[Prato] Intervista ad un operaio immigrato del Panificio Toscano

L’intervista che pubblichiamo è stata fatta ad un operaio prima della Marcia per la Libertà del 18 gennaio 2020 contro i Decreti Sicurezza di Salvini (di cui abbiamo scritto qui). L’operaio, che vuole restare anonimo, racconta la lotta che il Si Cobas sta conducendo da più di un anno al Panificio Toscano per richiedere il rispetto dei contratti collettivi nazionali e condizioni di lavoro dignitose.

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Al Panificio Toscano è in corso una battaglia per il riconoscimento di adeguati livelli di inquadramento. Quali erano le condizioni di lavoro prima che cominciasse la vostra lotta?

Fino a pochi mesi fa l’assunzione degli operai avveniva con diverse tipologie di contratto. In realtà tutti erano impiegati nelle attività più svariate senza rispondenza alcuna tra mansioni previste dal contratto sottoscritto e quelle effettivamente svolte. Inoltre, le condizioni di lavoro erano differenziate: alcuni lavoravano 7 giorni su 7 per 12 ore al giorno anche se assunti part-time, altri invece solo 3 giorni la settimana se non si mostravano sufficientemente “sottomessi”. Le ore lavorate in media erano 240 con uno stipendio intorno alle 1200 € al mese. L’estate scorsa, grazie alla vertenza intrapresa, sono state eliminate le cooperative finte che “sottraevano” legalmente soldi ai lavoratori ed è stato abrogato il contratto multiservizi che inquadrava gli operai come fossero addetti alle pulizie. Sono stati stabiliti turni regolari e il padrone ha dovuto ingoiare una trattativa collettiva. Ma la lotta continua: molti sono specializzati nella panificazione e guadagnano tutt’oggi, anche dopo 15 anni di lavoro, soltanto 5.50 € netti all’ora perché inquadrati al livello contrattuale più basso. Inoltre, per mantenere gli stipendi ancora più bassi, il Panificio Toscano applica il contratto di panificazione artigianale anziché quello industriale pur essendo un’azienda con circa 140 dipendenti impiegati in due stabilimenti, quello di Prato e quello di Collesalvetti, che utilizzano macchinari industriali e riforniscono prevalentemente i supermercati Coop di tutta la regione. Il complesso di Prato conta circa una settantina di operai e almeno cinquanta sono pakistani. I lavoratori italiani sono una stretta minoranza e svolgono prevalentemente la funzione di quadri intermedi. All’interno dell’azienda esiste una certa mobilità interna per cui gli operai (in maggioranza pakistani) di Prato vengono spesso in contatto con quelli di Collesalvetti e questo favorisce rapporti di sostegno reciproco tra loro e solidarietà nelle rivendicazioni. Nel 2017, nel periodo di avvicendamento di due cooperative che fornivano manodopera in appalto al Panificio Toscano, gli operai sono stati costretti a lavorare senza alcuna tutela contrattuale e il datore di lavoro ha pagato in nero, rifiutandosi in alcuni casi di corrispondere quanto dovuto per assegni familiari, malattia e altro.

Come è nata questa lotta e quali insegnamenti devono trarre gli operai?

Il mancato rispetto dei diritti e la rabbia accumulata per le umiliazioni subite hanno spinto un piccolo gruppo a sindacalizzarsi. In principio c’erano i Cobas ma questo sindacato non era soddisfacente, perché si limitava alla denuncia. Col Si Cobas è stato subito diverso. Quando il Si Cobas è entrato in azienda nel 2018 sono iniziate a circolare false voci secondo le quali ben presto gli iscritti al Si Cobas sarebbero stati licenziati, ma ciò non si è verificato. Sono invece iniziate forme dure di lotta, i primi blocchi per ostacolare l’attività di distribuzione che hanno portato a un vergognoso tavolo in Prefettura che ha escluso il Si Cobas e portato al tavolo CGIL e UIL che hanno firmato un accordo “separato” con l’azienda che non sanciva alcun miglioramento delle condizioni contrattuali dei lavoratori e accettava la realtà già in essere. Intanto erano stati licenziati alcuni lavoratori scomodi, di cui due per aver rilasciato interviste ai giornali in cui criticavano l’azienda, ad altri erano state irrogate sospensioni disciplinari dopo una protesta sindacale per danno all’immagine aziendale. I padroni grazie anche alla collaborazione dei vertici dei sindacati confederali, che sono presenti in azienda, alimentano la guerra tra lavoratori per tenerli divisi e farli desistere dalle lotte. Ma nel luglio 2019 ventotto operai Si Cobas hanno scioperato ad oltranza davanti allo stabilimento di Prato con un presidio permanente. La lotta paga.  

