Abbiamo intervisto un membro del Comitato familiari vittime CRA/RSA di Modena e provincia, organismo nato per ottenere “vertià e giustizia” per la strage perpetrata, a livello nazionale e locale, nelle Case Residenza Anziani e nelle Residenze Sanitarie Assistenziali. L’Emilia Romanga, in questo senso, è una “piccola” Lombardia e le responsabilità politiche del governo regionale, con alla testa Bonaccini (PD), sono di giorno in giorno sempre più evidenti, incalzate dai nuovi focolai (quello alla Bartolini di Bologna non è un caso isolato) e dall’emersione del reale numero di vittime nelle strutture per anziani, soprattutto nel reggiano.

L’intervista è interessante perché dimostra che ogni singola battaglia è e va inserita in un quadro più ampio stante anche le interdipendenze tra settori e ambiti di lavoro. Infatti, i “nodi venuti al pettine” nella cura e gestione della popolazione anziana, concepita e trattata come esuberi e come un costo da parte della classe dominante, discendono dall’intera impostazione e direzione del SSN e della società nel suo complesso. Non solo, ma l’azione ed esistenza di questo Comitato (non è un caso unico, ne sono sorti decine in diverse regioni) consente anche di togliere forza e ossigeno al tentativo di mettere utenti e familiari contro i lavoratori socio sanitari: il Comitato si fa promotore di un fronte comune perché, come illustra bene l’intervista, hanno interessi compatibili e comuni.
Infatti, altro obiettivo della lotta del Comitato, oltre al mettere a fuoco le responsabilità di quanto avvenuto durante la crisi sanitaria da Covid-19, è quello di iniziare a progettare e realizzare un nuovo modello di assistenza agli anziani, agendo quindi in maniera propositiva rispetto alla gestione della società e per questo è fondamentale il coordinamento tra Comitati a livello nazionale e regionale e con i lavoratori del settore, perché significa intervenire tra le maglie del sistema di direzione territoriale, cambiandolo.

Il Comitato si muove su più piani, giustamente anche tramite esposti in Procura e collaborando con le Autorità Competenti ma nessuna illusione: tra veline e processi farsa, la giustizia borghese non trionferà! Quindi, ogni singola battaglia trova respiro e soluzione se legata alla questione del governo dei territori e del Paese, fondato su una rete di esperienze di autorganizzazione in ogni ambulatorio, casa di cura, ospedale, azienda, fabbrica, scuola e quartiere: solo con un governo d’emergenza popolare possiamo concretamente iniziare ad invertire la rotta fino a realizzare l’unica vera soluzione, il socialismo!

Buona lettura

1. Il fronte delle CRA e RSA è stato uno dei principali nell’emergenza sanitaria e della sua gestione criminale: puoi illustrarci la tua esperienza e più in generale la situazione/gestione a Modena e provincia?
Io ho perso il nonno in una struttura residenziale per anziane/i nel modenese, nella notte tra il 27 e il 28 di marzo 2020, aveva 87 anni. La mia drammatica esperienza, come quella di tante/i altre/i familiari, narra di un enorme vuoto comunicativo, di omertà informativa da parte della gestione della strutura che, anche a fronte di quesiti specifici da parte di noi familiari rispetto alla presenza o meno di Covid19 all’interno, si trincerava dietro una fantonmatica privacy, senza fornire alcuna notizia sulla presenza di un eventuale focalaio al suo interno. Mio nonno era affidato alle loro cure, era nelle loro mani, sotto la loro tutela: mentre ancora aspettavamo l’esito del tampone, scoprimmo dai giornali che all’interno c’era un focolaio, aggravato dal fatto che all’interno della struttura avevano anche un’emergenza legata alla carenza e mancanza di personale. Una struttura che da inizio emergenza a giugno conta 29 decessi, a fronte dei 10 decessi registrati nel medesimo periodo dell’anno precedente: non solo, almeno 29 sono gli operatori socio sanitari colpiti dal virus, rimanendo addiruttura scoperti del medico di base, andato in pensione.
L’esito del tampone positivo arrivò la mattina del 27 marzo e nella notte ci telefonarono per comunicarci che il nonno ci aveva lasciato, mentre noi ancora aspettavamo di essere contattati per il ricovero ospedaliero del nonno, ricovero richiesto fin da subito e sempre negato in quanto, ci è stato detto, le cure che riusciva a garantire la struttura erano le medesime dell’ospedale. In realtà, in struttura non vi era nemmeno il medico h24, tanto che la cartella clinica del nonno riporta di continue telefonate al medico di guardia. Tra l’altro, sempre da cartella clinica, risulta che a mio nonno sono stati somministrati come farmaci semplicemente paracetamolo e un antibiotico ad ampio spettro, neanche un goccio di morfina. Queste sono state le tutele a garnzia del diritto alla salute costituzionalmente sancito e il rispetto del diritto alle terapie del dolore ai sensi della L. 38/2010.

