Il 20 e 21 settembre si svolge il referendum confermativo sul taglio del numero dei parlamentari.Il contenuto della campagna referendaria porta fuori strada chi vuole ragionare sul futuro del paese in termini di interessi di classe.

I sostenitori del Sì (cioè i favorevoli al taglio del numero dei parlamentari) ricamano fantasiose tesi sul risparmio per le casse dello Stato e sulla “maggiore efficienza della istituzioni” in caso di vittoria.

I sostenitori del NO affermano che il taglio del numero dei parlamentari è un attentato alla Costituzione e alla democrazia, poiché consentirebbe un maggiore accentramento di potere nelle mani di “pochi eletti”.

Andando oltre la superficie delle cose, anche il referendum del 20 e 21 settembre può essere uno strumento attraverso cui i comunisti intervengono sugli organismi operai e popolari per rafforzare la loro concezione e il loro ruolo.
Un ruolo che acquisiscono man mano che fanno leva sulla loro forza e si liberano dalla sottomissione alla borghesia e al suo teatrino della politica e dai suoi politicanti (finire di fare le masse di manovra e prendere in mano la direzione della società).

Due punti preliminari. 

  1. Genesi del referendum e il suo valore politico.

Nel 2018 il M5S raccolse milioni di voti tanto da diventare il primo partito del paese e, con essi, raccolse il malcontento e le aspirazioni di cambiamento della maggioranza delle masse popolari. La formazione del governo M5S-Lega fu l’incarnazione della frattura (la breccia) che si era creata fra le ampie masse e il sistema politico delle Larghe Intese (polo PD e polo Berlusconi) e rappresentò l’occasione di una inversione di marcia rispetto all’attuazione del programma comune della classe dominante che i partiti delle Larghe Intese avevano imposto nei decenni precedenti con i governi di centro–destra e di centro–sinistra.
Fra le misure di “rottura con il passato”, il M5S aveva promesso la riduzione del numero dei parlamentari, una riforma costituzionale che necessita di un particolare iter parlamentare: per approvarla non basta la maggioranza in Parlamento, ma occorre la maggioranza dei due terzi. Sulla scia del successo del M5S anche i partiti delle Larghe Intese – originariamente contrari al taglio del numero dei parlamentari (è costume consolidato e comune fare delle elezioni uno strumento di clientelismo e mercanteggiamento di favori) – si sono “allineati” al nuovo corso per non perdere la faccia e, con una serie di cedimenti e ritrattazioni, hanno votato a favore. La legge è stata approvata, ma senza la maggioranza dei due terzi; pertanto, il 12 ottobre 2019 è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale e sono iniziati i tre mesi di tempo per ricorrere a eventuale referendum confermativo. I radicali hanno senza successo provato a raccogliere le 500 mila firme necessarie per il referendum, quindi su iniziativa di un parlamentare PD e due di Forza Italia sono state presentate 71 firme di parlamentari per la richiesta di referendum che è stato fissato prima il 29 marzo 2020 e poi posticipato al 20 e 21 settembre a causa del Covid-19.
Da quando il M5S ha preso milioni di voti alle elezioni politiche del 2018 sono cambiate molte cose. In particolare alla prova di governo il M5S ha dimostrato di non essere capace di darsi i mezzi per mantenere le promesse che aveva fatto e ha subito continui tentativi di riassorbimento nel sistema politico delle Larghe Intese. Il referendum è espressione di quanto rimane del M5S “antisistema” e, contemporaneamente, il tentativo delle Larghe Intese di fiaccarlo, riallinearlo e assorbirlo definitivamente. Detto in altri termini, il NO al referendum è il tentativo di risanare quella frattura aperta dalle masse popolari nel sistema politico della classe dominante con il voto in massa al M5S nel 2018. E’ secondario, rispetto a questo, che anche una parte dei burattini delle Larghe Intese (Salvini e Lega, Meloni e FdI) oggi siano “convintamente per il SI’”: hanno dimostrato varie volte spregiudicatezza nel voler cavalcare il malcontento popolare, ma hanno anche dimostrato di essere banderuole, scendiletto delle Larghe Intese che vivono di propaganda ribellistica.

2. La battaglia per l’attuazione delle parti progressiste della Costituzione.
I sostenitori del NO dicono che bisogna impedire il taglio del numero dei parlamentari per difendere la Costituzione, ma anche senza il taglio del numero dei parlamentari la Costituzione è stata ampiamente, ordinariamente, profondamente elusa, violata, modificata in senso reazionario fin da quando fu promulgata ed entrò in vigore.
Non esiste articolo che sia espressione del movimento popolare che non sia stato eluso, quando non interpretato in senso contrario. Praticamente ogni aspetto della vita politica, sociale e comunitaria delle masse popolari è interessato dal fenomeno: dalla violazione del diritto al lavoro a quello del diritto alla salute, all’istruzione, alla casa; l’articolo 11, che vieta all’Italia il ricorso alla guerra per dirimere problemi e contraddizioni internazionali, è eluso fin dall’ingresso nella NATO, la UE ha stravolto la Costituzione (ad esempio, pretendendo e ottenendo l’introduzione del pareggio di bilancio).
A ben vedere anche l’istituto del Referendum è stato ordinariamente disatteso quando l’esito della consultazione non era favorevole agli interessi della classe dominante (vedi il referendum per l’acqua pubblica del 2011).

Le masse popolari non hanno alcun interesse a difendere un guscio vuoto! La difesa del guscio vuoto è FORMA, nella sostanza il guscio è stato svuotato con l’attacco e la progressiva eliminazione delle tutele, dei diritti e delle conquiste ottenute dalle masse popolari con le lotte dei decenni passati (di cui la stessa Costituzione è espressione, frutto della vittoria della Resistenza sul nazifascismo). La questione, quindi, non è difendere il guscio vuoto della Costituzione, ma lottare per attuarne le parti progressiste che da sempre sono eluse o violate.

