Nelle ultime settimane si è acceso un dibattito tra i comunisti in Italia sull’opportunità o meno di intervenire (e “portare il germe” del comunismo) nelle piazze delle cosiddette “Sardine”. Si sta rivelando un dibattito che non è nuovo nel suo contenuto bensì attualissimo nelle sue implicazioni pratiche e che va ben oltre il movimento delle “Sardine”.

La discussione riguarda:

  1. il ruolo che i comunisti devono svolgere nel processo oggettivo di resistenza spontanea che le masse popolari oppongono al procedere della crisi generale del capitalismo (una crisi economica, ambientale, sociale e culturale),
  2. la strategia e la tattica che i comunisti devono adottare per fare la rivoluzione socialista in Italia.

A tal proposito rilanciamo un esempio positivo di compagni che si chiedono come i comunisti devono intervenire nel variegato movimento di resistenza delle masse popolari per fomentare e trasformare la resistenza in lotta, per farla finita con il capitalismo e instaurare il socialismo: si tratta dell’articolo comparso sul sito senzatregua.it.

Facciamo seguire un approfondimento del tema proponendo l’articolo che il (n)PCI ha pubblicato nel numero 61 de La Voce.

Lottiamo perché il dibattito si sviluppi, si allarghi, travalichi il confronto virtuale e diventi strumento per costruire la più ampia unità d’azione anticapitalista che noi indirizziamo per rafforzare la rinascita del movimento comunista nel nostro paese.

La rivoluzione in Europa non può essere altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale. L’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!) e attuare altre misure dittatoriali che condurranno, in fin dei conti, all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si epurerà dalle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo”. (V.I. Lenin, Risultato della discussione sull’autodecisione (1916), in Opere complete vol. 22).

Per la redazione dell’Agenzia Stampa del P.CARC,

Ermanno Marini

Comunisti e movimenti di massa. Spunti per una riflessione.

Redazione Senza Tregua 27 novembre 2019

Mentre il sistema capitalistico si dimostra incapace di dare risposte ai problemi fondamentali del nostro tempo, mai come in questo momento l’egemonia capitalistica appare salda. È naturale che in questo contesto si sviluppino movimenti di opinione e di lotta di carattere parziale, animati dall’individuazione di singoli aspetti contro cui combattere, ma incapaci di sviluppare una critica complessiva sul piano dei rapporti sociali e dunque delle cause ultime dei fenomeni che si intendono combattere. Così ad esempio accade per movimenti di lotta su specifiche questioni, ad esempio crisi aziendali, riforme di settore ecc.. oppure su temi più generali e politici, ad esempio difesa dell’ambiente, antirazzismo, questione femminile ecc..

Queste forme di movimento possono prodursi più o meno spontaneamente ed hanno come carattere comune quello di intercettare una parte di settori popolari sulla base di una protesta/indignazione che riguarda un tema specifico, e spesso si incanala in una direzione arretrata finendo per porsi alla coda di parole d’ordine insufficienti, spesso strumentalizzate dai partiti politici, o da settori stessi del capitale.

Ciò avviene in tutto il mondo con i movimenti di protesta sull’ambiente come “Fridays for Future” e oggi accade in Italia sul versante politico con il movimento delle “Sardine”. Questi fenomeni trovano così larga adesione da parte di ampi settori delle classi popolari anche a causa dell’assenza di un movimento operaio – e specularmente di un quasi del tutto assente movimento studentesco – attraverso cui poter indirizzare le lotte, incanalare il dissenso, e organizzarlo dandogli una visione d’insieme. In poche parole l’arretratezza delle posizioni politiche espresse da molti movimenti oggi è anche il frutto dell’arretratezza dei rapporti di classe e della debolezza del conflitto di classe e delle strutture che dovrebbero incanalarlo, nel nostro Paese e non solo.

Si pone allora il problema di capire se e come i comunisti possano e debbano intervenire in questi contesti e quale possa essere un’adeguata strategia, esigenza tanto più forte nei settori della gioventù più esposti sotto ogni punto di vista a questi fenomeni.

Proviamo allora a riflettere, attingendo anche a qualche fondamento di teoria marxista-leninista.

Se un movimento non è su posizioni anticapitaliste i comunisti non devono avere alcun contatto, perché contaminerebbero la loro linea politica?

