Il 14 agosto, nell’ambito della Festa della Riscossa Popolare (tenutasi a Massa dall’11 al 16 agosto), il Partito dei CARC ha organizzato un tavolo sulla siderurgia e la nazionalizzazione a cui hanno partecipato una delegazione di Camping CIG di Piombino (composta da iscritti FIOM e USB) e un operaio (iscritto FIOM) delle Fonderie di Torbole (Brescia), un operaio (delegato FIOM) dell’AST di Terni e uno (delegato SGB) della Marcegaglia di Ravenna hanno mandato un loro contributo (il primo scritto e il secondo audio) e si è collegato telefonicamente un operaio (iscritto USB) dell’ex Ilva di Taranto.

Il P.CARC ha organizzato questo incontro

– per sostenere la costruzione di un coordinamento nazionale di operai della siderurgia che Camping CIG di Piombino ha iniziato nei mesi scorsi con le video-assemblee del 28 aprile e del 29 maggio 2020,

– per promuovere l’esempio di Camping CIG, cioè la formazione di comitati operai (indipendentemente dalla sigla sindacale e dall’appartenenza o meno a un sindacato), in tutte le aziende siderurgiche dove riesce ad arrivare. L’organizzazione e l’unione fanno la forza, la forza di condurre con successo la battaglia per gli obiettivi indicati nella lettera aperta inviata il 3 luglio a Stefano Patuanelli (Ministro dello Sviluppo Economico), a Nunzia Catalfo (Ministro del lavoro e delle Politiche Sociali) e a Roberto Speranza (Ministro della Salute) da alcuni operai e delegati della ex Lucchini di Piombino, della ex Ilva di Genova e Taranto, dell’Alfa Acciai e delle Fonderie di Torbole (Brescia), della Dalmine Tenaris di Bergamo, delle Ferriere di Servola –Trieste, dell’AST di Terni, della Marcegaglia di Ravenna, della Sanac di Massa Carrara e Vado Ligure (SV): 1. igiene e sicurezza sul posto di lavoro, 2. diritti sindacali, 3. nazionalizzazione della produzione siderurgica.

A questo fine il P.CARC ha propagandato le due video-assemblee, il 27 giugno ha organizzato un’assemblea a Terni con operai dell’AST e ha intenzione di farne una analoga con operai delle Ferriere di Servola-Trieste.

Impedire la liquidazione della produzione siderurgica nel nostro paese per gli operai direttamente coinvolti rientra nella difesa del loro posto di lavoro, per il P.CARC fa parte della creazione delle condizioni necessarie a costituire un governo popolare d’emergenza, fa parte della strategia per arrivare a instaurare il socialismo. L’organizzazione degli operai e il loro coordinamento sono il punto di partenza.

Nell’incontro è stato fatto il punto sull’attuazione delle iniziative concordate nella video-assemblea del 29 maggio:

1. è stata fatta la presa di posizione come operai della siderurgia a sostegno dell’infermiere Marco Lenzoni (colpito da contestazione disciplinare per aver segnalato la mancanza di DPI adeguati e in misura sufficienti nella struttura ospedaliera dove lavorava); la presa di posizione ha contribuito, insieme alle prese di posizione di lavoratori e pensionati, di sinceri democratici, di organismi sindacali, alle oltre migliaia di firme raccolte con la petizione su chang.org e alle iniziative di lotta, a risolvere a suo favore il contenzioso con l’ASL Nord-Ovest Toscana: questo è un punto di forza della battaglia più generale per abolire la cosiddetta “legge sulla fedeltà aziendale” (art. 2105 del codice civile) che adesso si tratta di sviluppare

