano compreso, come spiegato nell’opuscolo “Gramsci e la crisi generale del capitalismo”[4][5]

La fase imperialista del capitalismo non è quella delle crisi cicliche, che si risolvono automaticamente grazie all’andamento anarchico del mercato, ma è quella delle crisi generali per sovrapproduzione assoluta di capitale[6] che a partire dall’economia producono effetti sulla sovrastruttura politica e sociale e in questa fase anche sul terreno ambientale e sanitario.

Non vedere la realtà oggettiva caratterizzata dalla mobilitazione spontanea delle masse popolari porta l’autore a leggere in maniera unilaterale le contromisure della borghesia per far fronte alla crisi e a considerare l’intossicazione e la diversione che la borghesia diffonde come capace di rendere permanentemente inerti e incoscienti le masse popolari ridotte tutt’al più a fare lotte inutili e perdenti.

L’autore scrive: “il sistema borghese ha la possibilità di eliminare ogni proposta alternativa ad esso. In tal modo, si crea un sistema dove ogni «concezione del mondo» è capitalista e si riduce – nel peggiore dei casi – a proposte di vita utili per favorire i profitti dei capitalisti e – nel migliore dei casi – a proposte di lotta di retroguardia, cioè dirette a chiedere le “briciole”, gli avanzi dei capitalisti grazie a minimi miglioramenti delle proprie condizioni lavorative e di vita. Battaglie poi spesso fallimentari, dato l’enorme forza che il capitale ha nella contrattazione”. Quindi siccome il partito comunista non è egemone tra le masse popolari (ma chi è il responsabile? come rimediare a questo problema?) le masse popolari non lotterebbero contro i padroni o metterebbero in campo forme di lotta e di mobilitazione che non sono lotta di classe.

L’autore dice poi cose interessanti e giuste sul rapporto tra comunisti e masse popolari. In particolare, comprende la necessità che il partito comunista non si sostituisca alle masse ma lavori a mobilitarle, educarle, renderle protagoniste e responsabili del processo rivoluzionario, portandole via via a costruire un “sistema politico” prodotto dall’unità tra partito e masse popolari. Sbaglia, però, sulla natura del partito. Se le masse popolari e la classe operaia sono “sussumibili” dal capitale, il partito comunista non potrà essere il loro reparto avanzato, d’avanguardia, ma un’organizzazione staccata da loro e composta da intellettuali le cui qualità sarebbero di essere coscienti della necessità del comunismo, di essere interessati alla sorte delle masse popolari e intenti a fare la rivoluzione socialista con il loro consenso. L’autore nega la possibilità che le masse popolari possano esprimere un proprio Stato Maggiore (il partito, appunto) e trasformarsi fino ad edificare un proprio sistema politico autonomo da quello della borghesia e antagonista ad esso.

I fatti di questi ultimi giorni mostrano l’acuirsi della crisi generale (di cui l’emergenza per il COVID-19 è solo un aspetto e un effetto) e l’incremento della resistenza spontanea che le masse popolari oppongono ai suoi effetti. A partire dagli spunti offerti dal vostro articolo, viproponiamo, dunque, di discutere tre argomenti:

  1. l’analisi della crisi;
  2. la natura del partito comunista;
  3. l’esistenza nel nostro paese di due sistemi politici contrapposti[7].

Noi partiamo dalla consapevolezza che i comunisti devono fare leva sulla resistenza spontanea per rafforzare il sistema politico delle masse popolari e renderlo in grado di soppiantare definitivamente quello della borghesia. Partiamo dalla consapevolezza che:

  1. la resistenza spontanea è un fattore oggettivo e frutto di una tendenza di lungo periodo (la crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale, non una crisi ciclica dovuta a fattori contingenti come il COVID-19);
  2. il partito comunista è parte della classe operaia e delle masse popolari ma se ne distingue per unirsi ad esse ad un livello superiore e diventarne la classe dirigente.

Questi sono alcuni punti fondamentali della discussione che proponiamo di avviare.

Napoli, 14/11/2020,

La Commissione Gramsci del Partito dei CARC

   

[1] https://www.lordinenuovo.it/2020/10/13/contro-ogni-fatalismo-antonio-gramsci-e-la-rivoluzione-del-popolo/.

[2] Il determinismo e il meccanicismo in filosofia sono quei modi del pensiero secondo i quali le cose accadono per fattori esterni, meccanici. Appartiene a questi modi di pensare l’opinione diffusa secondo la quale non ci sarà alcuna rivoluzione fino a che le masse popolari non staranno “alla fame”. L’opinione è smentita dal fatto che nella storia e anche oggi intere popolazioni sono alla fame e non per questo fanno rivoluzioni di alcun genere.

Il riformismo in politica consiste nell’aspettarsi che il progresso della società può avvenire tramite una successione di riforme e che non è necessaria una rivoluzione, in particolare non è necessaria la rivoluzione socialista. È l’idea che il Partito comunista italiano diretto da Togliatti ha cominciato a sostenere dal 1956.

L’economicismo in politica consiste nel ritenere che gli operai, tutti i lavoratori e in generale le masse popolari si interessano solo dei loro problemi individuali e non hanno alcun interesse alle materie di carattere collettivo o generale. Nella pratica, quindi, consiste nel ridurre la attività politica e sindacale alla soddisfazione degli interessi individuali e immediati delle masse popolari.

[3] Mao Tse Tung darà definizione scientifica di quella che Gramsci chiama “guerra di posizione” e la sperimenterà come strategia vittoriosa, chiamandola guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata).

[4] Supplemento a La Voce del (n)PCI, n. 61, marzo 2019.

[5] http://www.nuovopci.it/voce/supplementi/Gramsci_Crisi/Gramsci_e_la_crisi.html.

[6]. Per sovrapproduzione assoluta di capitale si intende una situazione in cui il capitale accumulato è cresciuto oltre certi limiti (determinati dalle condizioni di valorizzazione) e il contrasto tra l’aumento illimitato del capitale e i limiti fisici e sociali all’accumulazione di plusvalore porta addirittura alla diminuzione della massa del plusvalore che i capitalisti estorcerebbero se impiegassero come capitale produttivo o come capitale finanziario tutto il capitale accumulato. Per approfondimenti si rimanda agli articoli della rivista Rapporti Sociali raccolti nel sito del (n)PCI

[7]Di quest’ultima questione, in particolare, Gramsci si è occupato in Quaderno 6 – §138, in cui parla di due forze che si contrappongono in una “guerra d’assedio, compressa, difficile, in cui si domandano qualità eccezionali di pazienza e spirito inventivo. Nella politica l’assedio è reciproco, nonostante tutte le apparenze e il solo fatto che il dominante debba fare sfoggio di tutte le sue risorse dimostra quale calcolo esso faccia dell’avversario” (Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 2001, pag. 802).

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