Questa tesi è sostenuta da alcuni ed è però errata e ha come unico effetto spingere definitivamente verso i partiti borghesi anche quei settori più avanzati che al contrario dovremmo contendere loro e tentare di portare sulle nostre posizioni. Si finisce così per confondere la critica alle posizioni arretrate professate nelle piazze, con l’odio nei confronti dei partecipanti, che in larga parte sono quegli stessi lavoratori, in tutte le loro forme e articolazioni, ai quali ci rivolgiamo. È possibile che centinaia di migliaia di persone finiscano a pensarla in modo utile agli interessi dei banchieri, ma è difficile pensare che piazze di migliaia di persone siano composte da banchieri! Si pone allora il problema di come svelare loro l’inganno e provare a conquistarne almeno una parte più attiva, compatibilmente con i rapporti di forza attuali. Ma non si può pretendere che i lavoratori, gli studenti, i pensionati che sono in quelle piazze, giungano spontaneamente ad acquisire una coscienza anticapitalista, perché ciò è semplicemente la negazione di ogni principio del materialismo storico. La conquista della coscienza di classe è compito dei comunisti, non un requisito da richiedere alle masse come precondizione per un nostro intervento.

È un principio basilare del marxismo che le idee dominanti sono in ogni epoca storica quelle della classe dominante[1]. La subalternità ideologica delle classi dominate è un fatto, un punto di partenza ineludibile, prodotto delle leggi di sviluppo della storia. Sarebbe quindi possibile un movimento che spontaneamente si emancipi dal senso comune e riesca a liberarsi dalle diverse forme dell’ideologia borghese? La risposta per un comunista è no.

Come spezzare quindi l’egemonia borghese? «Nostro assoluto dovere – scriveva Lenin – è di intervenire in ogni problema liberale, di chiarire il nostro atteggiamento di comunisti in proposito, di fare il necessario perché il proletariato partecipi attivamente alla soluzione del problema e lo faccia risolvere a modo suo. Chi evita di intervenire – quali che siano le sue intenzioni – si arrende in pratica al liberalismo, cedendogli l’opera di educazione politica dei lavoratori e lasciando l’egemonia della lotta politica a elementi che sono in fin dei conti i capi della democrazia borghese»[2]. L’intervento è dunque necessario sia nei contesti di movimenti «spontanei» sia in quelli in qualche forma indirizzati o addirittura eterodiretti da forze borghesi che però ottengono un seguito tra settori delle masse popolari. Sulla base delle rivendicazioni di questi movimenti, e dei rapporti di forza, spetta ai comunisti comprendere se la propria tattica può orientarsi nella ricerca di assumerne la direzione oppure limitarsi ad intercettarne settori, smascherando posizioni arretrate e contraddizioni, puntando a acquisire consensi tra gli elementi più attivi e coscienti.

Prendendo il caso delle “Sardine” non stupisce affatto che alcuni dei “capi” del movimento professino la loro vicinanza al PD. Questo fatto non solo non esclude, ma anzi conferma la necessità di condurre un lavoro per far avanzare la coscienza in quei settori che oggi finiscono – per assenza di altro – alla coda del PD. Il movimento delle Sardine nasce a tavolino per volere del PD? Anche se così fosse il PD non è in grado da solo di mobilitare decine e decine di migliaia di persone.

Molte di queste sono scese in piazza pensando che l’avanzata della destra sia un problema, ma non per questo automaticamente sono iscritti del PD. Siamo sicuri che non ci siano giovani, precari, pensionati che si sono mobilitati vedendo in questo movimento l’unica possibilità di far sentire la propria voce in assenza di soggetti in grado di incanalarne nella giusta direzione la protesta? Non stupisce nemmeno che nel contesto di egemonia capitalistica in cui lo scontro politico viene presentato tra sovranisti e europeisti, chi scende in piazza veda nell’Unione Europea la soluzione all’avanzata della destra. D’altronde secondo quale logica dovremmo conquistare l’operaio che vota Lega e non anche il precario che vota PD o Sinistra Italiana? Per quale ragione dovremmo rinunciare a spiegare le nostre ragioni contro l’Unione Europea in contesti che nutrono ancora illusioni sulla natura e la funzione della UE?

