Rilanciamo un contributo inviatoci da un insegnante della scuola pubblica di Napoli. Lo rilanciamo in giornate che vedono proprio la decisione da parte del presidente della Regione Campania di chiudere le scuole fino al 31 ottobre e che hanno visto e vedranno altresì la mobilitazione dei comitati, Priorità alla Scuola in primis, per riaprire le scuole e per tenerle aperte. Il contributo che ci è arrivato è quanto mai utile per un’analisi del percorso che ha portato la Scuola pubblica nella situazione attuale a partire dall’avvio della seconda crisi generale del capitalismo dalla metà degli anni ’70 e dall’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale, e soprattutto per comprendere gli appigli che oggi sono utili proprio ai comitati dei lavoratori, dei genitori e degli studenti della scuola pubblica per imporre le proprie misure di emergenza per la salvaguardia del sistema d’istruzione nazionale. Le classi dominanti non hanno interesse ad attuare le misure necessarie e proprio per questo ad oggi le uniche misure che sono state prese e che verranno prese in futuro dalla classe dominante sono state e saranno il frutto dell’organizzazione e della mobilitazione delle masse popolari.

La battaglia dei prossimi mesi deve essere proprio quella per tenere aperte le scuole, perché è possibile farlo in sicurezza. Per farlo è necessario che siano proprio i lavoratori, gli studenti e i genitori uniti in comitati a proseguire sulla strada che hanno intrapreso per attuare le misure che hanno individuato come necessarie caso per caso. Per far questo in ogni scuola devono nascere dei simili comitati che facciano quanto l’insegnante stesso indica nel suo contributo: che controllino lo stato delle strutture scolastiche, che ne trovino di altre adeguate (come in molte parti del paese sta già accadendo) e che leghino i nuovi spazi alla suddivisione delle classi per fare non solo pressioni per le assunzioni immediate, ma per renderle necessarie in base alle misure messe in campo proprio da quei comitati. Che facciano delle proprie graduatorie con i precari e i disoccupati che possono essere impiegati da subito, che si mobilitino per i servizi di trasporto pubblico e per avere tamponi veloci e a tappeto, come misura di screening e non d’emergenza, che controllino l’impiego dei fondi in arrivo perché siano spesi per le assunzioni e le strutture e non come ulteriore campo di speculazione. Come sostiene giustamente nel contributo, questi comitati possono avvalersi della mobilitazione di tutti gli altri lavoratori, a partire proprio dai lavoratori del trasporto pubblico per imporre assunzioni e implementazione delle corse e dai lavoratori della sanità in lotta per le assunzioni e per l’abolizione del vincolo di fedeltà aziendale con cui si tenta di impedire loro di difendere e ricostruire la sanità pubblica.

Infine, come bene evidenziato nel contributo, l’epidemia da Covid ha contribuito ad allargare ulteriormente il distacco tra masse popolari e classe dominante ed ha contribuito anche ad acuire le contraddizioni all’interno della stessa classe dominate e tra amministrazioni locali e governo centrale. Nel particolare della scuola, contraddizioni che si sono aperte anche tra dirigenti scolastici, amministrazioni locali e governo centrale. Questi sono gli appigli che i comitati possono e devono usare a proprio vantaggio, inserendosi nelle contraddizioni per affermare i propri interessi e le proprie misure. Gli esponenti politici e sindacali e anche i dirigenti scolastici che si pongono in antagonismo con i partiti delle Larghe Intese devono essere chiamati in causa e spinti ad andare a fondo su quanto dicono, avvalendosi della spinta dei comitati e appoggiandosi a questi. In questo, come giustamente accenna nella sua analisi, il M5S può avere un ruolo e nello specifico quegli esponenti del 5 Stelle che vogliono riportare il Movimento al ruolo che ha avuto in passato e al legame con le masse popolari devono essere spinti avanti; allo stesso modo tutti gli esponenti delle forze politiche che sono in opposizione alle Larghe intese vanno messi a contributo e fatti lavorare insieme nella pratica per sostenere questa battaglia e per promuoverla. Devono essere chiamati a verificare gli spazi trovati dai comitati, a verificare il funzionamento del servizio di trasporti pubblico e della sanità territoriale, a fare pressioni politiche, a dare visibilità e a promuovere simili azioni.

Questa è la strada da seguire perché siano le masse popolari a far fronte agli effetti della crisi e costituire di un governo che sia espressione loro e dei loro interessi; questa è la strada per avanzare nel fare dell’Italia un nuovo paese socialista.

Buona lettura.   

