Rilanciamo l’articolo di approfondimento tratto dal numero 63 de La Voce del (nuovo) Partito Comunista Italiano al termine dell’anno delle celebrazioni dei 100 anni dell’Internazionale Comunista e che, insieme al Biennio Rosso, è stata protagoniste della Campagna Primo Assalto al Cielo promossa dal P. CARC. I principali obiettivi delle celebrazioni messe in campo sono stati quello di ricavare insegnamenti dall’esperienza per legare il passato al presente senza limitarsi ad esaltare e narrare gli avvenimenti del passato. Comprendere, mostrare e usare il legame fra la concezione, la linea e i risultati raggiunti anziché limitarsi a ricostruire le lotte ideologiche del passato tra diversi orientamenti ed esporre le buone ragioni dei promotori di una linea piuttosto che dell’altra ed infine comprendere e mostrare il legame fra l’azione del movimento comunista cosciente e organizzato (dei dirigenti) e le attività delle masse popolari (i comunisti sono promotori dell’attività delle masse, l’attività delle masse dipende dall’opera dei comunisti) anziché limitarsi o all’analisi dell’azione dei dirigenti (che, ad esempio, porta al bilancio sballato che la prima ondata della rivoluzione proletaria si è esaurita a causa dei “tradimenti dei dirigenti”) o all’azione spontanea delle masse popolari (che sfocia nel più inconcludente economicismo e nelle celebrazioni del più inutile movimentismo).

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L’Internazionale Comunista venne fondata nel marzo del 1919 per impulso del Partito Comunista (bolscevico) Russo (PC(b)R), sotto la direzione di Lenin. Essa per vari anni fu il quartier generale del movimento comunista a livello mondiale. L’IC formalmente operò tra il 1919 e il 1943, ma in realtà la sua esistenza iniziò nel 1914. Allo scoppio della Prima guerra mondiale la II Internazionale crollò, corrosa dall’opportunismo della maggioranza dei dirigenti dei suoi più importanti partiti e dall’opera anche teorica dei primi revisionisti (E. Bernstein & C). La sinistra dei maggiori partiti della Seconda Internazionale (compresi suoi eroici esponenti, prima tra essi Rosa Luxemburg) non aveva sviluppato una linea e una pratica organizzativa corrispondenti all’analisi della guerra in arrivo, che tuttavia era stata denunciata e illustrata dal Manifesto di Basilea (1912) approvato dal congresso straordinario della Seconda Internazionale. Immediatamente dopo il crollo della Seconda, iniziò il lavoro per costruire la Terza Internazionale, l’Internazionale Comunista. Sciovinismo morto e socialismo vivo. Come ricostituire l’Internazionale? è il titolo dato da Lenin a un suo articolo pubblicato nel dicembre 1914 (Opere Complete Editori Riuniti vol. 21). La vittoria della rivoluzione in un paese sia pure arretrato, la Russia, anello debole della catena imperialista che schiacciava già il mondo intero, creò le condizioni per costituirla organizzativamente.

La vita dell’IC si protrasse di fatto, oltre lo scioglimento formale del giugno 1943, nel Cominform (1947-1956) e oltre, sotto la forma della collaborazione e del reciproco sostegno tra i partiti comunisti di tutto il mondo. Questi rapporti durarono fino al febbraio del 1956. È in questa data che il capofila dei revisionisti moderni, Kruscev, al XX congresso del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica), li ruppe prendendo unilateralmente e arbitrariamente posizione su problemi relativi al movimento comunista internazionale (bilancio dell’esperienza del socialismo in URSS e dell’attività dell’IC), senza aver discusso preliminarmente con gli altri partiti comunisti. Dato il ruolo preminente che per ragioni oggettive aveva nel movimento comunista, la deviazione del PCUS ruppe l’unità del movimento comunista e pose fine alla collaborazione tra il complesso dei partiti comunisti.