Discorso simile può farsi per Fridays for Future. Affermare una verità intangibile, ossia che settori del capitale intendono utilizzare strumentalmente quelle proteste per i propri interessi, significa automaticamente decidere di lasciare alla loro influenza migliaia e migliaia di giovani, oppure richiede un intervento forte e organizzato dei comunisti che sappia incanalare le energie migliori e più genuine presenti, rivendicando come necessaria per la salvaguardia ambientale la lotta contro il sistema capitalistico?

Essere coerenti con la propria linea e portarla a chi ha altre convinzioni, non è una contraddizione, ma l’unico modo con il quale si può far avanzare quella linea. Peccando di meccanicismo, e non comprendendo il ragionamento dialettico quei compagni che finiscono per confondere con “andare con il PD” e “fare il gioco di settori capitalisti” il lavoro di chi invece vuole operare attivamente proprio per strappare giovani e lavoratori dalle braccia del PD e di quei settori!

Altra domanda che si sente spesso dire è perché dovremmo intervenire se il movimento non è composto da operai, ma ha anche al suo interno studenti, pensionati, negozianti, professionisti?

«Noi – sosteneva Lenin –  dobbiamo assumerci il compito di organizzare una lotta politica che tocchi tutti i lati della società e sia diretta dal nostro partito, affinché tutti gli strati dell’opposizione possano dare e diano a tale lotta, e in pari tempo al nostro partito, tutto l’aiuto che possono» E ancora «Per portare agli operai coscienza politica, i comunisti devono andare tra tutte le classi della popolazione, devono inviare in tutte le direzioni i drappelli del loro esercito».

A differenza di alcune schematizzazioni scolastiche che si leggono sui social, Lenin non ha mai ritenuto che qualsiasi questione esulasse dal conflitto capitale-lavoro fosse automaticamente estranea agli interessi della classe operaia. Anzi, correttamente i bolscevichi seppero concepire una lotta politica in tutti i settori della società parlando a larghissimi strati delle classi popolari legando ogni questione alla necessità della presa politica del potere da parte del proletariato. In questo senso la lotta contro lo zarismo, l’opposizione alla guerra e la denuncia del suo carattere imperialista, l’appoggio delle rivendicazioni contadine, il sostegno alla questione nazionale dei popoli oppressi dall’impero divennero tutti elementi della strategia multiforme dei comunisti da convogliare nell’incendio generale della rivoluzione.

Per Lenin non è neppure concepibile alcuna contraddizione tra il lavoro tra gli operai e il lavoro nei movimenti di lotta politica, questione che tutt’al più interroga la capacità dei comunisti di organizzare nel modo giusto i propri iscritti «Abbiamo noi forze sufficienti per svolgere la nostra propaganda e la nostra agitazione fra tutte le classi della popolazione? Certamente. […] Uno dei nostri difetti politici e organizzativi fondamentali è che non sappiamo utilizzare tutte queste forze, non sappiamo assegnare a ciascuno il lavoro che gli è adatto. La stragrande maggioranza di queste forze non ha alcuna possibilità di “andare tra gli operai”, e non vi è dunque neppure da temere che vengano sottratte al nostro compito essenziale. Ma per poter dare agli operai cognizioni politiche vere, complete, vive, è necessario avere dappertutto i “nostri uomini”» Quando si afferma dunque che ci sarebbe contraddizione tra il compito principale dei comunisti – portare coscienza e organizzazione nella classe operaia – e portare le nostre posizioni in ogni contesto di mobilitazione, agitazione e lotta, si compie un grave errore strategico, rischiando di ricadere in una visione economicistica e non politica della lotta rivoluzionaria.

Passando all’Italia, nei Quaderni dal Carcere Gramsci analizza la questione del rapporto tra spontaneità e direzione giungendo alla conclusione che «trascurare e peggio disprezzare i movimenti così detti «spontanei», cioè rinunziare a dar loro una direzione consapevole ed elevarli ad un piano superiore inserendoli nella politica può avere spesso conseguenze molto serie e gravi» ritenendo che la rinuncia a dare una direzione politica di questi movimenti potesse lasciarli nelle mani dei settori reazionari. Gramsci infine condannava «la concezione storico-politica scolastica e accademica per cui è reale e degno solo quel moto che è consapevole al cento per cento e che anzi è determinato da un piano minutamente tracciato in antecedenza o che corrisponde (ciò che è lo stesso) alla teoria astratta […] Questo non avverrà mai e quindi questa concezione non è che una espressione di passività»[3]