Rispetto alla situazione dei dati di Modena e provincia, gli ultimi dati ufficiali, aggiornati al 28 maggio, parlano di 16 strutture colpite dal Coronavirus su un totale di 52 presenti sull’intero territorio per un numero complessivo di 3289 posti accreditati e un numero di 161 decessi Covid-19 uffiali tra i pazienti ospiti (il 4,9 % del totale).
C’è da precisare che rispetto ai dati ufficiali appare lecito nutrire riserve per diversi motivi:
– abbiamo, all’interno del nostro Comitato, più di una testimonianza di deceduti senza tampone, in quanto non venivano fatti a tappeto e adirittura negati post mortem, nonostante esplicita richiesta dei familiari;
– come già riferito, la struttura dove era ricoverato mio nonno ha riportato fino al mese scorso 29 decessi da inizio emergenza, a fronte dei 10 dello stesso periodo dell’anno precedente, ma i dati ufficiali riportano 13 decessi Covid19…ne mancano diversi all’appello;
– c’è da considerare che potrebbero esserci stati, con ragionevole certezza, diversi decessi collaterali, sempre legati direttamente all’emergenza sanitaria, dovuti al fatto che è mancata anche l’assistenza di base a queste persone non autosufficienti e malati cronici, per via della mancanza di personale (già prima, in condizioni di “normalità”, ridotto all’osso) tra operatori malati, reclutati dagli ospedali o che si sono dimessi a causa delle condizioni in cui erano costretti a prestare servizio.

Personalmente, ritengo che il fronte CRA/RSA sia solo la punta dell’iceberg della mala gestione dell’intero Sistema che è partita in generale dalla sopressione della medicina territoriale e, nel complesso, dal progressivo smantellamento del Sistema Sanitario Pubblico e del Welfare, a danno della tutela del diritto alla salutesancito costituzionalmente, e sia il frutto del problema strutturale legato all’ageismo, che considera le persone anziane non più produttive e quindi vite a termine, non più degne di valore, su cui non vale la pena investire, in barba al principio di uguaglianza costituzionale.
Chiaro che chi ne ha pagato e ne paga il prezzo più alto solo le categorie socialmente più deboli e fragili, quale quella degli anziani polipatologici non autosufficienti e, in particolare, in regime di emarginazione istituzionale come quella dei lavoratori sfrutatti precari e quindi in condizioni di ricattabilità.