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La scuola pubblica nell’emergenza covid-19 e la crisi generalizzata del capitalismo

Qualcuno ha scritto, ovviamente in senso amaramente ironico, che la pandemia provocata dal Covid-19 almeno una ricaduta positiva sulla situazione della scuola pubblica in Italia l’ha avuto: dalla ripresa in presenza dell’attività didattica, infatti, non potrà mancare almeno il sapone!

La pochade nasconde una triste verità di Pulcinella, che è ormai sotto gli occhi di tutti: lavoratori della scuola o destinatari del servizio pubblico imprescindibile che essa dovrebbe erogare, soprattutto di quelli appartenenti alle fasce delle masse popolari che hanno visto e conosciuto in essa, negli anni della ripresa post-bellica e del boom economico (’55-’70), un formidabile mezzo di promozione sociale (il famoso “ascensore sociale” promosso dalla narrazione ufficiale capitalistica di quegli anni).

Con l’inizio della nuova fase di crisi generalizzata e irreversibile del sistema, da metà anni ’70 a oggi, i governi del compromesso storico prima e delle Larghe Intese poi (dai ministri Falcucci, Berlinguer e Moratti negli anni ‘90, passando per i governi D’Alema e Prodi, per gli 8 miliardi di tagli della Gelmini,  per Monti, e fino ad arrivare al “pastrocchio” dell’ultima “riforma” renziana, la legge 107/2017) hanno fatto a gara per disinvestire dal settore della formazione pubblica, visto solo come un terreno di speculazione da parte di una borghesia beceramente arroccata sui propri privilegi di classe e interessata solo a valorizzare l’enorme massa di capitale disponibile in circolazione nella maniera più agile e  possibile, vale a dire attraverso la rendita finanziaria. Qualche investimento marginale, consistente in una manciata di spiccioli (200-300 milioni a finanziaria, in media) su quel già magro 2,5% del PIL che l’Italia destinava all’istruzione, è invece servito più che altro da contentino al business delle paritarie, per la maggior parte cattoliche, tanto per tenersi buoni anche i vertici della Repubblica Pontificia. L’istruzione come diritto costituzionale sostanziale, capace di mettere in campo politiche di inclusione sociale attraverso il grande raggiro della mobilità sociale, proposto dal capitalismo nella sua fase espansiva, è ormai – di fatto – lettera morta da lungo tempo. La scuola modernizzata e aziendalizzata, la scuola dei lavoratori precari a vita, la cosiddetta “buona Scuola” o la “scuola delle competenze”, che ci hanno propinato i governi delle Larghe Intese negli ultimi 30 anni è, per molti versi, una scuola sempre più classista, dove lo sfruttamento della manodopera giovanile è definito “alternanza scuola-lavoro”, dove i figli degli operai devono imparare a fare i tecnici e a diventare consumatori docili al servizio del sistema, mentre per i figli delle élites sono riservate le migliori scuole e università pubbliche e la crema di quelle private, in primis cattoliche, anglo-americane e svizzere.

I risultati negativi di questo pluridecennale “corso catastrofico delle cose” costituiscono, come sta apparendo drammaticamente in questa fase di ripresa della didattica in presenza, i nodi al pettine che l’emergenza da pandemia Covid-19 ha fatto emergere nell’ultimo anno e che ha portato all’abbandono letterale del sistema scuola a se stesso, durante la fase della cosiddetta DAD (Didattica a Distanza, marzo-giugno 2020).

Siamo evidentemente al punto di non ritorno del declino del sistema formativo pubblico nelle mani dei centri di potere che governano il paese, dal Vaticano a Confindustria, dalle varie lobbies economiche alle centrali dell’imperialismo a matrice U.S.A.-sionista. Eppure, abbastanza paradossalmente, la parola d’ordine del governo cosiddetto “giallo-rosso” – che vede insieme pezzi del vecchio establishment politico con le forze del movimento pentastellato vincitore delle politiche del marzo 2018 e oggi del referendum per il taglio ai parlamentari – appare oggi la riapertura in presenza, senza se e senza ma.  La questione della riapertura in presenza e in piena sicurezza sembra addirittura diventata, insieme a quella del lavoro, uno dei più temi che si preannunciano più “caldi”, in questo scorcio di autunno già di per sé bollente a causa del cambiamento climatico e degli strascichi del lockdown primaverile, che ha portato alla perdita di alcune centinaia di migliaia di posti di lavoro e alla caduta di 8-9 punti del PIL. Al punto da eclissare addirittura il solito refrain ossessivo dell’invasione di clandestini, cavalcato in passato così proficuamente dalle solite figure di buttafuori-scagnozzi prezzolati (leggi: Matteo Salvini) che, ovviamente, compiono il lavoro sporco di dirottare l’attenzione delle masse popolari dal disastro economico e ambientale verso il finto capro espiatorio delle invasioni barbariche dal sud del mondo. I media della Repubblica pontificia hanno, in effetti, unanimemente martellato durante l’estate e in quest’ultimo mese sulla questione della presunta incapacità individuale della ministra (guarda caso targata M5S!) Azzolina, fornendo spesso la sponda a esponenti nuovi o riciclati del “programma comune della borghesia” – dai vari Berlusconidi riverniciati in salsa “rispettabile”, ai post-fascisti e Leghisti del “Prima gli italiani” e ai Renzusconidi –  che hanno tutti concorso in passato allo spolpamento dell’istruzione e della sanità, firmando le “riforme” modernizzatrici e razionalizzatrici (altrimenti dette: tagli selvaggi) dell’istruzione pubblica.