D’altronde la politica rifugge il vuoto come la natura. Lo sviluppo di movimenti che coinvolgono settori di massa non è altro che il modo in cui più o meno spontaneamente – anche attraverso la parziale etero-direzione ed egemonia di settori politici borghesi – le masse popolari trovano uno sfogo immediato per mobilitarsi su questioni contingenti, rispondendo a un’esigenza presente in strati della società. Un elemento inevitabile in un contesto di saldezza dell’egemonia capitalistica, in cui la funzione dei comunisti non può che essere una paziente opera di disvelamento, puntando a convincere i settori più avanzati, portandoli sulle nostre posizioni parole d’ordine e non certo schernendoli, finendo per gettarli tutti nelle braccia delle forze borghesi.

Un lavoro che la gioventù comunista ha sempre fatto, in ogni settore: dai movimenti studenteschi a quelli politici (Onda, Popolo Viola, No Tav…) intercettando quella parte della gioventù che spontaneamente si era attivata in quei contesti, e portandola su posizioni marxiste-leniniste. Conquistare una posizione di «avanguardia» significa rafforzare il lavoro quotidiano, attraverso la presenza nelle scuole, nei posti di lavoro, un avanzamento di coscienza di classe presupposto imprescindibile per poter pensare di non lasciare l’egemonia della lotta politica ai settori della democrazia borghese. Ma significa anche non ignorare quelle forze genuine e attive della gioventù che in assenza di altro oggi finiscono per essere lasciate sole alla narrazione delle forze borghesi, alla coda degli interessi più o meno nascosti delle forze politiche borghesi e di settori del capitale. Non esiste contraddizione tra questi due fronti di lotta.

Per essere realmente un’avanguardia non bastano autodichiarazioni autoincensanti, ma serve conquistare sul campo quel ruolo che compete ai comunisti. Ammoniva Lenin «Non basta dirsi «avanguardia», drappello avanzato: bisogna anche agire in modo che tutti gli altri drappelli vedano e siano costretti a riconoscere che noi siamo alla testa. E noi domandiamo al lettore: i rappresentanti degli altri «drappelli» sono così stupidi da crederci sulla parola quando ci definiamo «avanguardia»? […] Un drappello «d’avanguardia» che ha paura che la coscienza sorpassi la spontaneità, che ha paura di presentare un «piano» audace che strappi il riconoscimento generale anche a coloro che la pensano diversamente! Non confondiamo per caso la parola avanguardia con la parola retroguardia?»[4]

La risposta può essere data solo con il nostro lavoro.

[1] K. Marx (L’Ideologia Tedesca)

[2] V. Lenin (L’agitazione politica e il punto di vista di classe)

[3] A. Gramsci (Quaderni dal carcere)

[4] V. Lenin (Che Fare?)

La Voce 61 (ritorna all’indice) del (nuovo)Partito comunista italiano

anno XXI – marzo 2019

Sulla resistenza spontanea delle masse popolari

Presentazione di un articolo di Rapporti Sociali 12/13

La rivoluzione in Europa non può essere altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale. L’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!) e attuare altre misure dittatoriali che condurranno, in fin dei conti, all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si epurerà dalle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo”.

(V.I. Lenin, Risultato della discussione sull’autodecisione (1916), in Opere complete vol. 22).

  1. Premessa

L’articolo Il movimento di resistenza delle masse popolari al procedere della crisi della società borghese e i compiti delle forze soggettive della rivoluzione socialista (FSRS) è stato pubblicato su Rapporti Sociali n. 12/13 (novembre 1992). Esso raccoglie e sviluppa la relazione introduttiva, tenuta dal compagno Giuseppe Maj, del Convegno di Viareggio (21-22 novembre 1992) organizzato dai Centri di documentazione Filorosso di Milano e di Viareggio, a seguito del quale vennero creati i Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (CARC).

A distanza di quasi 27 anni dalla pubblicazione, lo riproponiamo come materiale di studio per la formazione dei quadri della Carovana del (n)PCI e per tutti coloro che vogliono comprendere il corso delle cose e come avanzare nella lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista.

In primo luogo, studiare l’articolo a distanza di 27 anni permette di verificare, alla luce di quanto accaduto in questo lasso di tempo, l’analisi della situazione in esso illustrata. Il lettore constaterà che l’analisi fatta è stata completamente confermata dal corso che le cose hanno avuto in questi trent’anni. È una dimostrazione concreta, “tangibile” per così dire, di cosa significa avere un’analisi materialista dialettica, scientifica e organica della realtà, nel caso specifico della natura della crisi e dei suoi effetti.

