Rilanciamo la testimonianza di una lavoratrice della sanità dell’ASL Toscana Centro sulle condizioni del personale sanitario.

All’Asl Toscana Centro tutto va nel senso contrario a quanto viene ufficialmente dichiarato dalla direzione aziendale che pone grande enfasi sull’appropriatezza delle misure di protezione e sorveglianza sanitaria nella gestione dell’epidemia da coronavirus. La direzione sanitaria e i vari direttori di dipartimento si limitano in realtà a calare dall’alto circolari che i lavoratori di solito non leggono se non svogliatamente perché le direttive in esse contenute sono spesso di fatto inapplicabili in quanto poco attinenti alle realtà lavorative, spesso sprovviste dei più elementari dispositivi di protezione individuale nel rispetto delle norme di salute e sicurezza e di igiene e sanità pubblica. Un’azienda sanitaria normalmente dovrebbe tutelare e mettere in sicurezza gli operatori sanitari che quotidianamente si prendono cura dei malati, a maggior ragione in questo periodo di diffusione esponenziale del virus Covid-19. Invece si sta verificando l’esatto contrario: infermieri e operatori socio sanitari sono lasciati in balia di se stessi e, più di altri, quelli che lavorano negli ambulatori e sul territorio. Qui, più che altrove, i dispositivi di protezione individuali che, ai sensi della Legge 81/2008 devono essere garantiti dal datore di lavoro per la sicurezza del lavoratore nel luogo di lavoro, sono carenti. Le mascherine chirurgiche e il gel alcolico sono contati, visiere, occhiali protettivi e camici insufficienti, maschere filtranti FFP2 e FFP3 e tute impermeabili del tutto assenti. Gli infermieri dell’assistenza domiciliare non solo sono regolarmente sguarniti di DPI adeguati, ma per recarsi al domicilio dei pazienti utilizzano macchine aziendali che ordinariamente nessuno lava mai e che continuano a restare molto sporche nella situazione contingente, a dispetto di quanto previsto dal Dpcm 11/03/2020. Questo recita che allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19 sono adottate, sull’intero territorio nazionale, varie misure e, tra queste, quella d’incentivare le operazioni di sanificazione dei luoghi di lavoro. E’ evidente che le contraddizioni e gli abusi sono tanti. Secondo il direttore generale e la sua corte dirigenziale, blindati nelle loro stanze ovattate, l’azienda avrebbe l’obbligo di fornire le mascherine chirurgiche (che di per sé forniscono una protezione minima rispetto agli FFP2 E FFP3) solo a quei lavoratori che hanno pazienti con sintomatologia sospetta o conclamata. Con l’emanazione dei dettami aziendali delle ultime settimane sono state bloccate ferie, permessi retribuiti, congedi parentali, recuperi orari e aspettative. Inoltre, è stato ordinato il rientro in servizio del personale sanitario senza sintomi evidenti o positività al test prima che finisse la quarantena, è stato negato il diritto di tutela ai dipendenti immunodepressi o affetti da patologie croniche impedendogli di restare al proprio domicilio come previsto dall’art. 3 del Dpcm 8/03/2020 che raccomanda di evitare luoghi insalubri, in cui non sia possibile mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro dall’utente. L’Azienda ha chiesto dunque ai lavoratori tutti, ma in modo particolare ai professionisti della salute, di lavorare con abnegazione e al tempo stesso di rinunciare alla propria sicurezza e, conseguentemente, a quella dei pazienti/utenti. Nel pieno dell’epidemia corona-virus, nelle centinaia di postazioni assistenziali e servizi al cittadino e nella confusione gestionale i lavoratori tutti continuano a mettere in campo competenza e professionalità, ma per garantire prestazioni di qualità pagano sulla propria pelle un prezzo troppo alto in termini di stress, affaticamenti e preoccupazioni sul proprio e altrui stato di salute. Gli infermieri non sono angeli, sono dei professionisti e come tutti i lavoratori meritano rispetto.

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