Contro la repressione rispondiamo con l’attacco.

 

 

 

Il Partito dei CARC con la scritta “Fontana assassino” ha detto la verità sulla natura del sistema politico che governa la Lombardia e l’intero paese, identificando precisamente i responsabili di un’emergenza sanitaria che è diventata una strage (15.000 morti in Lombardia 35.000 in tutta Italia). Per questo la scritta ha sollevato un grande clamore. Da un lato, essa ha dato voce a tanti milanesi che hanno cominciato a fare altre scritte e a solidarizzare direttamente o indirettamente con noi, dall’altro ha scatenato una canea mediatica contro il Partito dei CARC e contro i comunisti in generale con articoli di giornale, interviste radio, ecc.

Al clamore suscitato dalla scritta e dal movimento che si è creato attorno ad essa è seguito subito l’attacco repressivo, con l’apertura da parte del pool antiterrorismo della procura di Milano di un fascicolo per diffamazione e minacce per sei indagati tra membri dei CARC e attivisti del centro sociale ZAM, rei di aver fatto un’altra scritta sull’esempio della precedente. La borghesia con il suo sistema politico in questa fase di crisi generale, acuita ulteriormente dall’emergenza Covid, attacca perché è debole. Riesce sempre meno a governare il paese e a far rispettare alle masse popolari il suo sistema di leggi e regole e per questo ricorre sistematicamente alla repressione: dalle multe alle Brigate di Solidarietà fino ai procedimenti disciplinari nei confronti di lavoratori che non rispettano gli obblighi di fedeltà[1], dalle sanzioni per chi è uscito di casa per celebrare il 25 aprile fino agli arresti per chi ha reagito agli abusi della polizia (vedi il caso degli attivisti arrestati in piazza Bellini il 16 giugno a Napoli). La borghesia soprattutto teme chi non si limita a denunciare le ingiustizie e le storture della situazione attuale, ma dice la verità decisiva in questa fase di emergenza economica, sanitaria e politica indica alle masse popolari i responsabili dell’emergenza e la via per uscirne. Non è la scritta a fare paura, ma il piano politico di cui la scritta è espressione. Il piano è nell’ordine delle cose e per questo suscita e può ampliare il seguito tra gli elementi più coscienti delle masse popolari: cacciare Fontana e tutto il sistema politico che rappresenta, quello di Confindustria, del Vaticano, della NATO, della UE, delle organizzazioni criminali, rafforzare il sistema politico delle masse popolari organizzate attorno al Partito Comunista fino a renderlo in grado prima di imporre proprie amministrazioni locali e un proprio governo nazionale di emergenza e poi di instaurare il socialismo. 

Il Partito dei CARC, lungi dal limitarsi a “parare i colpi”, si è assunto le responsabilità della scritta, ci ha messo la faccia e ha rilanciato, ribaltando la campagna orchestrata dai media borghesi e utilizzandola per alimentare la solidarietà, la mobilitazione, l’organizzazione delle masse popolari come scritto nel comunicato che annunciava la conferenza stampa del 20 maggio scorso: “Tecnicamente l’eventuale processo a nostro carico sarà occasione per dare voce alle testimonianze, che qualcuno fa finta di non conoscere, delle persone che sono state malate, a casa, senza cure e senza diagnosi per settimane (…). Si, faremo un bel processo. Ma non siamo gli accusati. Noi, assieme ai famigliari degli anziani uccisi nelle RSA, agli infermieri licenziati o sanzionati perché denunciano, ai sindacalisti colpiti, ai cittadini privati di DPI, siamo gli accusatori”; e ancora “Non pagheremo multe, non rispetteremo restrizioni della libertà individuale, non metteremo firme in caserma, non adempiremo ai lavori socialmente utili… Non saremo i carcerieri né gli esattori di noi stessi per conto dello Stato. Anzi, in caso di condanna andremo (…) ordinatamente ma risolutamente a bussare al carcere di Bollate: il carcere è l’unico modo per farci espiare “la colpa”. Bisogna che qualcuno si prenda la responsabilità di mettere in carcere dei comunisti per una scritta che afferma la verità (benché parziale), che esercitano l’articolo 21 della Costituzione”.[2]