Negli anni scorsi, in particolare all’epoca del referendum costituzionale promosso da Renzi nel 2016, si è sviluppato un articolato movimento per l’attuazione della Costituzione. In quel caso, il contenuto politico della riforma di Renzi era diretta emanazione delle Larghe Intese e il NO ha vissuto in mille iniziative concrete: abbiamo dato indicazione di votare NO, ma soprattutto siamo stati, insieme ad altri partiti, organismi, personalità della società civile, promotori e protagonisti della mobilitazione dal basso. Oggi, che la riforma costituzionale affonda le radici nella breccia che le masse popolari hanno aperto nel sistema politico delle Larghe Intese, il NO rimane una posizione di principio – legittima quando a esprimerla sono settori popolari autenticamente legati ai valori della Costituzione – manovrata dalle Larghe intese nel tentativo di richiudere la breccia.

Per questo motivo, benché siamo promotori e sostenitori di mille iniziative di base per attuare nella sostanza e concretamente le parti progressiste della Costituzione, la nostra indicazione di voto per il referendum del 20 e 21 settembre è Sì al taglio del numero dei parlamentari, per allargare la breccia nel sistema politico delle Larghe Intese!

Ci sarebbero altre mille importanti considerazioni da fare sul ruolo degli eletti e del Parlamento, sul teatrino della politica borghese e sulla “democrazia” in cui le masse popolari sono masse di manovra o carne da macello per gli interessi della classe dominante. È più utile, ai fini del ragionamento, proseguire il discorso su un altra strada.

È possibile – e anzi probabile – che la nostra indicazione di voto trovi riscontri negativi e alimenti critiche anche da parte di compagni, organismi, organizzazioni e collettivi con cui conduciamo attività comuni e collaboriamo in mobilitazioni e lotte, come già è successo nel corso degli anni (ricordiamo il “linciaggio” che abbiamo ricevuto in occasione dell’indicazione di voto per il M5S alle elezioni politiche del 2013… ma poi molti di quelli che “linciavano” hanno votato il M5S nel 2018!). Trovarsi su posizioni “tattiche” diverse sta nella normalità delle cose e rientra nel dibattito politico al quale contribuiamo senza sosta affermando che la linea tattica dei comunisti non deve essere subordinata alla contingenza della politica borghese e alle esigenze della “democrazia della classe dominante”: essa deve favorire la costituzione del Governo di Blocco Popolare (obiettivo tattico) per avanzare nella rivoluzione socialista nel nostro paese (obiettivo strategico).

Quindi, indipendentemente dallo schieramento rispetto al referendum (Sì o NO) continuiamo a operare per costruire con tutte le forze, gli organismi e gli aggregati anticapitalisti, un fronte comune contro le Larghe Intese per allargare la breccia nel loro sistema politico.

Dall’Avviso ai Naviganti 97 del 28.02.20 del (nuovo)PCI
“Con la riduzione del numero dei parlamentari il M5S si è attaccato ad una questione stupida: il problema non è il numero dei parlamentari, ma il ruolo del Parlamento, la funzione del sistema elettorale, l’organizzazione politica delle masse popolari, l’abolizione dei segreti in campo politico, economico, finanziario, la conoscenza del corso reale delle cose da parte delle masse popolari, la loro partecipazione reale alla gestione della vita sociale, ecc. Che i parlamentari siano più o meno, nulla cambia.
La riduzione del loro numero è diventata una bandiera del M5S e di tanti suoi attivisti ed elettori in reazione al covo di malaffare e di corruzione che il Parlamento è diventato tradendo lo spirito della Costituzione del 1948.
Scalfire questo insulto alla Costituzione è molto più facile che espellere le basi USA e NATO e ritirare i soldati italiani dalle missioni di guerra (che violano l’art. 11), nazionalizzare le aziende che i capitalisti vogliono chiudere o delocalizzare (in violazione degli artt. 41 e 42) e cancellare altre palesi violazioni della Costituzione del 1948. Come è più facile cancellare i vitalizi o la prescrizione dei reati per chi ha i soldi per pagare abili avvocati azzeccagarbugli e, all’occorrenza, per ricompensare magistrati compiacenti. E certamente è ridicola la motivazione che la riduzione del numero dei parlamentari farà “risparmiare risorse che si potranno destinare al welfare”: non qualche decina di milioni ma miliardi di euro possono essere recuperati per il welfare anche solo sospendendo l’acquisto dei cacciabombardieri F35 e ritirando i contingenti militari all’estero, smettendo di finanziare le scuole private in mano alla Chiesa (in violazione, tra l’altro, dell’art. 3 della Costituzione del 1948), sospendendo il pagamento dei titoli del Debito Pubblico e le quote che lo Stato italiano paga all’UE in più di quello che l’UE stanzia per l’Italia.
(…) Dobbiamo sostenere la battaglia per il SÌ facendone una campagna di denuncia della distruzione del ruolo del Parlamento da parte del sistema delle Larghe Intese, dell’eliminazione dei diritti politici, della corruzione dei parlamentari, della violazione ed elusione della Costituzione, del teatrino della politica borghese che nasconde alle masse popolari le reali attività governative, ecc. È un’occasione per parlare della realtà, dei rapporti reali tra le persone, i gruppi sociali e le classi. (…) Per noi comunisti il referendum deve essere soprattutto l’occasione per una campagna di propaganda del Governo di Blocco Popolare e di azione che crea le condizioni necessarie per costituirlo”.

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