A fronte della sinistra borghese che alimenta il “pensiero debole”, l’opinionismo, “l’impossibilità di comprendere la realtà perché il mondo è complesso”, l’incertezza sul futuro e sulla strada da percorrere, l’eclettismo che apre le porte allo scetticismo e al baratro del nichilismo, questo articolo mostra che invece il mondo può essere compreso e che esso si trasforma secondo leggi sue proprie delle quali noi possiamo e dobbiamo servirci.

Il secondo motivo per cui lo riproponiamo è che l’articolo mostra che la resistenza spontanea delle masse popolari è il principale fattore della trasformazione della nostra società su cui il Partito deve innestarsi per promuovere la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata. Da qui la linea generale del (n)PCI indicata nel Manifesto Programma (Capitolo I, pag. 105): “unirsi strettamente e senza riserve alla resistenza che le masse popolari oppongono e opporranno al procedere della crisi generale del capitalismo, comprendere e applicare le leggi secondo cui questa resistenza si sviluppa, appoggiarla, promuoverla, organizzarla e far prevalere in essa la direzione della classe operaia fino a trasformarla in lotta per il socialismo, adottando come metodo principale di lavoro e di direzione la linea di massa”.

L’articolo tratta dell’origine di questa resistenza spontanea, delle sue caratteristiche fondamentali, del suo effetto in particolare nei paesi imperialisti, della lotta tra borghesia imperialista e movimento comunista per la direzione di questa resistenza spontanea, dei compiti che essa pone ai comunisti.

Studiarlo, o ristudiarlo alla luce della fase e dei compiti, è molto utile per comprendere in modo più approfondito il contesto in cui si inquadra la nostra opera e le potenzialità che ci sono per il suo sviluppo.

Riportiamo alcuni estratti dell’articolo (con l’avvertenza che i numeri di pagina indicati si riferiscono alla versione dell’articolo reperibile sul sito www.nuovopci.it, sezione dedicata alla rivista Rapporti Sociali) e mettiamo in luce i punti più utili per la nostra azione di oggi.

Una spiegazione necessaria. Nell’articolo spesso si parla di “forze soggettive della rivoluzione socialista (FSRS)” e di “forze soggettive della reazione”.

Con FSRS indichiamo “compagni e organismi che nella loro attività si pongono l’obiettivo delle rivoluzione socialista. Quando (invece, ndr) parliamo di comunisti, intendiamo compagni che assumono come propri la concezione materialista dialettica del mondo e della società e il patrimonio di esperienze del movimento comunista, un movimento internazionale che dura da 150 anni. Non tutti i compagni che oggi nel nostro paese si pongono l’obiettivo della rivoluzione socialista, accettano la concezione materialista dialettica del mondo e della società né si riferiscono ai 150 anni di movimento comunista come elemento di verifica della loro attività. Riteniamo utile distinguere quindi le FSRS e i comunisti” (da Atti del Convegno “La resistenza delle masse popolari al procedere della crisi del sistema capitalista e l’azione delle forze soggettive della rivoluzione socialista”, Edizioni Rapporti Sociali, febbraio 1993). Anche la Carovana del (n)PCI era una delle FSRS, negli anni ’90. Molte delle concezioni e delle linee delle FSRS criticate nell’articolo sono tuttora campo di lotta ideologica nel movimento comunista del nostro paese.

Con “forze soggettive della reazione” l’autore intende invece i promotori della mobilitazione reazionaria delle masse popolari. Nell’articolo (pagg. 23-33) viene fatta una dettagliata analisi di esse, tra le più dettagliate e approfondite tra quelle fatte nella letteratura della Carovana del (n)PCI, che consigliamo vivamente di studiare. Tanto più ora che la sinistra borghese, per attaccare il governo M5S-Lega (suo concorrente elettorale), grida al “moderno fascismo” e al “governo più a destra della storia repubblicana” confondendo le acque e le idee su cosa è sul serio la mobilitazione reazionaria delle masse popolari e anche su quali sono le difficoltà che la borghesia imperialista incontra nel promuoverla su ampia scala.

