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[Bologna] Intervista ad un OSS del Sant’Orsola

Federazione Emilia Romagna by Federazione Emilia Romagna
Marzo 19, 2020
in Federazione Emilia Romagna, Federazione Emilia Romagna
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L’intervista che segue, fatta ad un Operatore Socio Sanitario (OSS) attivo a Bologna, è utile per dimostrare la necessità di un cambio nella gestione della Salute pubblica, con 30 e passi anni di tagli al Servizio Sanitario Nazionale che gridano vendetta. Non solo, ma questa emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19 e alla gestione scellerata della classe dominante è la dimostrazione che solo organizzandosi in ogni posto di lavoro si possono garantire, attuare e imporre gli interessi di lavoratori e masse popolari (la cronica carenza di DPI e il numero in crescendo di contagiati tra il personale medico ne sono la dimostrazione). Alle parole dell’intervista aggiungiamo:

  • Assunzioni subito! Far scorrere subito tutte le graduatorie per l’assunzione di infermieri e Operatori Socio-Sanitari (OSS) e internalizzare, assumere e stabilizzare tutti i lavoratori precari della Sanità. Fare un grosso piano di assunzioni con bandi rapidi e agevolati.
  • Sicurezza per chi lavora! Pretendere la fornitura di mascherine, guanti e tute che impediscano il contagio degli operatori anche stabilendo accordi straordinari con paesi come la Cina (che ha già inviato spontaneamente e gratuitamente respiratori, mascherine, tute e guanti alla faccia della chiusura del confine che ci hanno regalato i paesi UE).
  • Requisire le cliniche private! Se c’è carenza di posti letto bisogna requisire le cliniche private e convenzionate: si tratta di strutture che abbiamo pagato profumatamente con le nostre tasse, non un solo reparto del servizio pubblico deve essere chiuso o spostato.
  • Un piano straordinario per la Sanità Pubblica! Avviare la mobilitazione per imporre un piano straordinario di costruzione e manutenzione delle strutture sanitarie pubbliche nazionali su indicazione di lavoratori e utenti.
  1. Innanzitutto, ti puoi presentare?

Sono M.C. e lavoro come OSS al Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. Faccio parte del gruppo SGB-Sanità e, da circa 4 anni, sono il segretario dell’Unione Inquilini (UI) di Bologna, seguendo UI anche a livello regionale.

2. A fronte di decenni di tagli al SSN, puoi farci un quadro sintetico della situazione ospedaliera a Bologna e delle vostre condizioni di lavoro nella gestione dell’emergenza Covid-19?

A Bologna si sta cercando di affrontare la situazione emergenza Covid-19 su due binari.

Il primo è la strutturazione dell’accoglimento e alloggiamento dei casi più gravi che per il momento sono la vera urgenza: nell’hub del Sant’Orsola verrà riattivato a breve un padiglione, il 25, dedicandolo a pazienti Covid-19 (che potrà ospitare fino a 90 pazienti). A ciò si aggiunge l’ospedale Bellaria, identificato come “ospedale Covid” per l’area di Bologna che per quella di Imola. Inoltre, sempre al Sant’Orsola è stata predisposta una squadra addetta a recarsi nei padiglioni dove si hanno sospetti che presentano i sintomi della malattia.

La seconda questione è il numero degli operatori e medici: è conclamata la situazione di sotto organico che il Policlinico, come altre strutture ospedaliere in Emilia Romagna, vive. Da circa un anno e mezzo attingono, per il personale OSS, alla graduatoria di un concorso pubblico (l’ultimo a marzo 2018, ndr) e nei prossimi mesi dovrebbero entrare in servizio circa 120 operatori, andandosi ad aggiungere ai 180 già chiamati. In ogni caso il dato continua a essere in passivo visto che il sotto organico è calcolato attorno ai 600 operatori!

Questa situazione, naturalmente, crea allungamento dei turni o mancanza degli adeguati riposi, per non parlare delle malattie stagionali e di quelle che si contraggono per stress da lavoro o da usura vera e propria come le malattie professionali, riscontrabili in molti operatori. Questi, non potendo più eseguire i carichi di lavoro precedenti, dovrebbero essere sostituiti ed invece il carico di lavoro finisce ripartito sulle spalle degli effettivi rimasti in servizio. Da tenere presente è anche la consuetudine ad utilizzare lavoratori, per la maggior parte lavoratrici, in somministrazione tramite le varie agenzie interinali (che affiancano i dipendenti pubblici): questi vengono tenuti in continua formazione, cosa che comporta ulteriore stress e l’allungamento dei tempi del ricorso alla graduatoria per la stabilizzazione dei lavoratori e dei reparti.

Ciò che emerge con evidenza è che la logica degli anni precedenti di guidare le strutture della sanità pubblica come aziende ha portato allo stress i lavoratori, che sono usati come strumenti. A ciò si aggiunge la conseguente mancanza di partecipazione democratica rispetto a come svolgere al meglio il proprio lavoro e alla gestione del bene pubblico.

3. Sono state coinvolte le strutture private? A tuo avviso le strutture sanitarie private ci stanno speculando su questa emergenza? Se sì, come?

