Pubblichiamo la lettera che un insegnante precario ha inviato alla nostra Agenzia Stampa. L’insegnante stende alcune considerazioni relative alla DAD (Didattica a Distanza) e all’intero orizzonte verso cui va la scuola pubblica, individuando le misure necessarie perché quell’orizzonte sia positivo per studenti e insegnanti: una didattica realmente formativa per gli studenti e un lavoro utile e dignitoso per i docenti tramite la loro partecipazione attiva alla gestione dell’istruzione, che al contrario si scoraggia e si attacca con ogni mezzo.

Con le politiche promosse dal Governo Conte 2 di fatto, prendendo a pretesto la pandemia da Covid, si porta avanti un tentativo di accelerazione dello smantellamento dell’Istruzione pubblica e dei diritti conquistati da studenti e insegnanti durante il periodo dell’Autunno Caldo, in coordinamento con le organizzazioni operaie e tramite il legame con il movimento comunista. Da quella stagione infatti derivano le maggiori conquiste anche nel campo dell’istruzione: dall’accesso all’ università, all’istituzione del tempo pieno, fino alla costituzione degli organi collegiali che istituivano la partecipazione attiva alla gestione della scuola da parte di insegnanti, personale ATA, studenti e famiglie. Ancora oggi questa è la via per ricostruire una scuola pubblica e di qualità, per far sì che la didattica sia realmente formativa tramite la partecipazione attiva degli studenti alla gestione della scuola e per far sì che le condizioni degli insegnanti e dei lavoratori della scuola siano dignitose.

Il futuro della scuola si decide qui e ora! Praticare la partecipazione alla gestione della scuola costituendo dei consigli di insegnanti, lavoratori, studenti e famiglie che si occupino di lavoro, didattica e strutture. Coordinarsi con le organizzazioni degli operai e di altri lavoratori o disoccupati in mobilitazione per l’applicazione delle misure urgenti e necessarie. Chiamare a prendere posizioni e a supportare le mobilitazioni tutti quegli eletti che dicono di avere a cuore l’istruzione pubblica. Chi ci ha portato fino a questo punto non ha alcuna soluzione positiva, dobbiamo trasformare la lotta per la conquista di condizioni di vita e di lavoro dignitose in lotta per imporre un governo d’emergenza delle masse popolari deciso e capace di attuare da subito le misure necessarie.

 

Cari compagni e care compagne dell’Agenzia Stampa,

sono un insegnante precario di scuola media e in questi mesi, dopo aver letto diversi articoli vostri e di “Resistenza” riguardanti le difficoltà di insegnanti e studenti nel continuare l’attività scolastica nelle condizioni poste dalla pandemia da Covid-19, ho deciso di scrivere alcune considerazioni. In particolare per quanto riguarda la Didattica a Distanza (DaD), specialmente alla luce dell’approvazione del “decreto scuola” che dal prossimo anno la parifica sostanzialmente alla didattica in presenza, l’unica in grado di garantire effettivamente il carattere formativo della scuola. Si tratta di considerazioni tratte sia dalla mia esperienza che da quella di tanti miei colleghi, che in questa fase hanno tenuto in piedi la scuola pubblica – a dispetto del disastro compiuto dal governo Conte 2 – mostrando attaccamento al proprio lavoro e senso di responsabilità verso gli studenti.

La DaD, inizialmente introdotta come strumento volontario facendo leva sulla necessità di garantire la continuità didattica a fronte della chiusura delle scuole, è diventata quasi da subito obbligatoria: prima di fatto, tramite una circolare ministeriale che faceva riferimento ad una sorta di “obbligo morale”, poi ufficialmente attraverso il “decreto scuola” che la parifica dal prossimo anno alla didattica in presenza.

Questa decisione rappresenta:

  • da un lato un appesantimento del lavoro dei docenti, in linea con la concezione dello “smart working” che, al di là degli affascinanti proclami sulla “valorizzazione della creatività del lavoro” e sulla sua “sburocratizzazione”, si traduce in eliminazione di ogni limite agli orari di lavoro;
  • dall’altro un ulteriore passo in direzione dello smantellamento dell’istruzione pubblica, sempre più asservita alle logiche del mercato (se gli studenti devono solo acquisire “competenze” da spendere per farsi sfruttare meglio sul lavoro, l’insegnante può anche limitarsi a fare da “facilitatore” e quindi da intermediario tra lo studente e il computer) e agli interessi delle multinazionali proprietarie delle piattaforme (Google, Microsoft, Facebook, ecc.).

Infine con la promozione della DAD, e quindi dello smart working, di fatto le politiche del governo promuovono la disgregazione tra insegnati, lavoratori della scuola e studenti, impedendo loro di confrontarsi e organizzarsi. Stesso indirizzo che si ritrova peraltro nel documento dell’Associazione Nazionale Presidi, nel quale si chiede lo smantellamento degli organi collegiali, pretendendo l’accentramento del potere nel dirigente scolastico. Il tutto celato sotto la scusa della necessità di far fronte a future emergenze sanitarie o di altro tipo che potrebbero rendere necessari altri periodi di chiusura delle scuole, scaricando sugli insegnanti, sugli studenti e sulle famiglie le responsabilità di eventuali problematiche legate ad emergenze che il più delle volte sono il risultato di scelte politiche scellerate (prendiamo ad esempio le varie “emergenze maltempo”: cosa sono se non il frutto di anni di tagli all’edilizia scolastica e alla manutenzione delle scuole e del territorio?).   

In tutto questo, al di là degli annunci della ministra Azzolina sulla volontà di ritornare tra i banchi a settembre, la realtà dice che niente è stato fatto per rendere gli edifici scolastici più sicuri e gli ambienti più spaziosi e areati; niente è stato fatto per ridurre il numero di alunni per classe e porre fine all’ignominia delle “classi pollaio” (anzi, piuttosto si riducono le classi); niente è stato fatto per assumere il prima possibile gli insegnanti necessari, vincolando anzi l’assunzione dei precari “storici” ad un assurdo concorso. In queste condizioni tornare a scuola in sicurezza sin dall’inizio dell’anno rischia di essere impossibile e ciò fornirà ulteriori pretesti per rendere la DaD obbligatoria.

Pertanto ritengo sia necessario che insegnanti, studenti e famiglie si mobilitino:

  1. Per imporre il ritiro dell’obbligatorietà della DaD: nessuno è pregiudizialmente contrario all’uso delle tecnologie in ambito didattico che possono, anzi, costituire un’importante risorsa. Tuttavia, l’obbligo di predisporre strumenti per la Didattica a Distanza e la parificazione di quest’ultima con quella in presenza, oltre a pregiudicare il carattere formativo della scuola, rappresenta un inaccettabile attacco alla libertà di insegnamento. Si tratta dunque di organizzarsi, studenti, insegnanti e famiglie, per deciderne dal basso modalità di utilizzo e strumenti in base alle reali esigenze educative.
  2. Per mettere in sicurezza le strutture scolastiche e per mappare tutti gli edifici dismessi da poter rendere agibili a tal fine, avvalendosi anche della mobilitazione dei tanti disoccupati del territorio per svolgere i lavori che servono; eliminando così definitivamente le “classi pollaio” e contro ogni proposito – che pure è stato ventilato in questi giorni – di ridurre le classi.
  3. Per l’assunzione immediata di tutto il personale necessario, a partire dall’immissione in ruolo di tutti i docenti precari con almeno tre anni di servizio, evitando lo svolgimento di un concorso assurdo, iniquo e illegale (secondo la direttiva UE 70/99) che, in tempi di pandemia, mette a rischio la stessa salute dei partecipanti.

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