Incalzato su vari fronti, il governo giallo-rosso che rappresenta, internamente, una breccia nel sistema delle Larghe Intese ed, internazionalmente, un’anomalia imperdonabile nell’Occidente della Nato e del Patto Atlantico (viste le sue proiezioni verso paesi come la Cina o la Russia o la posizione di equidistanza assunta sul caso Venezuela) deve oggi, per sopravvivere, puntare tutto sulla retorica della piena sicurezza in classe, che sa bene di non potere garantire in maniera capillare e uniforme su tutto il territorio nazionale.

Da alcune indagini indipendenti, come quella di Cittadinanza Attiva e dai dati messi a disposizione da sindacati indipendenti come l’Anief, i Sin-Cobas, le RdB e altre sigle, emerge chiaramente come la ripartenza in sicurezza, data questa zavorra pesante dei disinvestimenti del passato, sia assolutamente un miraggio. Come nei mesi passati è accaduto nel sistema della Sanità Pubblica, dove la carenza di un numero sufficiente di posti letto nella terapia intensiva (circa 70.000 tagli negli ultimi 10 anni) e la mancanza di adeguati DPI hanno criminalmente generato un effetto esponenziale di decessi assolutamente evitabili tra i pazienti e anche gli operatori del SSN (si calcola a circa 110 il numero di dottori e infermieri che hanno perso la vita nei primi mesi della pandemia per mancanza di tute protettive, mascherine e procedure adeguate), il ritorno degli studenti ai banchi (ancora, nella gran parte dei casi, rigorosamente doppi e antiquati, nonostante le promesse del governo) rischia di generare, del tutto prevedibilmente, problemi di focolai a ripetizione, con impennate dei ricoveri nei reparti di terapia sub-intensiva e intensiva a partire dai mesi autunnali prossimi venturi.  Quello che si sta, del resto, verificando, già nei paesi come la Francia, la Germania e il Regno Unito, che hanno una situazione strutturale notevolmente migliore della nostra nel campo dell’edilizia scolastica e del numero di studenti per classe.

Nel governo, sanno già che questa partenza in sicurezza sarà, in molti casi, una falsa partenza cui seguiranno lock-down mirati, cui tra l’altro non ci si è preparati adeguatamente, nemmeno dopo l’improvvisazione che ha caratterizzato la fase di DAD dallo scorso marzo a fine anno scolastico. Per capirlo, basta analizzare alcuni dati oggettivi, che ci stanno intenzionalmente tenendo nascosti, per non ingenerare nelle masse popolari quel definitivo senso di sfiducia verso la forza politica che ha incarnato, a livello elettorale, la rottura con il programma comune della borghesia, vale a dire il movimento 5S di cui, guarda caso, è proprio espressione politica la ministra Azzolina, che oggi, come già la Raggi a Roma, funge da capro espiatorio di tutto lo sfacelo prodotto in questi ultimi decenni di finta alternanza democratica.