2. è stata fatta la lettera aperta ai ministri Patuanelli, Catalfo e Speranza, che il 3 luglio è stata spedita ai ministri e alle loro segreterie e il 14 luglio è stata pubblicata (in versione sintetica) su Il Fatto Quotidiano. A oggi non c’è stata risposta, l’unica novità è che la segreteria di Irene Galletti, la candidata del M5S alla carica di presidente della Regione Toscana che ha partecipato al dibattito sulle elezioni regionali tenuto l’11 agosto presso la Festa della Riscossa Popolare, oltre a impegnarsi a far avere la lettera a Patuanelli, ha detto di essersi adoperata per farlo partecipare al tavolo ma senza esito;

3. per quanto riguarda la giornata di mobilitazione comune, nel dibattito sulle elezioni amministrative di settembre in Toscana – tenutosi l’11 agosto e a cui hanno partecipato i candidati presidenti del M5S (Irene Galletti) e del PC (Salvatore Catello) e la capolista regionale di Toscana a Sinistra ed esponente di Potere al Popolo (Francesca Conti) – un delegato della Sanac di Massa (azienda che produce refrattari quasi esclusivamente per l’ex Ilva) ha detto che, visto che gli innumerevoli tavoli al MISE e le mobilitazioni fatte finora non hanno portato risultati, gli operai hanno deciso di alzare il tiro bloccando l’invio di refrattari: l’obiettivo è che il governo faccia un piano non per l’Ilva, ma per la produzione siderurgica nel nostro paese. Quindi la giornata di mobilitazione comune potrebbe coincidere con il giorno in cui gli operai della Sanac di Massa faranno il blocco.

Questioni discusse.

1. Sulla necessità di nazionalizzazione la produzione siderurgica nel nostro paese hanno convenuto gli operai presenti e quelli che hanno mandato un contributo al tavolo:

– “bisogna rompere il tabù che per far funzionare un’azienda occorre per forza trovare un imprenditore”, ha detto il delegato delle Fonderie di Torbole, “bisogna nazionalizzare sotto controllo operaio: gli operai hanno tutte le competenze necessarie a far funzionare le aziende. Nei mesi di confinamento lo abbiamo visto bene: in fabbrica c’erano gli operai, non i direttori! Guardiamo anche a un capitalista come Lucchini: a Brescia era conosciuto perché aveva mandato in malora l’Acciaieria e Tubificio Brescia (ATB), quando ha comprato lo stabilimento siderurgico di Piombino a Brescia avevamo scommesso che nel giro di qualche anno avrebbe mandato in rovina anche quello”;

– “a Piombino, dopo essere passati per le mani di Cervital e di Jindal, siamo arrivati alla conclusione che l’unica via d’uscita è la nazionalizzazione”, ha detto un esponente di Camping CIG; “le dichiarazioni di Patuanelli del 2 giugno andavano in questa direzione ma sono rimaste parole, non se ne vede lo sbocco pratico”;