La Carovana del (n)PCI sperimenta questo modo di affrontare la repressione da sempre e cioè fin dall’inizio dei suoi quarant’anni di storia e il Partito dei CARC, che della carovana è componente, pure la affronta in questo modo da quanto è stato costituito 16 anni fa. Lo abbiamo fatto in numerosi processi e lungo gli otto procedimenti giudiziari con i quali la magistratura borghese ha tentato di impedire lo sviluppo del nuovo movimento comunista italiano facendoli susseguire l’uno all’altro senza soluzione di continuità fino alla catastrofica sconfitta subita con l’ottavo procedimento giudiziario (OPG) nel 2012[3], montato da una squadra internazionale che aveva cominciato il suo lavoro a inizio secolo e che includeva tra le sue file

  • Franco Gratteri, uno dei dirigenti di polizia che diresse il massacro della Scuola Diaz a Genova nel 2001, dal 2001 capo dell’antiterrorismo, poi Questore di Bari e, con il grado di prefetto, coordinatore del Dac (Divisione Centrale Anticrimine)”.
  • Augusta Iannini (nata a L’Aquila nel1950), moglie di Bruno Vespa, ai tempi dell’OPG capo dell’Ufficio Legislativo del ministero della Giustizia poi vicepresidente dell’Autorità Garante per la Privacy e il 27 giugno scorso nominata nel CdA del Policlinico San Donato e in quello dell’Ospedale San Raffaele di Milano,
  • il giudice Paolo Giovagnoli, (nato a Roma nel 1951 e morto ieri 11 luglio a Modena) e direttore dell’operazione sul terreno italiano dopo la ritirata della squadra dal terreno francese per l’abbandono dell’offensiva dei giudici locali.

Il modo di rispondere all’attacco repressivo con l’attacco non è nuovo nella storia del movimento comunista. Famoso è il processo con cui Georgi Dimitrov[4] nel 1933 a Lipsia rovesciò contro i nazisti le accuse che questi rivolgevano ai comunisti, tanto che i nazisti furono costretti ad assolverlo per insufficienza di prove e a lasciarlo uscire dalla Germania. La Carovana del (nuovo)Pci ne ha fatto metodo e lo ha definito come legge alle origini del suo percorso, perché è subito stata attaccata con la repressione nel contesto dell’attacco generale alla classe operaia e al movimento comunista agli inizi degli anni Ottanta dello scorso secolo. La Carovana ha indicato come la repressione può essere rovesciata contro la borghesia e come diventa quindi strumento di forza per il proletariato.

La Carovana ha reso metodo l’usare la repressione rovesciandola contro chi la scatena, e questa è una novità nel movimento comunista che precedentemente si è mosso in ordine sparso, come mostra la vicenda di Antonio Gramsci, opposta a quella di Dimitrov. Poco tempo fa è stato l’anniversario della condanna di Gramsci, avvenuta il 4 giugno 1928[5]. Gramsci fu certamente eroico nel fronteggiare la repressione fascista e nel resistere ad essa fino alla fine, senza mai scendere a compromessi. Inoltre, attraverso i Quaderni del carcere continuò ad elaborare l’esperienza del movimento comunista italiano, configurandosi come il più importante dirigente comunista dei paesi imperialisti il cui contributo è fondamentale soprattutto su due aspetti: 1. La comprensione della natura della rivoluzione socialista come Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata (il termine da lui usato fu “guerra di posizione”) ovvero come un percorso di progressiva raccolta di forze attorno al Partito Comunista, di elevazione di quelle forze e del loro uso per la costruzione del nuovo potere della classe operaia e delle masse popolari organizzate in grado di contendere il potere al sistema politico della borghesia fino a sottrarglielo; 2. La comprensione della necessità per i comunisti di imparare a pensare autonomamente rispetto all’ideologia del nemico di classe, intraprendendo un percorso di trasformazione, di Riforma Intellettuale e Morale.