Di questi famosi 8 milioni di studenti che ritorneranno tra i banchi a scuola, ai vari gradi del sistema formativo di base, gli esperti calcolano che circa il 2-3% risulterebbero positivi a un tampone, anche se non tutti in maniera sintomatica (di qui una prima difficoltà a rintracciare la pista del contagio coi soli termoscanner installati all’entrata o, ancora peggio, con le misurazioni della temperatura fatte a casa). I dati relativi allo stato dell’edilizia scolastica, quelli fondati su censimenti indipendenti come il XVI rapporto dell’AGI (Cittadinanza Attiva) relativo all’a.s. 2017-2018, sono davvero impietosi: solo un quarto degli istituti scolastici aveva l’agibilità, il 95% degli edifici infatti non erano adeguati sismicamente, i crolli sono stati circa 50 su 200 giorni di scuola, vale a dire un crollo in media ogni quattro giorni, con complessivi 13 feriti (di cui 10 alunni, 2 docenti e 1 addetta alle pulizie). La certificazione igienico-sanitaria era nel 2018 un privilegio di cui potevano vantarsi solo il 36% delle scuole, quella anti-incendio era più meno attestata sulla stessa quota (circa un terzo), poco più della metà delle scuole italiane erano invece in possesso di un collaudo ufficiale. Stiamo parlando di una media nazionale, ma al sud la situazione risultava ancora più impietosa, con il 15-17% delle scuole dotate di certificazione igienico-sanitaria o anti-incendio, il 15% dell’agibilità e il 18% del collaudo statico. La Campania al sud, il Lazio al centro e la Lombardia al nord erano le regioni fanalino di coda, almeno per quanto riguarda la frequenza dei crolli e il sistema delle certificazioni e dei controlli di sicurezza. Se qualche timido passo in avanti si era fatto all’epoca di Renzi e di Bussetti in tema di investimenti (nel 27% delle scuole sono stati realizzati interventi di manutenzione ordinaria e nel 19% interventi di manutenzione straordinaria), anche qui la distribuzione sul territorio nazionale risultava lungi dall’essere uniforme, con una gran parte degli interventi realizzati in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana e Calabria e Puglia come fanalini di coda al sud. È da notare come la ricerca commissionata dal MIUR ai tempi di Bussetti, pur rilevando il dato critico della metà circa degli edifici scolastici (22.000 su 40.151) anteriore come costruzione al 1970, presentava un panorama di gran lunga ritoccato al meglio, per lo meno riguardo alla voce dei collaudi statici (circa il 53%) e della rimozione delle barriere architettoniche.

Di fatto, i dati impietosi che trapelano tra le righe del balletto quotidiano fatto di indicazioni ambigue e contraddittorie del CTS, dell’ISS e dei vari Ministeri (stanziamenti di fondi col misurino; partenza in sicurezza il 14 o il 24;  distanziamento in classe e scaglionamento all’entrata/uscita; mancanza da 50.000 a 100.000 docenti almeno in cattedra all’inizio lezioni, con ben due concorsi programmati e in sospeso; nodo strutturale dei trasporti, con il 20% degli studenti tagliati fuori) parlano di circa 20.000-30.000 aule mancanti ( 6000 solo in Campania), per i quali gli Enti locali, se avessero già ricevuto i fondi previsti e stanziati, avrebbero dovuto trovare spazi alternativi.  Allo stato, si stima che circa 50.000 studenti sono senza un’aula al sud, di cui circa 33.000 in Campania. Gli stessi operatori del mondo della scuola non possono fare a meno di rimarcare lo stato pietoso in cui versa strutturalmente la scuola di ogni ordine e grado, con la riproposta di classi-pollaio di 25-30 alunni, spazi fatiscenti e privi di areazione, mancanza a volte di circa 2/3 dei docenti necessari, strutture multimediali assenti o inutilizzabili, impossibilità di sostituire i docenti mancanti e mancanza all’appello dei DPI promessi (mascherine, gel disinfettante e quant’altro). In questa situazione di marasma generalizzato, in cui la delega pressoché totale ai Dirigenti Scolastici per la ripartenza a ogni costo nasconde di fatto l’ingovernabilità del sistema da parte della borghesia imperialista al potere, a ben poco rischiano di servire regolamenti rigidi e procedure di scaglionamento/turnazione, se poi le condizioni oggettive vanificano gli sforzi messi in campo dagli operatori.

Date queste premesse, resta l’interrogativo di come fronteggiare la situazione di catastrofe incombente in cui la crisi generalizzata del capitalismo, con la complicità della pandemia virale, sta precipitando il nostro sistema formativo. La risposta probabilmente non può essere univoca e declinata in maniera uniforme, data l’estrema varietà e complessità delle situazioni dei vari territori e gli equilibri politici presenti sui vari territori. È da rimarcare, in questo contesto di grande confusione, la dialettica sempre più emergente tra la mobilitazione delle masse popolari, che tendono a costituire comitati e organizzazioni dal basso e le rappresentanze sindacali e politiche ufficiali, che anche quando tardivamente rincorrono la tattica della mobilitazione – come il 26 settembre scorso alla manifestazione nazionale di Roma – si trovano ad affrontare una crisi di credibilità e consenso, proprio sul tema della ripresa della scuola in sicurezza.