La vita dell’IC quindi copre praticamente il periodo finale della prima crisi generale del capitalismo terminata nel 1945 e i primi quarant’anni della prima ondata della rivoluzione proletaria (1917-1976). L’attività dell’IC è perciò una grande miniera di esperienza per tutti noi comunisti (ancora inesplorata per molti personaggi e organismi che pur si professano comunisti, con Marco Rizzo e il PC in prima fila). Noi stiamo affrontando i problemi relativi alla seconda crisi generale del capitalismo e della preparazione della seconda ondata della rivoluzione proletaria che vi porrà fine. Dal periodo in cui operò l’IC a oggi sono sopravvenute molte e importanti trasformazioni che ogni partito comunista deve individuare, studiare e comprendere e di cui bisogna tenere il debito conto. Tuttavia noi viviamo ancora nell’epoca dell’imperialismo, del declino del capitalismo e dell’ascesa della rivoluzione socialista: la stessa epoca in cui l’IC svolse la sua attività. Il bilancio dell’esperienza dell’IC è un compito politico, perché riguarda l’orientamento del nostro lavoro

nel presente e negli anni a venire. È molto importante che lo conduciamo in modo giusto.

Il bilancio dell’IC di cui abbiamo bisogno oggi in Italia deve consistere sostanzialmente di due punti.

Punto 1: noi dobbiamo indicare e illustrare:

– quali furono le conquiste pratiche realizzate dal movimento comunista nel periodo dell’attività dell’IC;

 – quali furono le cause soggettive di quei successi: le concezioni, il metodo, la linea, le strutture organizzative grazie alle quali l’attività dell’IC raggiunse quei successi. Perché questo deve essere il primo punto del nostro bilancio? In primo luogo perché oggi nelle Forze Soggettive della Rivoluzione Socialista (FSRS) del nostro paese non vi è una chiara, vasta e affermata conoscenza dei successi in quel periodo. Quindi vi sono nelle nostre fila mille brecce aperte alla penetrazione della campagna di denigrazione del movimento comunista (che spesso si presenta come denigrazione di Stalin) e di demoralizzazione delle nostre forze che la borghesia imperialista conduce come un aspetto specifico, programmato e adeguatamente finanziato della sua lotta contro la rinascita del movimento comunista. In secondo luogo perché ancora oggi gran parte di quelli che pur si professano comunisti sono lungi dall’avere assimilato e fatto proprio il patrimonio ideologico e teorico grazie al quale l’IC ha raggiunto questi successi. Il lungo periodo di predominio del revisionismo moderno (di Togliatti ed eredi, da Berlinguer fino a Napolitano e Bertinotti) e il profondo lavoro di corruzione e di diversione da esso condotto hanno rotto la continuità tra noi e l’IC. Attualmente hanno libero corso concezioni e metodi di pensiero e di azione che l’IC ha già criticato e superato teoricamente e che aveva in larga misura superato anche nella pratica dei suoi partiti comunisti. Fanno perciò parte di questo primo punto del bilancio anche la critica delle concezioni e dei metodi ancora correnti tra le FSRS, ma che costituiscono un arretramento rispetto alle posizioni già raggiunte dall’IC.

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Chi le conosce è colpito dall’attualità delle analisi di Marx, di Engels, di Lenin, di Stalin e di altri esponenti storici del movimento comunista. Sembrano scritte per la situazione attuale. Questa constatazione ci serve ad accantonare nella spazzatura che loro compete le analisi di sociologi, politologi, economisti e altri intellettuali borghesi sulla mondializzazione, sulla fine della storia e in generale sulle “novità” che essi sbandierano. Ma non dobbiamo addormentarci sulla constatazione dell’inconsistenza degli intellettuali delle classi nemiche. È doloroso rileggere oggi, a quarant’anni di distanza, quello che scrivevano alcuni per altro valorosi esponenti del movimento comunista (citiamo Enver Hoxha per tutti) fieri e compiaciuti della giustezza della concezione comunista del mondo e delle conferme che la storia aveva dato di essa, ma inconsapevoli del cataclisma che aveva colpito il movimento comunista. Le novità non sono quelle che proclamano gli intellettuali borghesi, ma ce ne sono e sono importanti: Forme Antitetiche dell’Unità Sociale (vedere Manifesto Programma cap. 1.3.2 e nota 46), moneta fiduciaria mondiale, spartizione del mercato mondiale tra pochi grandi monopoli, un’economia altamente sociale retta da rapporti sociali capitalisti (proprietà privata), un’unità politica e culturale mondiale sotto la forma di dominazione di pochi Stati e gruppi su tutto il mondo. In sintesi il mondo ha fatto grandi passi verso il comunismo, ma li ha fatti sotto la cappa del capitalismo e ciò ha creato un mondo che, proprio per questo contrasto, scoppia. Abbiamo bisogno della comprensione scientifica delle leggi di questo processo per guidare l’attività rivoluzionaria delle masse a instaurare il socialismo.