2. Eppure, da Regione e Comune, “tutto tace”, o meglio cercano di nascondere la verità e le responsabilità dietro gli elogi alla gestione della Sanità locale. Da qui l’esigenza di combattere per la verità e la giustizia: puoi spiegarci come e perché è nato il Comitato dei familiari delle vittime?
Confermo, dalle Istituzioni per ora è giunto solo un gran silenzio assordante e un trincerarsi dietro ad una vuota propaganda di buona gestione (!) di un modello sanitario regionale virtuoso che non trova ormai più riscontro con la realtà dei fatti, visto lo smantellamento progressivo del servizio sanitario pubblico. A questo fa da contro altare il duro lavoro, dedizione, diligenza e professionalità del personale sanitario che vi presta servizio.
Teniamo conto che rispetto ai decessi Covid-19 nelle strutture socio-sanitarie, l’Emilia-Romagna ha detenuto il primato nazionale come regione in numeri percentuali, in relazione cioè al numero di ospiti e pazienti (fonte ISS report del 14/04/2020), con Reggio Emilia seconda provincia dopo Bergamo.
Di fronte ai dati ufficiali esposti più sopra in riferimento alla provincia di Modena, la maggioranza politica regionale ha pubblicamente che “il sistema ha retto”. Questo, a nostro avviso, rappresenta, oltre ad un mancata assunzione di responsabilità, una non volontà di mettere in discussione il sistema per fare in modo che quello che è accaduto non si verifichi più. E, secondo noi, è ancora più grave.

Il Comitato è nato proprio dall’esigenza di rompere il silenzio e questa coltre di omertà che cerca, tutt’ora e con prepotenza, di calare un sipario su queste tragiche morti a nostro avviso assolutamente evitabili. Nasce dall’esigenza di fare breccia in questo muro di propaganda politica atta a sminuire e minimizzare la portata di queste stragi, oltre che dall’esigenza di raccogliere le varie esperienze per confrontarci e condividere dolore e rabbia comuni, anche al fine di edificare insieme un progetto per dirottare questi tragici vissuti e difficili emozioni in maniera costruttiva. Altra esigenza fondamentale è stata anche quella di uscire dall’isolamento in cui ci aveva costretto l’emergenza sanitaria, per riprenderci appunto insieme gli spazi pubblici e avere così, in gruppo, un maggiore peso specifico, maggiore voce per affrontare le narrazioni mistificatorie.

3. Non solo familiari, ma anche il fronte dei lavoratori del settore, colpiti duramente (mancanza DPI, contagi, azioni disciplinari come nel caso dell’infermiere toscano Marco Lenzoni), è parte essenziale di questo percorso: come procede la costruzione di un fronte tra voi familiari e i lavoratori?
Infatti, per abbattere il muro di cui ho parlato sopra, era per noi scontata una collaborazione con gli opratori socio sanitari che sono stati pure loro vittime, pagando un prezzo troppo alto a causa della mala gestione, sia sul piano del ricatto lavorativo per chi ‘osa’ deunciare l’accaduto, che sul piano della salute e disattesa sicurezza sul lavoro: a tal proposito ricordiamo il decesso per Covid-19 proprio a Modena di una giovane operatrice di 36 anni che lavorava in una struttura per anziani, tra quelle ufficialmente trasformatesi in focolai della morte.
Gli operatori sono stati proprio i nostri occhi e le nostre orecchie dal momento in cui a noi familiari è stato chiuso l’accesso alle strutture per via dell’emergenza sanitaria, vista la neccessità di tutelare le persone più fragili e anziane come i nostri cari. Quindi, sono in grado di fornire anche a noi familiari un quadro più chiaro e dettagliato di ciò che è avvenuto all’interno di questi luoghi trasformati in inferni.
Inoltre, le istanze dei lavoratori sono le medesime istanze di noi utenti, nonostante i tentativi della propaganda politica di dividere il fronte e farsi scudo dietro ai lavoratori, facendo passare il messaggio che mettendo in discussione la gestione attaccheremmo anche i lavoratori. Ma i lavoratori sono solidali nei nostri confronti e noi familiari con loro, tanto da costruire un fronte comune grazie soprattutto al sindacato USB.
Rispetto alle istanze comuni appare ovvio che quando il personale è adeguatamente formato, qualificato, adeguatamente valorizzato e retribuito, tutelato dal punto di vista contrattuale e lavora in condizioni di sicurezza, ne giova decisamente anche il servizio fornito agli utenti: un buon servizio che attenzioni e tuteli adeguatamente gli utenti non può prescindere dall’attenzione e tutela nei confronti dei lavoratori, vanno di pari passo.