  1. L’origine della resistenza spontanea

“La crisi economica [la seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale, ndr] e le conseguenti crisi politiche obbligheranno irresistibilmente tutte le classi a uscire dal corso abituale in cui per alcuni decenni si è svolta la loro attività, ad abbandonare abitudini, modi d’essere, culture, aggregazioni, relazioni e istituzioni consolidate da alcuni decenni, a cambiare idee, a cercare nuove aggregazioni e nuove soluzioni ai problemi della loro esistenza. Esse sconvolgeranno, in particolare, via via più profondamente e più diffusamente il processo di produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell’esistenza delle masse popolari; sconvolgeranno via via più profondamente e più diffusamente anche le condizioni spirituali della loro esistenza; precipiteranno le masse popolari in una situazione materiale e spirituale tragica.

Nei prossimi anni il bisogno di far fronte al procedere della crisi della società borghese determinerà, come comune sorgente e forza motrice, il sorgere, il moltiplicarsi, il diffondersi e l’approfondirsi di nuove attività pratiche e spirituali delle masse popolari. Già oggi la resistenza al procedere della crisi della società borghese proietta la sua luce sulle vecchie iniziative e attività pratiche e spirituali delle masse popolari: riempie alcune di un contenuto nuovo rispondente alla nuova situazione, svuota altre del loro contenuto condannandole al deperimento e alla morte. La resistenza al procedere della crisi della società borghese imprimerà il suo segno caratterizzante sulle più svariate e contraddittorie forme di attività, di mobilitazione e di organizzazione delle masse popolari. Essa spingerà le masse popolari a mobilitarsi ed esse diventeranno una forza irresistibile che travolgerà le attuali formazioni economico-sociali” (pag. 4).

“La crisi della società borghese sconvolgerà a tal punto il processo produttivo che le masse popolari per sopravvivere dovranno muoversi direttamente alla ricerca di soluzioni. Questo è il tratto principale tra quelli che distinguono il movimento politico della nostra società del periodo che ci sta davanti da quello che ci sta alle spalle” (pag. 5).

“La resistenza delle masse popolari al procedere della crisi della società borghese, la mobilitazione diretta delle masse popolari è come un fiume in piena (…). Gli iniziatori della mobilitazione delle masse non sono né i rivoluzionari né i demagoghi reazionari: è l’esperienza diretta, capillarmente diffusa, onnipresente e multiforme della crisi delle attuali formazioni economico-sociali capitaliste che muove e sempre più muoverà all’azione le masse popolari” (pag. 13).

  1. Le caratteristiche della resistenza spontanea

Quanto al carattere della mobilitazione delle masse popolari, la resistenza delle masse popolari al procedere della crisi della società borghese già ora combina e inevitabilmente combinerà, in proporzioni diverse da caso a caso e di tappa in tappa, vari aspetti.

Un aspetto difensivo e un aspetto offensivo.

L’aspetto difensivo della resistenza consiste nell’opporsi all’eliminazione di quello che le masse popolari hanno conquistato nel passato e che, pezzo dopo pezzo, ora la borghesia imperialista toglie ad esse. È, generalmente, l’aspetto iniziale, più elementare e diffuso.

L’aspetto offensivo della resistenza consiste nell’attaccare il regime esistente che elimina, pezzo dopo pezzo, quello che le masse popolari hanno conquistato ed è incapace di porre rimedio alle sofferenze che la crisi della società borghese genera e genererà tra le masse popolari: questo aspetto è anch’esso una componente ineliminabile, fin dall’inizio, della resistenza delle masse popolari, ma crescerà d’importanza man mano che le masse popolari impareranno, per propria diretta esperienza, che la difesa, nel migliore dei casi, rallenta ma in nessun caso arresta il procedere della crisi della società borghese.

Un aspetto individuale e un aspetto collettivo.

C’è un aspetto individuale per cui milioni di individui si muoveranno, ognuno per trovare una soluzione alle sue personali ristrettezze economiche, al proprio disagio materiale e morale (psicologico, spirituale) e in questa ricerca romperà i vecchi legami e le vecchie frequentazioni. Di fronte allo sconvolgimento delle condizioni materiali e spirituali della loro esistenza, alcuni individui saranno avviliti, demoralizzati, inebetiti, abbruttiti, ridotti a livelli di servilismo e di soggezione oggi impensabili; altri tenderanno, affineranno, rafforzeranno al massimo grado le loro energie e capacità e compiranno imprese che non avrebbero altrimenti compiuto: quanti eroi sono sorti durante la Resistenza che senza la Resistenza non sarebbero mai esistiti?

