Rilanciamo la lettera inviata all’Agenzia Stampa Staffetta Rossa da una studentessa di Napoli. Nel testo emerge come la didattica online, tanto acclamata dalle istituzioni come la miglior soluzione dopo la chiusura di scuole e università per far fronte all’emergenza sanitaria, sia in realtà uno strumento discriminatorio che va a ledere il diritto allo studio di tanti studenti delle masse popolari.

Gli studenti devono pretendere l’attuazione di misure necessarie e concrete per vedersi riconosciuto, anche nell’emergenza, il diritto all’istruzione previsto dalla Costituzione. Devono fare pressione sui sindacati studenteschi e i collettivi già esistenti, per vedersi garantiti libri di testo gratuiti e lezioni registrate così da permettere anche a chi è costretto ancora a lavorare di poter seguire le lezioni.

Gli studenti possono e devono far sentire la loro voce organizzandosi e coordinandosi dal basso con i tanti organismi territoriali che stanno nascendo per far fronte alle misure impopolari con cui il Conte 2 cerca di affrontare l’emergenza ed imporre quelle che sono le vere misure necessarie per superare l’epidemia e costruire un governo espressione degli interessi delle masse popolari.

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Cari compagni e care compagne dell’Agenzia Stampa,

mi chiamo Giulia e sono una studentessa della Federico II di Napoli. Vi scrivo questa lettera per raccontarvi la mia esperienza con la didattica online e i corsi universitari che sto seguendo.

Premetto che questa mia è una lettera di critica, una lettera che nasce dalla rabbia verso un sistema che non ha mai garantito parità di trattamento a tutti gli studenti, un sistema che ha letteralmente distrutto il diritto allo studio e con esso l’Istruzione pubblica (sia delle Università sia delle Scuole Medie e Superiori).

La mia esperienza con la didattica online, che rappresenta l’esperienza della maggior parte degli studenti universitari membri delle masse popolari e del proletariato, dimostra proprio questo: l’azione pregiudizievole che lo Stato e il sistema riserva per noi “comuni mortali”, per coloro che sono costretti a lavorare per poter accedere agli studi, per coloro che provengono da famiglie “modeste” fatte di operai, lavoratori del pubblico impiego e disoccupati.

La didattica online, come molti di voi sapranno, consiste nella partecipazione a “meeting” o “teams” effettuati tramite applicazioni o social neetwork, lezioni che sono seguite in diretta, “on line”, in modo da poter permettere ai professori di controllare chi vi partecipa e chi no. Questa misura, a mio avviso, è una misura ingiusta, soprattutto nei confronti dei tantissimi studenti lavoratori che, per la chiusura delle università, non possono accedere a dei “moduli” che gli consentirebbero di seguire i corsi pomeridiani (anche perché le lezioni online si tengono principalmente di mattina o in orari prestabiliti, quindi se sei un operaio non puoi seguire il corso perché costretto a lavorare e non puoi richiedere una giustificazione in quanto “oggettivamente” l’università è chiusa).

Ma questo non è il problema principale sul quale voglio focalizzarmi, il problema è un altro. Il reperimento dei materiali!

Come molti di voi sapranno con l’ultimo decreto governativo sono state “bloccate” tutte le attività che non producono beni di prima necessità (tranne, ovviamente, le fabbriche perché, situazione di emergenza o meno, i padroni devono comunque speculare sulla vita e la salute degli operai, come se il virus non si propagandasse in catena di montaggio!). Tra le attività chiuse per l’emergenza vi sono anche le cartolibrerie e le librerie universitarie, negando di fatto agli studenti di poter usufruire dei materiali a “basso costo” o di poter prendere il libro in comodato d’uso. Questa misura nega, di fatto, il diritto allo studio per tutti! La soluzione promossa dai responsabili di ateneo e dai principali sindacati universitari è quella di “acquistare i libri su Amazon”, libri ovviamente originali dai costi esorbitanti. Io insieme ad altri colleghi del mio corso ho fatto una media dei costi per reperire i materiali utili a sostenere i 4 esami della sessione estiva e che ammonta a circa 450 euro! Questa cifra è esorbitante, considerando il fatto che molti studenti rientrano nelle fasce più basse del calcolo ISEE e soprattutto sono disoccupati.