4. Come si è sviluppata e come si svilupperà la vostra campagna e lotta?
Contemporaneamente alla nostra aggregazione e costituzione in Comitato, abbiamo cominciato a produrre gli esposti singoli, per ogni singola posizione e siamo ad oggi arrivati a 15 esposti in Procura: siamo un Comitato che raccoglie esperienze di diverse strutture distribuite sul territorio della provincia di Modena, la cui Procura di riferimento è stessa per tutti. Poi, consapevoli che depositare i vari esposti non è sufficiente ma che occorre sensibilizzare sul tema l’opinione pubblica e creare massa critica, abbiamo cercato un rapporto con la stampa, i media, che si è mostrata fino ad ora particolarmente interessata, attenta e sensibile alla tematica. In tutto questo, siamo sempre stati e continuiamo ad essere supportati dal punto di vista legale in forma completamente gratuita.
Nel frattempo abbiamo cercato di allargare la nostra esperienza cercando e ottenendo condivisione ad un più ampio livello regionale, interprovinciale, con gruppi e Comitati di familiari delle altre province (Bologna e Parma), costruendo insieme agli operatori e insieme e grazie al sindacato USB, una rete regionale.
Abbiamo, infatti, come rete regionale, il 9 di giugno, organizzato un presidio sotto la sede della Regione ed ottenuto un tavolo di confronto il 10 luglio, per il quale ci stiamo adeguatamente e meticolosamente preparando proprio in questi giorni.

Da pochi giorni abbiamo anche avuto contatti ed un primo incontro in remoto con comitati e associazioni delle altre regioni, quali il Comitato vittime Rsa di Torino/Piemonte e l’Associazione Felìcita, ex Comitato del Trivulzio, che ha e sta radunando tutte le realtà lombarde con l’obbiettivo di costruire insieme un fronte nazionale e la condivisione di iniziative, strategie ed istanze comuni affinchè ciò che è successo non si ripeta mai più. Perchè per tutte/i noi è importante anche l’impostazione sul futuro di queste strutture e il futuro in generale dell’assistenza agli anziani, in particolare non autosufficienti e polipatologici cronici. La pandemia ha scoperchiato un vaso di Pandora rispetto a quello che è un grosso problema strutturale e culturale legato all’ageismo e alla condizione dei lavoratori e per questo stiamo lavorando su diversi fronti:
– quello giudiziario per la ricerca della verità e giustizia, per il quale sono in atto per ora le indagini coordinate tra Procura e Nas, nel cui operato confidiamo e con cui siamo disposti a collaborare appieno e ci metiamo a completa disposizione. Dopo gli esposti singoli stiamo valutando la possbilità di procedere con un esposto collettivo, anche a livello di rete regionale;
– quello mediatico-comunicativo atto a sensibilizzare l’opinione pubblica e mantenere alta l’attenzione;
– quello di aggregazione e partecipazione attiva con le alte realtà coinvolte sia come operatori/lavoratori del settore e i relativi sindacati che li tutelano, che come familiari ed eventuali sostenitori e organizzazioni sostenitrici prive di intenti speculativi e strumentali, dal piano regionale a quello nazionale, in modo da formare una grande massa critica di utenti e cittadini militante ed unita negli obbiettivi e negli intenti, che collabori e condivida iniziative e strategie comuni, anche plateali;
– quello di confronto con la politica di governo a tutti i piani, alla quale non solo portare le nostre rimostranze rispetto all’accaduto e alla gestione della pandemia, che sappiamo essere frutto di anni di politiche scellerate e incentrate sul profitto a scapito della tutela dei diritti fondamentali costituzionali delle persone, ma anche per chiedere e pretendere una partecipazione attiva popolare per la riqualificazione del servizio di assistenza e cura a lungo termine agli aziani polipatologici non autosufficienti. Il punto zero di questo fronte sarà l’incontro del 10 luglio presso la sede della Regione con l’Assessore alla Sanità Donini e la Vicepresidente Assessora al Welfare Schlein.
Infatti, quello dell’assistenza agli anziani, come alle persone con disabilità, dovrebbe essere un problema da attenzionare collettivamente, in ragione anche del proggressivo aumento della popolazione anziana. È un’assistenza che rischia di ricadere, cosa che già comunque avviene (anche per i disabili), sulle spalle delle singole famiglie, quando ci sono, e in particolare sul lavoro di cura gratuito delle donne, su cui grava sempre di più il progressivo smantellamento del sistema welfare e in generale sul cui lavoro di cura gratuito si regge l’intero sistema patriarcale-capitalista, con le conseguenze che ne derivano sul piano dell’emancipazione/condizione femminile: donne costrette sempre di più a lasciare il mercato del lavoro per accudire bambini, anziani e persone con disabilità in forma gratutita, sopperendo alle negligenze e mancanze dello stato sociale e quindi dipendenti economicamente.