Di recente un compagno è finito all’ospedale dopo aver subito un’aggressione all’esterno del panificio da parte di tre connazionali servi del padrone mandati da un collega che in passato, in una denuncia, era stato indicato come caporale. La verità è che l’hanno picchiato perché si era rifiutato di lasciare il Si Cobas e iscriversi alla CGIL. Durante tutti questi scioperi gli operai hanno subito aggressioni e feroci attacchi repressivi da parte soprattutto della Polizia e questo ci ha aperto gli occhi: abbiamo compreso che la Polizia e lo Stato non difendono gli operai che lottano per il riconoscimento dei propri diritti ma i padroni.

Il 16 ottobre 2019 i lavoratori Si Cobas della Tintoria Superlativa di Prato che erano senza salario da sette mesi hanno scioperato e, a dicembre, sono stati puniti con delle multe fino a 4000 euro. Anche gli operai del Panificio Toscano hanno ricevuto sanzioni pecuniarie?

Le multe sono state inflitte a due operai del panificio che quel giorno portarono la loro solidarietà ai compagni della Superlativa in sciopero.

Cosa pensi del richiamo alla solidarietà che il Si Cobas, mobilitandosi per la cancellazione delle multe, ha promosso nei confronti di tutte quelle organizzazioni che chiedono l’abrogazione dei Decreti Sicurezza di Salvini e che si battono contro la repressione sui luoghi di lavoro e fuori? Pensi che la loro mobilizzazione possa essere utile per la vostra causa?

Trovo che la mobilitazione in atto di queste forze sia per noi vantaggiosa. Sono molto contento del fatto che ci sia stata parecchia risonanza delle multe sui social e su alcuni giornali a diffusione nazionale. Tutto questo ha portato, ancora una volta, in evidenza all’opinione pubblica le condizioni di iper-sfruttamento dei lavoratori stranieri a Prato che, in Italia, non rappresenta un’eccezione ma la regola.

Secondo te che ruolo ha assunto il sindaco di Prato in tutta questa vicenda? A parole, come tutto il PD di cui è portavoce a livello locale, Biffoni dice di essere per l’accoglienza e l’integrazione degli operai immigrati e si schiera contro i Decreti Sicurezza.

Il sindaco Biffoni si è ben guardato dallo schierarsi dalla parte degli operai. Il Sindaco in realtà è dalla parte dei padroni. In qualità di primo cittadino avrebbe potuto far sentire la propria voce in nostra difesa, ma non lo ha fatto.

Non credi che una lettera aperta scritta dagli operai a Biffoni per invitarlo a partecipare alla manifestazione del 18 gennaio lo metterebbe in una situazione a cui difficilmente potrebbe sottrarsi, lo costringerebbe per lo meno a prendere pubblicamente una posizione, a dare prova di coerenza? 

In questo momento molti operai, italiani e stranieri, hanno paura di esporsi perché hanno timore di perdere il posto di lavoro, ma se nessuno denuncia e contrasta lo sfruttamento che subisce, se essi per primi non trovano la forza di lottare, non vi può essere alcun reale miglioramento delle loro condizioni materiali di esistenza. Biffoni deve venire fuori allo scoperto, la lettera potrebbe essere un mezzo utile di lotta per le nostre battaglie.

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