– “è necessario affrontare la crisi economica da Covid 19 con strumenti diversi da quelli usati per affrontare le crisi degli anni passati”, ha scritto il delegato dell’AST di Terni. “È evidente che questi sono stati insufficienti e inefficaci nel contrastare l’onda lunga della crisi del 2008, ma bensì hanno creato un’ulteriore sofferenza delle classi popolari, che sono state afflitte da precarietà, tagli alla sanità, welfare e servizi. I trattati europei hanno imposto il pareggio di bilancio in costituzione, il governo Monti ha vincolato i Comuni nell’esercizio in libertà delle proprie funzioni. Da qui la necessità di un cambio di passo che riporti il pubblico in economia e di una pianificazione delle produzioni attraverso l’intervento statale. L’assemblea sulla siderurgia (tenutasi a Terni il 27 giugno) non poteva che mettere a fuoco le contraddizioni avvenute dalla privatizzazione dell’Italsider, un colosso pubblico che rappresentava il secondo produttore europeo di acciaio, nonché il primo come varietà di produzioni. La scellerata cessione degli asset strategici dell’acciaio italiano hanno portato alla recrudescenza del settore siderurgico del nostro paese ad un livello post bellico. Taranto, Terni e Piombino sono tutte legate inesorabilmente ad un decorso storico che le ha viste depotenziate e in parte dismesse. Solamente qualche voce negli anni aveva visto e posto la necessità di affrontare e relazionare fra loro le vertenze che le hanno attraversate. L’AST di Terni in mano alla Thyssenkrupp ha subito per lo più pesanti ristrutturazioni e scelte incomprensibili e deleterie, nel 2005 la multinazionale decise di interrompere la produzione di acciaio magnetico nella quale AST (e l’Italia) era il primo produttore e consumatore, di fatto annientando tutta la filiera. Nel 2014 vista la pesante situazione economica di Thyssenkrupp, e la mancata cessione di AST (impedita dall’antitrust europeo ad Outokunpo, che aveva acquisito la produzione acciai speciali di Thyssenkrupp), questa decide di ristrutturare e depotenziare il sito. Da qui l’acuirsi di una vertenza con la multinazionale, che dal 2005 non è mai stata del tutto chiusa (almeno nella testa dei lavoratori), a tratti cruenta, lunga, che ha visto i lavoratori di Terni scioperare per oltre 40 giorni. Alla fine il piano industriale presentato da Lucia Morselli (oggi amministratore delegato di Taranto) è stato in parte contrastato, permettendo di mettere in sicurezza il sito, a discapito però di una drastica riduzione del personale, che benché fuoriuscito con un indennizzo economico, segna la drammatica perdita di 450 posti di lavoro.

Ad oggi si pone in maniera necessaria ed emergenziale un ripensamento sulle scelte fatte e la necessità di tornare alla presenza dello Stato in siderurgia, scelta che va affrontata come priorità. È evidente la malagestione dei privati e alla mercé di multinazionali che sfruttano le risorse umane e i territori. L’intervento pubblico da subito rappresenterebbe una rottura con le logiche perpetrate sino ad oggi, siglando una nuova e necessaria pianificazione delle scelte industriali nel nostro paese, che come obbiettivo principale devono vedere finire la contraddizione tra salute e lavoro, con scelte legate al mero sfruttamento dei territori e ricollocherebbe la siderurgia Italiana al posto che di diritto merita grazie alla professionalità e abnegazione delle maestranze, che oggi come ieri, nulla hanno da invidiare ad altri competitor internazionali”;

– “l’USB lotta perché la siderurgia (ma anche di Alitalia) sia nazionalizzata e non data a ‘prenditori’: è stato un errore a dare queste aziende in mano ai privati”, ha detto nella sua telefonata l’operaio dell’ex Ilva di Taranto. “Lo Stato deve entrare nel meccanismo delle grandi industrie, la siderurgia è strategica ci hanno detto nei mesi di lockdown, quindi com’è possibile che poi viene lasciata andare in malora? L’Ilva di Taranto è al collasso, funziona ai minimi termini. Lo Stato deve intervenire subito. Quello Conte è un governo né carne né pesce, a Taranto in vari hanno dato credito al M5S, però ci siamo resi conto che anche il M5S non va lontano. Qual è l’alternativa?”;