Non meno rilevante e fondamentale è l’aspetto classista del problema legato all’assistenza, per cui chi può pagare può permettersi un’assistenza adeguata e che non rischi di ricadere interamente sulle famiglie/donne (sempre se sono presenti) e in particolare, in intersezione con la classe, la problematica genere rileva che sempre le donne anziane sono più svantaggiate in questo senso, in quanto più povere in generale e con pensioni ridotte rispetto agli uomini.
L’assistenza domiciliare di anziane/i e persone non autosfficenti che la politica sta sbandierando come vessilo per una soluzione futura, per non affrontare il falimento del sistema residenziale così come lo hanno ridotto (il che implicherebbe anche una assunzione di responsabilità), è in realtà, a nostro avviso, fumo negli occhi e un modo per scaricare il problema, appunto, sulle famiglie, quando il discorso deve essere collettivo. Un’assistenza domiciliare pubblica/convenzionata per persone non autosufficienti è impensabile e avrebbe costi proibitivi, ergo è irrealizzabile: teniamo conto che parliamo di persone che hanno bisogno di assistenza h24 e la cui assistenza domiciliare ad oggi è a completo carico delle famiglie e lasciata al mercato delle lavoratrici/lavoratori badanti, che nella maggir parte dei casi non hanno alcuna qualifica profesionale nel settore.

Ad oggi in Emilia Romagna, le strutture residenziali e sociosanitarie pubbliche/convenzionate sono solo 348, ovvero il 10,2 % del totale. Questo significa che la maggior parte dell’assistenza residenziale sociosanitaria per anziane/i e persone con disabilità è affidata a privati, con cifre d’accesso proibitive per le persone comuni e meno abienti. La retta delle strutture pubbliche/convenzionate è formata da due componenti: quella sanitaria che riguarda le prestazioni mediche e farmacologiche che vengono assolte dal SSN e quella sociale o alberghiera, che riguarda le spese di vitto, pulizia dei locali, alloggio e altro. Questa parte della quota è a carico dell’anziana/o e si calcola in base al volore ISEE, congiuntamente alla compartecipazione, se prevista, del Comune di appartenenza. Quindi, uno degli obbiettivi principali che ci prefiggiamo come Comitato è la riqualificazione delle strutture residenziali, ridotte a luoghi di emarginazione sociale e corrodoi della morte, che passa, tra le altre cose, dalla riqualificazione e valorizzazione del personale che se ne occupa, oltre che, in primis, della figura dell’anziono/a come custode di memoria, persona che ha lavotrato tutta la vita, contribuendo al benessere sociale, anche per assicurarsi un’assistenza futura adeguata e dignitosa.