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Punto 2: noi dobbiamo indicare e illustrare quali furono i limiti che l’IC non riuscì a superare.

Anzitutto è indubbio che le concezioni e l’attività dell’IC presentano errori e limiti. La battuta d’arresto e l’arretramento subiti dal movimento comunista nella seconda metà del secolo scorso indicano al di là di ogni dubbio che nel movimento comunista sono stati commessi errori e che esso non è riuscito a superare alcuni limiti. Per far fronte ai compiti e riprendere l’avanzata, è indispensabile individuare i limiti, distinguerli dagli errori e superarli.

Per errori intendiamo linee, criteri e misure che o contrastavano con principi già acquisiti dal movimento comunista o riflettevano un’inchiesta insufficiente della situazione concreta. Il bilancio complessivo dell’attività dell’IC è largamente positivo. Ciò comporta che l’IC nel suo complesso non ha commesso errori gravi e persistenti, di carattere universale. Tuttavia i singoli partiti comunisti, sezioni dell’IC, hanno invece commesso errori anche gravi e persistenti. Anche la sola differenza dei risultati raggiunti nei diversi paesi fa fede di questo. È compito politico irrinunciabile di ogni partito comunista comprendere gli errori del partito di cui è erede e continuatore, fare un bilancio della sua attività  e tirarne i dovuti insegnamenti. Noi abbiamo fatto un accurato bilancio dell’esperienza, delle concezioni e dei metodi del vecchio PCI. Il Progetto di Manifesto Programma contiene una sintesi di questo bilancio (pag. 76).

Per limiti intendiamo che l’IC si è trovata davanti a problemi nuovi della rivoluzione proletaria, propri di una situazione più avanzata rispetto a quelle che il movimento comunista aveva fino allora affrontato, rispetto alle situazioni che il movimento comunista aveva già compreso e per le quali aveva elaborato concezioni e metodi che facevano già parte del patrimonio che tutti i comunisti dovevano assimilare. Rispetto ad alcuni di questi problemi, l’IC non è riuscita ad elaborare e ad acquisire come patrimonio comune a tutti i partiti linee, criteri e misure sufficienti a risolverli in modo favorevole agli interessi della causa del comunismo, ma la sua esperienza contiene insegnamenti sufficienti per risolverli. Quali sono questi problemi? A mio parere i principali sono i seguenti.