Gramsci però non usò appieno questi insegnamenti nell’affrontare il suo processo e la sua detenzione in carcere. Piuttosto puntò tutto sul sostegno alla sua liberazione da parte di elementi del Vaticano o di intellettuali progressisti e sinceri democratici come ad esempio il suo amico economista e intellettale Piero Sraffa  (Torino5 agosto 1898 – Cambridge3 settembre 1983) o di vertici dell’apparato giudiziario quali lo zio di Sraffa, Mariano D’Amelio (Napoli4 novembre 1871 – Roma19 novembre 1943), primo presidente della Corte Suprema di Cassazione dal 1923 al 1941. Rifiutò sistematicamente qualunque campagna politica a suo sostegno, temendo che il regime si sarebbe irrigidito ed evitò di affermare durante il processo la sua identità di principale dirigente del Partito Comunista. In sintesi, non fece della sua vicenda individuale uno strumento per rafforzare la mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari e finì, dunque, per mettersi sostanzialmente al carro della borghesia e del clero.

I limiti di questa condotta, tuttavia, non erano solo suoi: erano i limiti che caratterizzavano complessivamente il primo PCI che Gramsci tentò senza successo di trasformare nello Stato Maggiore necessario alla classe operaia ma che, nato da una costola del vecchio Partito Socialista, rimase essenzialmente il partito organizzatore delle lotte e della loro rappresentanza politica nelle istituzioni borghesi, piuttosto che il costruttore e la guida del sistema di potere politico della classe operaia e delle masse popolari (si veda a tal proposito l’esperienza della Resistenza, in cui il PCI promosse efficacemente la lotta per cacciare i nazifascisti ma non diresse coscientemente la costruzione del nuovo potere non avendo una strategia per la rivoluzione socialista).

L’elaborazione del bilancio del primo movimento comunista, e la resistenza e l’attacco contro la lunga persecuzione ad opera delle autorità borghesi hanno portato la Carovana ad accumulare un’ampia esperienza nel campo della lotta alla repressione da cui ha tratto numerosi insegnamenti.

In particolare:

  1. L’aspetto principale della lotta alla repressione non consiste nella ricerca di pretesti legali per difendersi, né nella ricerca della benevolenza da parte del nemico, ma nella mobilitazione delle masse popolari a ribaltare la repressione rivolta contro di esse, passando da accusati ad accusatori di un sistema marcio e corroso dalla sua stessa crisi;
  2. i comunisti possono rovesciare l’arma della repressione nei confronti della borghesia e in questo modo rafforzarsi ed estendere la propria influenza tra le masse;
  3. la lotta alla repressione per essere efficace va portata su un piano politico e inserita nel quadro della lotta per il rafforzamento del nuovo potere delle masse popolari organizzate che è ciò contro cui effettivamente la borghesia si scaglia.

E’ in quest’ottica che il Partito dei CARC combina la lotta contro l’operazione di rappresaglia in atto da parte dello stato borghese con quella per imporre un commissariamento popolare della Regione Lombardia, chiamando le organizzazioni operaie e popolari che si sono costituite e consolidate in questi mesi di emergenza, dalle Brigate di Solidarietà ai lavoratori della sanità, a dare continuità ed estendere il raggio alla propria azione, a farne la base per cacciare la giunta Fontana, asservita agli interessi di Confindustria e Vaticano e sostituirla con una commissione popolare composta da personalità di fiducia delle masse popolari.

 

[1] Il caso di Marco Lenzoni, infermiere di Pontremoli, grazie alla sua individuale risposta d’attacco è diventato noto prima in tutta la Toscana e poi a livello nazionale, ha raccolto la solidarietà di tanti lavoratori e ha investito le forze politiche, chiamando in causa l’assessore alla Sanità della Regione Toscana Saccardi, costringendo infine l’azienda, che aveva promosso un provvedimento disciplinare perché aveva denunciato lo stato del sistema sanitario di fronte al virus, a limitarsi a “un’ora di sospensione dal lavoro”.

[2] “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”

[3] Dodici tra compagni del (n)PCI e del Partito dei Carc furono accusati di associazione sovversiva e banda armata e il procedimento si concluse dopo anni di persecuzioni con l’assoluzione piena.

[4] Georgi Dimitrov (Kovačevci(Bulgaria) 18 giugno1882 – Mosca2 luglio 1949) è stato uno dei massimi dirigenti dell’Internazionale Comunista

[5] La materia è già stata oggetto di un precedente articolo della Commissione Gramsci pubblicato nel giugno 2019.

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