C’è un aspetto collettivo per cui gli individui si uniranno a gruppi, a corporazioni, a classi, a fronte unito di classi per la difesa e per l’attacco; in questo impareranno a creare e a gestire una prassi collettiva, a concepire la propria esistenza come parte e come contributo alla vita di un collettivo e a esplicare la propria iniziativa come mobilitazione (opera di convincimento e di educazione), organizzazione e direzione di un collettivo.

Un aspetto distruttivo e un aspetto costruttivo.

Un aspetto pratico e un aspetto culturale.

Ad ogni fase della resistenza corrisponderà una lotta particolare tra queste quattro coppie di opposti: lo scontro tra questi opposti sarà onnipresente e assumerà connotati precisi e particolari in ogni iniziativa, in ogni gruppo, in ogni momento.

Sullo sviluppo di queste contraddizioni agiranno sia le forze soggettive della rivoluzione socialista sia le forze soggettive della reazione” (pagg. 9-10).

  1. La resistenza spontanea non diventa offensiva solo grazie all’azione dei comunisti

Tra queste quattro coppie di opposti della resistenza spontanea, ci soffermiamo sull’“aspetto difensivo e offensivo” e in particolare sull’aspetto offensivo, date le sue implicazioni con la linea “rafforzare e moltiplicare le organizzazioni operaie e popolari e portarle ad agire da nuove autorità pubbliche”.

“Prendiamo ad esempio la coppia difensivo-offensivo.

Ambedue gli aspetti sono presenti, quindi ambedue vanno elaborati. Qual è il rapporto tra i due? Che tutti e due ci sono e vanno bene? Questo è eclettismo. In realtà il primo è la base, il più elementare, istintivo e diffuso, è quello che se resta predominante porta alla sconfitta. Il secondo è quello che si sviluppa più lentamente, più complesso, è quello che diventando dirigente può condurre alla vittoria.

Quindi le forze soggettive della rivoluzione socialista devono raccogliere e valorizzare il primo per rendere dirigente il secondo. Esse devono combattere le azioni tese a limitare il movimento delle masse al primo aspetto. Tipici promotori di azioni di questo genere sono Rifondazione comunista e in generale i gruppi opportunisti (dogmatici o economicisti). Queste azioni alimentano tra le masse popolari iniziative condannate in partenza alla sconfitta, concentrano le loro energie, i loro sentimenti e le loro aspirazioni su obiettivi perdenti. Quindi generano tra le masse dispersione delle forze, disgregazione, diversione, demoralizzazione, sfiducia. Tutte cose che favoriscono l’affermazione della direzione dei gruppi reazionari (mobilitazione reazionaria delle masse). La difesa delle condizioni esistenti può e deve trasformarsi in lotta contro il corso della crisi, contro il regime in crisi, contro il regime che non sa e non può porre fine alla crisi. Così come l’azione individuale può trasformarsi in azione collettiva, l’azione distruttiva in azione costruttiva e l’attività pratica può acquisire un livello maggiore di coscienza e un orizzonte più ampio. Le forze soggettive della rivoluzione socialista non devono mai disprezzare, svilire il primo aspetto, dire che è inutile! La difesa non può risolvere il problema. La difesa non basta e per questo bisogna lottare contro chi vuole limitare le masse popolari alla difesa. Ma la difesa non è inutile, anzi è necessaria. Bisogna lottare anche contro chi, siccome “la difesa non basta”, scoraggia la difesa, di fronte a ogni lotta rivendicativa si ritira dichiarando che non approderà a nulla, di fronte a ogni lotta difensiva dice che tanto prima o poi la borghesia imperialista l’avrà vinta (“prima o poi saremo tutti morti”: e allora è forse questo un buon motivo per lasciarci uccidere oggi?) e svilisce i risultati ottenuti. Contenere, limitare, ritardare l’eliminazione delle loro conquiste e dei loro diritti è utile alle masse popolari. Difendendosi si impara a combattere, a conoscere le proprie forze, a raccoglierle, a mobilitarle e a organizzarle; difendendosi si possono costruire le condizioni (ideologiche, politiche, organizzative e tecniche) necessarie per l’attacco.