i compagni del P.CARC presenti al tavolo hanno messo in luce a) che la nazionalizzazione serve sicuramente a difendere i posti di lavoro, ma non è un favore agli operai “perché altrimenti gli operai poverini come campano?”. Tenere aperte e in funzione le aziende vuol dire mantenere la produzione di quello che serve al nostro paese per funzionare. Prendiamo ad esempio la Whirlpool: nel nostro paese gli elettrodomestici servono, li usano le famiglie, gli ospedali, gli alberghi, le lavanderie, i supermercati, ecc.; se non li produciamo, cosa facciamo? Li compriamo da aziende di altri paesi, come ad esempio gli USA che hanno in mano la Whirlpool? Ma vorrebbe dire mettersi nelle mani di una banda di criminali: abbiamo visto durante la pandemia quello che ha fatto il governo USA quando hanno cercato di portarsi via le mascherine che mancavano nel nostro paese e adesso la lotta per appropriarsi dei brevetti sui vaccini, abbiamo visto la guerra dei dazi che il governo USA sta conducendo contro la Cina e altri paesi, abbiamo visto lo spostamento di produzioni dal nostro e altri paesi verso la Polonia e altri paesi dell’Europa orientale in funzione anti-russa. Noi abbiamo bisogno di produrre quello che serve al nostro paese per funzionare (è anche un aspetto della sovranità nazionale); b) che la nazionalizzazione non riguarda solo la siderurgia, ma anche il settore degli autoveicoli (vedi FCA, Iveco e gli altri stabilimenti del gruppo Agnelli-Elkann), gli elettrodomestici (vedi Whirlpool), il trasporto aereo (vedi Alitalia), le infrastrutture (vedi Autostrade per l’Italia), le telecomunicazioni (vedi TIM), il sistema sanitario (perché anche se viene chiamato ancora “pubblico”, il sistema sanitario nazionale di pubblico ha ormai ben poco, con i risultati che abbiamo ben visto nei mesi scorsi) solo per citare i casi più conosciuti. Quindi la battaglia per la nazionalizzazione della produzione siderurgica farebbe da apripista e nello stesso tempo può avvalersi del supporto di operai di altri settori.

2. Un esponente di Camping CIG ha posto il problema che “se otteniamo che il governo faccia un piano per la siderurgia, non è detto che sia attuato sotto la direzione/supervisione degli operai”. Proprio per questo è indispensabile formare un gruppo di operai deciso a vincere, che conduca in modo deciso, spregiudicato e senza remore la lotta per un piano della siderurgia e la nazionalizzazione e che non solo chieda un piano, ma lo stenda esso stesso avvalendosi dell’aiuto di tecnici: un organismo operaio di questo tipo è lo strumento, la premessa, la principale arma per gestire poi l’attuazione del piano per la siderurgia.

3. Alcuni esponenti di Camping CIG hanno illustrato le difficoltà incontrate nei 5 anni di attività, sia sul fronte sindacale (la CGIL è quello che è e il resto della triplice è anche peggio, la sclerotizzazione delle burocrazie sindacali è drammatica, le politiche sindacali sono funzionali a cloroformizzare gli operai), sia su quello operaio (la sfiducia esistente tra gli operai, la loro scarsa mobilitazione) e hanno concluso che sarà necessario un lavoro di lungo periodo per creare coscienza nei lavoratori. Sempre un esponente di Camping ha proposto di trovare la maniera per alternarsi davanti alle azienda in modo che gli operai vedano “facce nuove”. Le difficoltà della lotta per la nazionalizzazione della siderurgia, ma anche di lotte “più piccole sono reali e non vanno negate, ma qual è la conclusione da tirare? Che non è possibile fare niente o che dobbiamo partire dai punti di forza per superare le difficoltà che incontriamo? Che sia possibile superare le difficoltà ce lo dice tutta l’esperienza che abbiamo alle spalle: gli operai si sono organizzati e hanno lottato in condizioni difficili come e anche più di quelle attuali. Gli operai sono stati la spina dorsale della Resistenza antifascista, si sono organizzati nei CLN, nelle SAP e nei GAP, hanno scioperato sotto il regime fascista. I CdF negli anni ’70 sono nati in una situazione difficile: sono nati e si sono sviluppati nonostante non ci fossero diritti sindacali, nonostante ci fosse il cottimo che metteva gli operai gli uni contro gli altri, nonostante molti operai che venivano dalle campagne non ne volessero sapere di scioperi e lotte visto che in fabbrica stavano mille volte meglio di quando lavoravano la terra 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno. A Pomigliano nel 2010 sono partiti in pochi contro il piano Marchionne, ma hanno messo in moto un movimento che ha riguardato tutto il paese e che non è avanzato solo perché i centri promotori non sono stati all’altezza della situazione.