In situazione di emergenza è chiaro che nel Governo viene fuori tutta la logica tipica del capitalismo aziendale. Alla mancanza di “organizzazione” strutturale si fa fronte con la logica emergenziale dell’immissione di denaro pubblico andando verso un intervento diretto dello Stato nella gestione dell’emergenza. Il problema è che ad oggi non si vogliono ancora toccare alcuni interessi e nello specifico quelli della sanità privata che in questi anni è stata coccolata. Nel momento del bisogno si è fatta completamente “di nebbia” per paura di veder intaccato il proprio portafoglio. In questo caso lo Stato deve requisire e gestire le strutture private, che in questi anni ha riempito di soldi, obbligandole a partecipare al superamento dell’emergenza. Poche sono state le strutture private che hanno offerto la loro disponibilità, si possono contare su una falange del dito.

4. Sei a conoscenza di collettivi di personale organizzato che portano avanti battaglie all’interno delle strutture o se ci sono mobilitazioni in corso?

Non sono a conoscenza di collettivi al momento che agiscono all’interno del Policlinico, alcuni anni fa era però attivo un collettivo che faceva riferimento al centro sociale TPO (Teatro Polivalente Occupato, ndr) che portava avanti un dialogo tra studenti e lavoratori ma ha esaurito la sua attività.

Come SGB-Sanità in questi giorni abbiamo aderito al Forum per il diritto alla salute che sta lanciando un appello per contrastare la proposta del Presidente della Regione Emilia Romagna, S. Bonaccini, sul regionalismo differenziato in particolare riferimento alla sanità: di questo Forum ne fanno parte vari pezzi di società, sindacati e cittadini ed è un buon punto di partenza per discutere anche di difesa della sanità pubblica.

5. Cosa pensi si debba fare per risalire la china e lottare per una sanità pubblica ed efficiente?

Penso che per rilanciare la sanità pubblica bisogna iniziare a lavorare sopratutto sui lavoratori e sulle lavoratrici, renderli coscienti della funzione che hanno come difensori del proprio lavoro e della salute dei cittadini, costruendo coordinamenti con i cittadini e con chiunque oggi si occupi di sanità pubblica. La contraddizione oggi emersa con il Covid-19 deve essere la molla per l’agire politico di chiunque ritiene che la salute è un bene pubblico e che va difeso con le unghie e i denti. Inoltre, non può esserci una gestione decentrata sulla regione come quella di oggi: ci vuole un assetto diverso, incentrato sulla pianificazione reale dei metodi sia dei lavoratori, che devono partecipare alle decisioni di applicazione del loro agire quotidiano, sia della cittadinanza, con la partecipazione a piani di prevenzione e di salute pubblica in tutti gli ambiti quotidiani.

In una società strutturata capitalisticamente ciò non è proponibile perché il modello aziendale risponde agli interessi monetari, alle multinazionali del farmaco e alle varie aziende, tipo quelle che producono pannoloni o sapone, le ditte esterne di smaltimento dei rifiuti, ecc. che sfruttano la situazione per fare un surplus rispetto alle forniture reali che servono. A ciò si aggiunge lo smantellamento del pubblico in favore del privato.

6. In ultimo, visto che fai parte di Unione Inquilini Bologna (alla quale ci stringiamo per la perdita del compagno E. Lorenzoni), come è la situazione sfratti in città? Quali misure state adottando per imporne lo stop? L’emergenza sfratti c’era prima, c’è durante e ci sarà dopo la diffusione del Covid-19 (diverse città li hanno sospesi): quali passi ritieni necessari fare per far sì che questi stop non siano dei meri (per quanto necessari) rinvii?

Rispetto a ciò, Unione Inquilini nazionale, attraverso alcune pressioni di tipo mediatico e con la campagna “stop agli sfratti”, è riuscita a far sì che nell’ultimo decreto del Presidente del Consiglio fosse inserito lo stop all’esecuzione degli sfratti almeno fino alla fine di maggio. Naturalmente non è una soluzione al problema ma è una boccata di ossigeno a chi si trovava nella paradossale situazione di rispondere alla campagne del “restate a casa” e vedersi buttato in mezzo ad una strada o in luoghi di assembramento come dormitori pubblici o peggio strutture pubbliche con famiglie smembrate in isolamento magari fuori provincia.

La battaglia futura sarà quella che lo Stato metta risorse vere come i contributi affitti perché la crisi, che immancabilmente verrà fuori, non può pesare ancora una volta sulle spalle dei lavoratori che magari si trovano a casa senza stipendio, dovendo pagare affitto e bollette che coprono buona parte dello stesso. Come Unione Inquilini ci stiamo attrezzando per fare proposte e lanciare campagne di mobilitazioni per richiedere questi diritti e, infine, continuiamo nella nostra battaglia affinché lo Stato incrementi i fondi per il recupero e la costruzione di edilizia residenziale pubblica. Oggi la battaglia per la difesa e l’incremento dei pilastri dello Stato Sociale, come la sanità, la casa e il lavoro, i così detti diritti sociali, sono la strada per risvegliare le coscienze della classe operaia e per ri abituarli alla pratica della lotta di classe che in questi anni il movimento operaio ha delegato a personaggi che si sono completamente venduti al capitale. Noi ci crediamo e ci muoviamo su questa linea.

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