  1. La causa e la natura delle crisi generali del capitalismo. Alla fine della Seconda guerra mondiale i comunisti, alla pari dei gruppi imperialisti, ritenevano che i paesi capitalisti sarebbero ripiombati nella crisi economica da cui solo la guerra li aveva sollevati. Al contrario nei paesi capitalisti vi furono circa trent’anni di ripresa dell’accumulazione del capitale e di sviluppo dell’attività economica. Questo limite rese la vita facile alle teorie revisioniste del superamento definitivo della crisi e della guerra.
  2. Le forme della mediazione nei paesi capitalisti tra il carattere collettivo già assunto dalle forze produttive e la sopravvivenza della proprietà individuale capitalista di esse. Lenin aveva indicato chiaramente che l’imperialismo è una sovrastruttura del capitalismo e che è un capitalismo “sui generis” (di tipo particolare). Le Forme Antitetiche dell’Unità Sociale (FAUS) non sono state individuate, studiate e usate nella lotta politica. Ciò rese la vita facile alle teorie revisioniste delle riforme di struttura e del passaggio graduale al socialismo.
  3. La natura dei regimi politici della borghesia nella fase imperialista del capitalismo. Lenin aveva indicato che l’imperialismo tende alla reazione e Stalin aveva precisato che la lotta di classe diventa più acuta man mano che la rivoluzione socialista avanza nel mondo e i paesi socialisti progrediscono verso il comunismo. L’IC comprese e affrontò i regimi terroristici instaurati dalla borghesia (fascismo, nazismo, ecc.), ma non comprese adeguatamente che i regimi dei paesi “democratici” (USA, Inghilterra, Francia, ecc.) erano oramai diventati regimi della controrivoluzione preventiva. Ciò rese la vita facile alle teorie revisioniste della lotta esclusivamente (o principalmente) legale e della via democratica al socialismo.
  4. La forma della rivoluzione proletaria e della direzione della classe operaia sul resto delle masse popolari. Era scontato tra i partiti dell’Internazionale Comunista che la classe operaia avrebbe conquistato il potere con la violenza (“il potere nasce dalla canna del fucile”). Non erano però chiare le forme in cui sarebbe avvenuta la raccolta, formazione e accumulazione delle forze rivoluzionarie. Convissero al riguardo nell’IC concezioni e pratiche contrastanti: accumulazione delle forze nell’ambito della legalità borghese in attesa delle condizioni favorevoli per una rivolta generale delle masse popolari, fronte popolare, combinazione tra guerra civile rivoluzionaria e guerra imperialista, partito-esercito-fronte delle classi e delle forze rivoluzionarie, guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata. Ciò rese la vita facile alle tendenze opportuniste e attendiste.
  5. La natura e il ruolo dei partiti comunisti. Nonostante la campagna di bolscevizzazione lanciata nella seconda metà degli anni ‘20, nell’IC rimasero partiti comunisti che avevano una concezione principalmente legalitaria del loro compi-

to e partiti clandestini, partiti di massa e partiti di quadri, partiti sostanzialmente parlamentari e partiti che dirigevano nel loro paese la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata. Ciò lasciò aperta la via alla teoria revisionista del “partito di tutto il popolo”.

  1. Il rapporto tra i partiti comunisti dei vari paesi. Nella Risoluzione del suo scioglimento (1943) l’IC dichiarò che “lungo tempo prima della guerra era già apparso sempre più chiaro che (…) la soluzione a mezzo di un centro  internazionale dei problemi del movimento operaio di ogni paese a sé preso, si sarebbe scontrata con ostacoli insuperabili” e che “la forma di organizzazione e di unione dei lavoratori scelta dal primo congresso dell’IC veniva superata sempre più (…) a tal punto da divenire persino un impedimento al rafforzamento ulteriore dei partiti operai nazionali”. Ma il problema dei rapporti tra i partiti comunisti restò in sospeso. Ciò facilitò il colpo di mano fatto da Kruscev e dal PCUS nel 1956, quando si arrogò il diritto di decidere per tutto il movimento comunista internazionale.
  2. La lotta di classe nei paesi socialisti. Che la lotta di classe continuasse nei paesi socialisti era un fatto. Ma la comprensione delle leggi secondo cui si sviluppa, l’analisi di classe della società socialista (in particolare che la borghesia nei paesi socialisti è costituita da quei dirigenti del Partito, dello Stato, delle aziende e delle altre istituzioni che per dare soluzione ai problemi del socialismo si ispirano all’esperienza della borghesia) e la relazione tra le contraddizioni di classe nella società di ogni paese socialista e la lotta di classe a livello internazionale restarono tutte questioni in sospeso fino alla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (1966-1976). Ciò facilitò la vita alle teorie revisioniste della fine della lotta di classe e della scomparsa della divisione in classi nei paesi socialisti.
  3. La relazione tra gli Stati e i paesi socialisti. Dopo la Seconda guerra mondiale si formò il campo socialista, composto da più paesi e da più Stati, con tradizioni diverse e diversi livelli economici, politici e culturali. Nel 1919 era stata lanciata la parola d’ordine della federazione sovietica mondiale. Ora si poneva il compito di tradurre in politiche e in istituzioni il principio della fraterna collaborazione tra i lavoratori di tutto il mondo per marciare verso la comunità mondiale dei lavoratori. Non aver affrontato anche teoricamente questo compito rese la vita facile alle tendenze all’egemonismo e alle tendenze nazionaliste.