Quali sono i punti di forza su cui possiamo oggi fare leva?

– La necessità dell’emergenza sanitaria ha spinto a organizzarsi su scala più ampia. Le organizzazioni popolari territoriali e tematiche sono aumentate: due esempi sotto gli occhi di tutti (perché si sono formati in tutto il paese) sono le Brigate di Solidarietà e i comitati dei parenti delle vittime del Covid nelle RSA;

– per quanto riguarda le aziende e le istituzioni pubbliche, il neo costituito Movimento nazionale infermieri che il 15 giugno ha organizzato mobilitazioni di piazza in 33 città italiane è solo un esempio del ribollire di iniziative e organismi che si sviluppano tra i lavoratori della sanità;

– per quanto riguarda gli operai avanzati a) c’è una maggiore consapevolezza che sono gli operai e gli altri lavoratori a far funzionare il paese. Anche tanti operai sfiduciati hanno toccato con mano che le chiacchiere sugli “operai che non esistono più” erano solo chiacchiere e scongiuri. Chiacchiere di gente che poteva pubblicare libri sugli “operai che non esistono più” solo perché ci sono operai che producono i macchinari per stamparli e che li stampano, che producono i furgoni per trasportarli e li distribuiscono nelle librerie, che costruiscono le librerie e producono la calce, il cemento, i mattoni, ecc. che servono a costruire le librerie, che producono gli scaffali su cui sono esposti i libri, i computer e i registratori di cassa usati nelle librerie, che li vendono nelle librerie, ecc. Scongiuri di gente che vede come il fumo negli occhi il “potere operaio” per cui tanti Consigli di Fabbrica hanno lottato negli anni ’70: sarebbe la fine delle loro ricchezze e lussi, dei loro privilegi, del loro potere, del loro sistema di sfruttamento e oppressione; b) possono far valere il fatto che il governo e le altre autorità hanno tenuto aperte molte aziende in nome del fatto che erano “strategiche”. Ebbene, se erano strategiche durante il lockdown, allora vuol dire che adesso non devono essere chiuse, ridimensionate o delocalizzate; c) in alcuni settori (grazie a iniziative di gruppi di operai d’avanguardia, come le due videoconferenze nazionali di operai e delegati di aziende siderurgiche promosse da Camping CIG di Piombino il 28 aprile e il 29 maggio), gli operai sono più collegati tra loro e questo rende loro e i loro organismi più forti, perché ognuno può prendere spunto da quello che fanno gli altri, può avvalersi del sostegno e della solidarietà degli altri; perché possono muoversi uniti anziché andare in ordine sparso: per i padroni è più facile colpirli uno a uno, ma colpirli tutti insieme è un altro paio di maniche;

– a protestare, denunciare, scendere in piazza, scioperare non sono solo gli operai, sono centinaia di migliaia tra precari, disoccupati, studenti, insegnanti, infermieri e medici, lavoratori autonomi (ristoratori, professionisti, albergatori, ecc.): quindi è possibile un’ampia alleanza tra questi settori di classe e i loro organismi.

Iniziative decise

1. Organizzare un campagna (fotografica) di opinione incentrata sullo slogan “la nazionalizzazione è l’unica soluzione”.

2. Diffondere tra gli operai delle rispettive aziende la lettera aperta del 3 luglio a Patuanelli, Catalfo e Speranza (volantino, bacheche sindacali, gruppi whatsapp, locandina).

