Cari compagni della Redazione,

In questo periodo siamo impegnati nel bilancio della prima sessione dei corsi di italiano e storia della Scuola di base “A. Makarenko”. Vi mando questo contributo per rendere collettivi i principali punti fissati, per alimentare il lavoro di formazione e il relativo dibattito fuori e dentro le nostre fila.

Innanzitutto, la più elementare quanto importante domanda: perché una Scuola di base? Al discorso pronunciato all’inaugurazione della Scuola di partito del Comitato Centrale del Partito comunista cinese nel 1942, Mao diceva: “Coloro che hanno conoscenze libresche devono svilupparsi in direzione della pratica; questo è il solo modo per non restare ancorati ai libri e per evitare errori di carattere dogmatico. Coloro che hanno esperienza di lavoro devono dedicarsi allo studio teorico e lavorare seriamente sui libri; soltanto allora potranno fare il bilancio della loro esperienza, sintetizzarla e portarla al livello della teoria”. E poco dopo: “Ma se i nostri quadri di origine operaia e contadina vogliono studiare la teoria, dovranno innanzitutto acquisire delle conoscenze basilari, in mancanza delle quali avranno difficoltà a studiare la teoria marxista-leninista. Se invece raggiungono un certo livello culturale, saranno sempre in grado di studiare il marxismo-leninismo”. Credo che queste parole rispondano bene alla domanda iniziale e ci indichino una prospettiva che sta a noi tradurre nel concreto della situazione attuale.

Le scuole di partito al modo dei revisionisti erano e sono delle scuole dogmatiche, dottrinarie. Il vecchio PCI e varie organizzazioni che si dicono comuniste che oggi si cimentano nella formazione di nuovi compagni (che hanno di positivo il tentativo di tenere alta la bandiera del socialismo) pensano che basti ripetere più o meno fedelmente quello che è scritto sui “classici”, come se si trattasse di convincere della giustezza di un’idea o di ripetere e far ripetere fedelmente dei concetti. In sostanza, alimentano l’identitarismo. Una scuola di partito fatta così non serve agli operai e agli altri elementi avanzati delle masse popolari che oggi si mettono sulla strada per diventare comunisti perché è scissa dalla pratica. Questa è la scuola al modo della borghesia. Cito dal bilancio di un giovane compagno che, prima del recente avvicinamento al Partito, poco o nulla sapeva del patrimonio scientifico del socialismo: “Il comunismo non è una semplice “bella idea” ma uno strumento, una scienza, che utilizza il materialismo dialettico e storico per poter apportare delle modifiche nel nostro sistema sociale. (…) Per tutti quelli che pensano che l’insegnamento della concezione comunista del mondo sia una dottrina è bene rispondere che nessuno, meglio dei comunisti, può far sviluppare il ragionamento”.

Si tratta, infatti, di fornire strumenti. Per imparare a dirigere (e i comunisti devono principalmente imparare a dirigere) serve una pratica orientata da una teoria, ma per assimilare la teoria servono strumenti di base. Per questo abbiamo scelto italiano e storia come materie di base. Trattare e insegnare l’italiano e la storia alla luce della concezione comunista del mondo significa promuovere uno studio e una pratica a questo connessa, che siano strumenti per imparare a pensare e ad analizzare la realtà tramite categorie scientifiche, cioè finalizzate alla trasformazione della realtà. Significa imparare a individuare le concezioni che stanno dietro a un testo; significa scrivere e, quindi, pensare secondo categorie scientifiche; significa fare di un testo un intervento sulla realtà. Studiare la storia significa collocare in ordine di tempo gli eventi storici più importanti, comprenderne la sinergia e la concatenazione, le relazioni di causa, effetto e interazione reciproca che li connettono tra loro; significa fare un bilancio scientifico dei fatti storici che sia guida per l’azione (e tutto questo lo si può fare solo facendo emergere il ruolo delle masse popolari e dei comunisti nella storia).

Un esempio pratico emerso durante il corso: lavorando sul materiale scritto che doveva produrre per l’intervento politico sul suo luogo di lavoro, una compagna ha avuto modo di riflettere sul suo ruolo e sull’azione che il Partito doveva compiere ed è stata in grado di rettificare la linea di intervento precedentemente definita dall’organizzazione (fino a quel momento si era limitata a lamentare un disaccordo). Abbiamo cioè toccato con mano la concretezza del fatto che imparare a scrivere insegna a pensare. Non solo: rende collettivo il ragionamento. Come insegnanti abbiamo capito che dovevamo fare italiano affrontando, ad esempio, la ragione per cui in generale noi comunisti stendiamo dei resoconti e dei bilanci nella nostra azione e che queste pratiche sono guida per l’azione e contributi all’elaborazione collettiva. Quando i compagni comprendevano questo, il rendimento era tangibile e i miglioramenti avvenivano a una velocità che non avevamo mai visto nella nostra esperienza di insegnanti alla scuola borghese.

Un altro punto che mi interessa sottolineare è che lo studio è di per sé un’attività pratica. Per i compagni che lavorano in produzione, trovare il tempo e la concentrazione necessaria da dedicare allo studio è una lotta, ma una lotta che riguarda sostanzialmente la propria emancipazione di classe. Scrive una compagna: “Frequentare la scuola è stato difficile e faticoso. Sono tanti anni che ho smesso gli studi e non sono una buona lettrice, sommando gli impegni di mamma e lavoratrice. Ma grazie all’aiuto del mio compagno e di mia figlia, che insieme mi hanno sostituto nell’organizzazione delle faccende di casa, sono riuscita ad organizzare il tempo e ho provato a mantenere costanza e concentrazione sui compiti e studio”. In generale per tutti i partecipanti (docenti inclusi), adeguare il proprio stile di vita alla necessità di affiancare lo studio alla pratica è stato un importante ambito di lotta, trasformazione e avanzamento. Un compagno alunno (operaio, nel partito da più di dieci anni) nel suo bilancio di fine corso ha scritto: “Tutti noi siamo arrivati alla fine del percorso stanchi ma nello stesso tempo felici, felici di aver aggiunto un altro tassello alla nostra trasformazione in persone nuove”. La formazione, quando è guidata dalla concezione comunista del mondo, trasforma la realtà e noi stessi, alunni e docenti che a vario grado ne siamo soggetto e oggetto.

In conclusione, credo che l’esperienza abbia dimostrato che con la Scuola di base abbiamo fatto un passo giusto e necessario. Si tratta ora di consolidare il lavoro e renderlo ordinario. Voglio anche dire che questo percorso è patrimonio collettivo, cioè mettiamo fin da subito i materiali prodotti a disposizione di chi voglia usufruirne e facciamo appello a chiunque perché ci faccia pervenire critiche, integrazioni, sostegno economico e proposte di collaborazione. Che 10, 100, 1000 scuole fioriscano!

 

Il Responsabile della Scuola

Marco Pappalardo

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