Molti ci hanno detto “vabbe ma alcuni di voi hanno preso la borsa di studio”. Benissimo, parliamo anche di questa. La borsa di studio come è oggi concepita (che è notevolmente diminuita rispetto agli anni scorsi) consiste in 2 tranche da circa 800 euro (chi più chi meno in base alla posizione in graduatoria). Queste, a loro volta, vengono confermate o meno in base ai crediti che riesci ad accumulare durante l’anno (quindi se hai preso la prima ma non sei riuscito a raggiungere “abbastanza crediti” per accedere alla seconda, questa non ti verrà fornita). Ma questo aspetto sul funzionamento burocratico è secondario. Torniamo alla cifra. Gli studenti che hanno accesso alla borsa di studio sono principalmente quelli con “il reddito basso” che appartengono o alla categoria dei pendolari o a quella dei fuori sede. Questi, oltretutto, devono provvedere alle spese di affitto (che per una stanza si aggirano attorno ai 300 euro), spese alimentari per pranzi e cene (considerando, ad esempio, che nel mio ateneo non c’è neanche la mensa universitaria!), spese per gli spostamenti, ecc. oltre a queste le spese per i libri che, come detto, ammontano (se comprati originali, quindi “a norma di legge”) intorno ai 400 euro a sessione.

La borsa di studio, quindi, non garantisce affatto una vita dignitosa agli studenti! Anzi, è il contentino che ti danno per “mostrare” che lo Stato e il sistema sostengono gli studenti “più in difficoltà”.

A mio avviso, sostenere gli studenti, e quindi garantire il diritto allo studio universale per tutti (come sancisce la Costituzione della nostra Repubblica) significherebbe:

  1. Fornire materiali gratuitamente agli studenti per potergli permettere di studiare e dare gli esami in tempo;
  2. Fornire un servizio di mensa e alloggio gratuiti agli studenti per potergli permettere di condurre una vita dignitosa;
  3. Abolire il numero di crediti “da raggiungere” per poter conseguire la borsa di studio;
  4. Abolire il numero chiuso per tutte le facoltà;
  5. Avere il diritto di registrare le lezioni in modo da poter permettere a tutti gli studenti di poter usufruire della didattica (senza creare scissioni tra chi lavora e chi no).

Queste sono le misure che servono e che creeranno la REALE UGUAGLIANZA tra gli studenti eliminando la disparità nelle Università tra studenti di serie A (quelli che possono permetterselo) e studenti di serie B (i famosi “comuni mortali”).

In una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo, dettata dal propagandarsi della Pandemia da Covid-19, attuare queste misure sarebbe ancora più semplice e soprattutto poco dispendioso. Ma ancora una volta il problema non è la mancanza di soldi, quanto la mancanza di volontà politica di chi ci governa e di chi specula sulla scuola!

Alcune misure pratiche da attuare qui ed ora per procedere in questa direzione sono:

  1. Registrare le lezioni e creare piattaforme accessibili a tutti;
  2. Scannerizzare i manuali d’esame in modo da poter permettere a tutti di poterli consultare;
  3. Dare battaglia per l’annullamento dei crediti “da raggiungere” per aver accesso alla seconda parte della borsa di studio, dato che molte sessioni sono saltate a causa della chiusura delle Università;
  4. Creare, al di là della sigla sindacale di appartenenza, dei gruppi di lavoro in cui gli studenti possano confrontarsi sulle materie di esami e scambiarsi materiali didattici e dispense (e non le dispense a pagamento che sono soliti offrire agli studenti)

Insomma queste sono solo alcune delle misure che si possono attuare immediatamente, ma ce ne sarebbero molte altre da poter mettere in campo.

Facciamo in modo che questa situazione non alimenti la divisione tra gli studenti!

L’appello #EssereUnitiAncheSeLontani che tanto vediamo propagandato sui media significa questo!

Vi saluto e grazie per il tempo che mi avete dedicato,

Giulia M.

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