5. Lo sviluppo di una rete nazionale è ulteriore strumento per dare maggiore forza alla lotta ed è anche una condizione per limitare che in ogni territorio i vari politicanti facciano il “gioco delle tre carte” prendendo tempo e far passare l’idea che ogni terriorio si deve gestire in autonomia. In tante parti d’Italia sono sorti Comitati simili al vostro: la vostra esperienza è particolarmente interessante perché da Modena vi siete uniti anche con i Comitati di Bologna e di Parma. A livello nazionale avete contatti?
Sì, lo scrivero più sopra ma c’è un ulteriore aspetto che ben si relaziona a questo e che vale la pena introdurre: a nostro avviso, la strategia dell’autonomia differenziata è funzionale anche a frammentare le lotte. Ma come già detto, questo non ci ferma, perchè tra gli obbiettivi molto prossimi c’è proprio la creazione di un fronte comune nazionale, dopo quello territoriale, al fine di condividere lotte, strategie ed iniziative comuni e sostegno reciproco.

6. A fronte dei tentativi di insabbiare la verità, importante è la vostra opera di raccolta dati: renderli pubbblici è un’arma in più per mostrare le evidenti responsabilità politiche, come una vera e propria commissione popolare d’inchiesta che possa raccogliere anche i contributi di esperti e tecnici. Un esempio in questo senso è la pubblicazione di un referto epidemiologico da parte della Consulta Popolare Salute e Sanità di Napoli: avete contatti con esponenti di Medicina Democratica e associazioni simili da valorizzare in questo lavoro di verità?
Per ora abbiamo ottenuto collaborazione da tecnici-scientifici che stanno mettendo a disposizione la loro esperienza e formazione professionale al servizio di noi utenti. L’istituzione di una commissione e osservatorio popolare, con figure individuate da noi utenti, è tra i prossimi obbiettivi delle rete regionale, affinchè, appunto, i dati siano resi pubblici e messi a disposizione dell’intera popolazionee, come è doveroso che sia, ma che tuttora non avviene.
Basta guardare il report finale sul contagio Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie, del 5/05/2020, a cura dell’ISS in collaborazione con il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale (in quanto tali sono considerate/i le/gli anziane/i e le persone con disabilità in regime residenziale), il quale mostra una scarsissima partecipazione e che quindi non può fornire un quadro reale e concreto della stuazione: per l’Emilia-Romagna hanno partecipato solo il 36,7% delle strutture pubbliche/convenzionate.

7. Questa gestione dell’emergenza sanitaria ha reso evidente che sotto questa classe dominante e dirigente (a Sassuolo l’ospedale è al 51% in mano a banche, fondazioni private, ecc.) il processo di smantellamento e privatizzazione del SSN si è aggravato e approfondito, causando a cascata anche la situazione in cui versano le CRA e le RSA. Quindi, ogni singola battaglia trova respiro e soluzione se legata alla questione del governo dei territori e del Paese, fondato su una rete di esperienze di autorganizzazione come la vostra…che ne pensi?
Sono pienamente d’accordo e ritengo che arrivati a questo punto solo un movimento dal basso, articolato e ramificato sui territori in vari movimenti, varie realtà, ma con unità d’intenti e obiettivi comuni e quindi in stretto contatto e collabaroziane tra loro, che si autorganizzano e autogestiscono e si riappropriano degli spazi pubblici. Bisogna rompere questo muro, fatto anche di silenzio e addomesticamento e cioè svuotamento e soppressione/repressione di qualunque forma di resistenza, riprendendosi i diritti calpestati, quale il diritto all salute e ad un SSN pubblico efficente e garantito per tutti fino a far valere la nostra tanto vituperata e disapplicata Costituzione antifascista.
Occorre mobilitarsi anche per risvegliare le coscienze, ormai asuefatte alle ingiustizie sociali e costituire una massa critica sempre più ampia.

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