3. Mobilitazioni comuni:

– una giornata in sostegno dell’iniziativa di lotta degli operai della Sanac. Al riguardo la delegazione di Camping CIG ha sottolineato l’importanza che gli operai della Sanac organizzino il blocco accordandosi con gli operai dell’ex Ilva, in modo che l’iniziativa sia funzionale alla lotta di entrambi e non sia usata a suo fine dalla direzione dell’ex Ilva;

– una seconda giornata, che ognuno realizza nelle modalità che ognuno ritiene più adeguate (sciopero o astensione, presidio, volantinaggio, affissione di striscioni, ecc.) e sui problemi più sentiti nelle singole aziende, organizzando dovunque possibile la presenza di operai di altre aziende siderurgiche in modo da “far toccare con mano” il coordinamento crescente tra aziende del settore e alimentare tra gli operai di ogni singola azienda la fiducia che la loro lotta è la lotta di altri operai, che lottare è indispensabile e vincere è possibile.

Le date di entrambe le giornate verranno decise nel mese di settembre.

Alcune considerazioni a posteriori.

1. L’operaio delle Fonderie di Torbole (BS) ha parlato di “nazionalizzazione sotto controllo operaio”. Su questo bisogna intendersi meglio. Se controllo operaio vuol dire che gli operai dicono sì o no a quello che dice il direttore dell’azienda, ognuno può facilmente capire che è una messinscena. Il controllo operaio presuppone operai che sanno cosa si produce, perché, dove va a finire quello che producono, che se un determinato modo di produrre ha degli inconvenienti si occupano di trovarne un altro, se di quello che producono non c’è più bisogno si occupano di cosa produrre in alternativa che serve alla popolazione e ai rapporti di scambio, collaborazione e solidarietà con altri paesi, ecc. Qualcuno obietterà che gli operai non sono tutti ingegneri, ecc. Ma si possono avvalere di ingegneri, ecc. come anche i capitalisti fanno (non è che i capitalisti sono tutti ingegneri, ecc.). Con la differenza che i capitalisti si avvalgono di ingegneri, ecc. ponendosi la questione “cosa mi rende di più”, invece gli operai se ne avvalgono ponendosi la domanda “cosa serve al paese e cosa facciamo noi come azienda”.

2. Per condurre la battaglia sulla nazionalizzazione possiamo approfittare delle elezioni regionali: organizzare interventi operai alle iniziative elettorali e mettere i candidati all’opera fin da subito: non dichiarazioni e promesse, ma fatti!

3. “È stato un errore dare le aziende pubbliche in mano ai privati”, ha detto l’operaio dell’ex Ilva di Taranto. È vero che il risultato della privatizzazione delle aziende pubbliche è il loro malandare e il loro smantellamento, ma non è per sbaglio, per errore che i capitalisti e i loro governi hanno privatizzato. La privatizzazione dei servizi pubblici e del settore pubblico dell’economia è uno degli espedienti con cui i capitalisti di tutti i paesi imperialisti hanno prolungato l’agonia del loro sistema sconvolto dalla nuova crisi generale del capitalismo incominciata a metà degli anni ’70 del secolo scorso. Proprio come, al contrario, l’intervento dello Stato borghese nell’economia e negli altri settori della vita sociale era stato la sintesi delle riforme che a partire dalla vittoria sul nazifascismo i revisionisti moderni (con Togliatti alla testa) avevano imposto su larga scala in tutti i paesi imperialisti europei in alternativa alla rivoluzione socialista. Il settore pubblico dell’economia ha avuto un ruolo positivo fino a quando la borghesia imperialista arrivò alla conclusione che non ne aveva più bisogno perché non aveva più il “fiato sul collo” del movimento comunista, che era declinato a causa dei limiti della sua sinistra e della collaborazione dei revisionisti moderni, in particolare da Berlinguer (di fatto segretario nazionale PCI dal 1964 al 1984) in qua. E d’altra parte la borghesia imperialista, a causa della crisi, aveva bisogno di aprire nuovi campi ai suoi capitali e quindi privatizzare l’apparato produttivo pubblico e anche i servizi pubblici.