Se, infatti, da un lato sono stati il PD renziano con la ministra per l’Istruzione Fedeli cooptata dalla FLC-CGIL a gestire l’ultimo disastroso capitolo dello smantellamento del sistema formativo pubblico, dall’altro oggi i veri protagonisti sono i comitati di lavoratori della scuola – precari e di ruolo – educatori e famiglie sono sorti un po’ dappertutto in giro per l’Italia, cercando nuove forme di coordinamento e mobilitazione, tra l’altro attraverso la Rete Nazionale di Coordinamento Scuola-Famiglia – dal nome emblematico di “Priorità alla Scuola” – e la Rete Nazionale Studenti Universitari. Queste reti stanno portando avanti anche delle capillari iniziative di conoscenza dal basso delle reali condizioni delle scuole dal momento che i dati ufficiali disponibili sono, con grande probabilità, quantomeno ritoccati al meglio.

Tra le proposte che si possono prospettare, alcune sono attuabili da subito per iniziativa dei comitati suddetti, altre vanno imposte ai governi nazionali e locali attraverso la mobilitazione incalzante delle masse:

1) accanto alla mappatura degli spazi intra-scolastici con le criticità suddette, rilevazione di spazi alternativi come edifici del demanio pubblico inutilizzato, caserme dismesse, superfici da adibire a scuole temporanee con il montaggio di tende della Protezione Civile (in attesa dell’attuazione degli interventi di manutenzione straordinaria e ordinaria per il ripristino delle strutture esistenti e/o la costruzione di nuovi edifici);

2) aumento della pressione politica per l’assunzione immediata, per DPCM – data la situazione emergenziale in corso – di tutti i precari storici della scuola, senza il ricorso inutile e costoso a un concorso speciale, che richiederebbe comunque troppo tempo e distoglierebbe molti dei docenti in trincea dalle loro mansioni didattiche prioritarie;

3) auto-organizzazione dal basso, magari col sostegno e la consulenza dei pochi sindacati indipendenti ancora disponibili in giro, delle procedure per la prevenzione del contagio sui posti di lavoro, dato che i protocolli calati dall’alto risultano spesso poco o per niente aderenti alle concrete realtà specifiche che ben conosciamo noi operatori del mondo della scuola;

4) controllo popolare, attraverso l’azione dei comitati e delle organizzazioni popolari, dell’uso dei fondi che stanno arrivando e di quelli che arriveranno sotto la voce di Recovery Fund, affinché siano spesi secondo piani di calcolo sistematico delle priorità e in vista del raggiungimento di obiettivi collettivi e non secondo la solita logica della lottizzazione politica e dell’infiltrazione criminale. 

 

 

 5) infine, ritornare a prospettare e attuare la strategia dello sciopero generale come arma di agitazione politica, insieme a tutti gli altri comparti di lavoratori minacciati dalla crisi generalizzata del capitalismo. La mobilitazione/manifestazione del comparto scuola a Roma questo 26 settembre e gli scioperi promossi dai sindacati di base Uni-Cobas, SLAI-COBAS, Anief del 24-25, in questo senso, promettono bene, ma sono solo il punto di partenza.

Si tratta, infatti, di un percorso da costruire la cui dialettica si annuncia tutt’altro che facile, dato il senso di rassegnazione e disfattismo presente oggi in gran parte del corpo-docente italiano, le divisioni tra categorie di lavoratori scolastiche imposte dalle politiche scellerate delle forze delle Larghe Intese e la cooptazione dei sindacati confederali – in primo luogo quello storico fondato dai lavoratori – nelle logiche patronali-aziendalistiche della gestione del sistema scolastico. L’enorme mole di lavoro da mettere in campo in questa fase emergenziale innescata dalla pandemia da corona-virus, attraverso le parole d’ordine di priorità alla scuola e della ripresa in sicurezza, contribuirà, però, senz’altro, insieme a tutte le altre mobilitazioni di lavoratori contro la crisi, alla costruzione di un percorso di controllo popolare dal basso di questo settore così strategico della vita sociale intesa in senso collettivo. Tale percorso, già con ogni evidenza attivato spontaneamente a livello di realtà locali con le maggiori difficoltà alla ripartenza in sicurezza, va seguito e indirizzato attraverso campagne mirate e una capillare azione di propaganda politica, da parte dei Partiti della Carovana del (n)PCI, in primis del partito dei CARC. Al di là delle rivendicazioni tattiche locali e a breve termine, l’obiettivo strategico finale deve infatti essere l’apertura di una nuova fase storica, quella dello sbocco rivoluzionario in senso socialista della crisi di uno stato imperialista come l’Italia.

Marco Nieli   

(docente-lavoratore della Scuola Pubblica a Napoli)   

 

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