Si tratta di otto problemi che hanno urgenza diversa, ma sono cruciali per adempiere con successo il compito che ci sta davanti. Dobbiamo quindi indicare gli elementi dell’esperienza dell’IC che ci suggeriscono le soluzioni giuste, le posizioni più avanzate che oggi dobbiamo occupare (il maoismo: vedi Rapporti Sociali n. 9/10Per il marxismo-leninismo-maoismo. Per il maoismo). Insomma dobbiamo indicare gli insegnamenti che noi traiamo dall’esperienza dell’IC per andare oltre i suoi limiti.

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I principali documenti con cui iniziare lo studio dell’esperienza dell’IC sono indicati in La Voce 60 (novembre 2018), pag. 5 Celebriamo il centenario della fondazione della I Internazionale Comunista. Ad essi aggiungiamo solo due articoli di Rapporti Sociali 35 (novembre 2004)Guidati dal maoismo, riprendiamo la gloriosa e vittoriosa tradizione della prima Internazionale Comunista e “Tesi sull’attività parlamentare” dell’Internazionale Comunista.

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Non vanno bene i bilanci in cui si dice genericamente che l’IC ha compiuto molte cose positive e che i suoi dirigenti hanno dato un “contributo teorico inestimabile”, ma 1. non si indicano e non si illustrano le cose positive come se non ci fosse in corso una campagna denigratoria che influenza anche le nostre fila e 2. non si illustrano i “contributi inestimabili” come se questi fossero già nostro patrimonio acquisito (cosa che non è – l’influenza della cultura borghese di sinistra sul pensiero delle FSRS lo dimostra).

Tanto meno va bene che dopo questa concessione quasi d’obbligo fatta ai meriti dell’IC, in realtà ci si dedichi solo ad illustrare gli errori e i limiti dell’IC. Noi comunisti non dobbiamo esitare ad esporre alle masse (e quindi pubblicamente) i nostri errori e i nostri limiti. È anzi necessario farlo: per sgomberare il campo dalla sfiducia creata dai successi conseguiti dalla borghesia contro il movimento comunista è necessario indicare chiaramente quali sono stati i nostri errori e i nostri limiti che hanno consentito alla borghesia di conseguire temporanei successi. Ma dobbiamo fare il bilancio dell’esperienza dal punto di vista del proletariato e alla luce delle concezioni del proletariato rivoluzionario, col metodo materialista dialettico. Dobbiamo invece combattere i bilanci che, stante la mancata assimilazione dell’“inestimabile contributo teorico” dell’IC, risentono dell’influenza della cultura borghese, individuano errori e limiti dal punto di vista della borghesia (che però si presenta come “neutrale” e “scientifico”: al di sopra delle classi, degli interessi e delle passioni di classe). Simili bilanci nascondono o travisano i veri errori e limiti importanti ai fini della nostra lotta e non traggono gli insegnamenti necessari a noi per non ripetere gli errori e per superare i limiti. Alcuni bilanci inoltre parlano solo di “errori e deviazioni” dell’IC e non indicano i limiti, che ai fini della nostra lotta sono ancora più importanti degli errori.

In conclusione abbiamo bisogno di un bilancio fatto dal punto di vista della classe operaia che lotta per il potere, allo scopo di definire la linea con cui affrontare i nostri compiti nella seconda ondata della rivoluzione proletaria che sta crescendo attorno a noi.

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