La privatizzazione è stata ed è un espediente con cui la borghesia ha colpito e colpisce duramente le masse popolari approfittando dell’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria (suscitata in tutto il mondo dalla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e dalla creazione dell’URSS) che non solo ha privato la classe operaia della sua capacità rivoluzionaria ma ha sminuito anche la sua capacità di resistenza alla restaurazione padronale. Preparata dal divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro imposto con un colpo di mano nel 1981 dalla coppia Andreatta-Ciampi, la privatizzazione dei servizi pubblici e del settore pubblico dell’economia è stata perseguita da tutti i governi delle Larghe Intese, da quelli del circo Prodi come da quelli della banda Berlusconi. Per smussare la resistenza alle privatizzazioni il tema impiegato dalla borghesia, dai suoi portavoce e dalle sue autorità è che i servizi pubblici e il settore economico gestiti dallo Stato sarebbero inefficienti, costerebbero cari allo Stato (ai “contribuenti”) e sarebbero la fonte della corruzione e della malavita dilaganti nei paesi imperialisti. La teoria della sussidiarietà (lo Stato deve intervenire solo dove l’iniziativa privata non riesce), di cui si ammantano Comunione e Liberazione e organizzazioni affini, è la “versione nobile” della paccottiglia neoliberista.

4. “Qual è l’alternativa” (al governo del M5S) ha chiesto l’operaio dell’ex Ilva di Taranto. Per nazionalizzare la siderurgia ci vuole un governo che lo faccia. Quindi dobbiamo fare pressione sul governo Conte approfittando del fatto che il governo e le “alte sfere” hanno timore che monti la tensione sociale, che ci sono contraddizioni tra le forze che reggo­no questo governo, che alcuni suoi esponenti (e persino qualcuno dell’opposizione) parlano di nazionalizzazioni e di nuova IRI. Lo fanno per raccogliere consensi e per calmare le acque? Sicuramen­te, ma noi possiamo approfittarne e sfidarli a tradurre in pratica quello che dicono. E se il governo Conte non nazionalizza? Vuol dire che dobbiamo cambiare governo. Dobbiamo formare un go­verno deciso a nazionalizzare le aziende e a farle funzionare se­condo un piano d’insieme e capace di farlo. Capace non perché formato da tecnici e da esperti: non è questione di “mestiere”, lo abbiamo visto bene con il governo dei bocconiani Monti, Fornero e compagnia nel 2011-2013. Ma perché agisce su mandato e in stretto legame con i comitati di operai, con le RSU e gli RLS, cioè con quelli che hanno interesse a tenere aperte e a far funzionare le aziende, sanno quali sono i problemi, sanno cosa occorre per risolverli, hanno interesse a risolverli e sono capaci o possono im­parare a risolverli. È quello che noi del P.CARC chiamiamo Governo di Blocco Popolare.

Nazionalizzazione, difesa dei diritti sindacali e del posto di lavoro, applicazione delle misure anticontagio e per l’igiene e la sicurezza sul posto di lavoro, difesa dei posti di lavoro e stabilizzazione dei precari: da qualunque parte la si prenda, il punto di partenza è organizzarsi. Il primo passo è formare un gruppo di operai che si occupano della sicurezza loro, degli altri operai, delle loro fa­miglie e di tutta la cittadinanza, controllano l’operato dei padroni, segnalano e denunciano le cose che non vanno, mobilitano e or­ganizzano gli altri operai, si collegano con operai di altre aziende, mobilitano tecnici ed esperti. Organizzati è possibile, in una certa misura, anche prevenire le mosse del padrone.

Bisogna ricostruire in ogni azienda organismi tipo i Consigli di Fabbrica degli anni ‘70, partendo anche in pochi, anche in due o tre operai decisi e poi le cose faranno il loro corso. Sarà una guerra? Sì, ma abbiamo visto che a “difendersi per non perdere tutto” andiamo alla rovina, quindi dobbiamo di­fenderci per prendere tutto!

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