Le forze soggettive della rivoluzione socialista devono sostenere, promuovere, organizzare e dirigere le lotte difensive, facendo tutto il possibile perché ognuna di esse sia vittoriosa e nello stesso tempo sviluppare, all’interno di ognuna di esse, le condizioni per l’attacco. Senza difesa non c’è attacco! Questo è il lato positivo della difesa. La difesa ha tuttavia anche un lato negativo: ogni gruppo difende i suoi particolari interessi e questo offre alla borghesia imperialista l’appiglio per cercare di mettere in primo piano le contraddizioni tra classi e strati che compongono le masse popolari (…), contraddizioni che solo nell’attacco, nell’offensiva contro la borghesia imperialista tornano a occupare il posto di secondo piano che oggettivamente loro compete.

Tuttavia chi non combatte per difendere quello che ha, tanto meno combatte per conquistare di più! Non si tratta di negare la difesa, ma di renderla funzionale all’attacco fino a trasformarla in attacco. Nella lotta di difesa le forze soggettive della rivoluzione socialista devono continuamente far emergere gli elementi di attacco fino a renderli dirigenti, in modo che la perdita del poco che avevamo si traduca nella conseguente determinazione che la strada giusta è prendersi tutto: “abbiamo perso il poco proprio perché era poco”.

L’aspetto offensivo è l’anima viva, vincente della mobilitazione delle masse, l’aspetto che esiste già anch’esso nella resistenza delle masse, che l’azione delle forze soggettive della rivoluzione deve far emergere e fare diventare dominante, dirigente. A favore di questo aspetto vi è l’antagonismo oggettivo tra gli interessi delle masse e quelli della borghesia imperialista. È l’aspetto che sviluppandosi trasformerà la resistenza in lotta per il socialismo” (pagg. 10-11).

L’articolo spiega che l’aspetto offensivo è presente già nella resistenza spontanea e che i comunisti devono vederlo e rafforzarlo. Non sono loro a crearlo. “Non è vero che sono le forze soggettive che introducono l’aspetto offensivo nel movimento delle masse popolari. Esso vi esiste, ovviamente al modo in cui le cose esistono tra le masse popolari, già prima che vi si sviluppi l’azione cosciente e mirata delle forze soggettive della rivoluzione socialista (e quella delle forze soggettive della reazione). I fatti che testimoniano questo sono vari:

– la “disaffezione” crescente delle masse popolari dalla “politica”, ossia dalle attività in cui i partiti e le altre associazioni del regime vogliono coinvolgerle;

– il fatto che anche i promotori della direzione della borghesia nel movimento delle masse popolari (mobilitazione reazionaria) devono scagliarsi contro l’attuale regime attaccando le forme “particolari” che ha assunto la dominazione della borghesia imperialista (la partitocrazia, la corruzione, il centralismo, (la casta, ndr), ecc.), visto che per la loro natura di classe non possono scagliarsi contro la dominazione della borghesia imperialista, come invece fanno le forze soggettive della rivoluzione socialista;

– il relativo successo che hanno, per un certo tempo, i mestatori e i “salvatori della patria (alla Cossiga, alla Bossi, alla Segni, ecc.) che si propongono come antagonisti dell’attuale regime” (pag. 9, nota 18).

A questo proposito anche nelle nostre file oggi c’è confusione: è diffusa l’idea che la resistenza delle masse assume un carattere offensivo solo dove c’è l’intervento dei comunisti e questo ha una serie di ricadute sulla nostra azione. Le principali sono le seguenti.

  1. Non vedere nel movimento delle masse l’aspetto offensivo che già esiste e che va sviluppato. Questo depotenzia la nostra azione per moltiplicare e rafforzare le OO e OP e favorisce la tendenza a sostituirsi ai lavoratori in lotta: porta ad agire da avanguardie di lotta anziché da comunisti. Vedere l’aspetto offensivo che esiste indipendentemente da noi, invece, ci spinge a concentrarci sulle tendenze positive della resistenza spontanea e su come estenderle, rafforzarle e svilupparle.
  2. Ritenere che l’aspetto offensivo esiste solo grazie all’azione dei comunisti porta anche a pensare che le OO e OP possono agire da nuove autorità pubbliche (NAP) solo se ci sono i comunisti (“non possono esserci NAP senza l’azione dei comunisti”). Questo contrasta, ad esempio, con quanto avviene, in grande, in Val Susa con il movimento NO TAV. Inoltre, cosa più importante, non ci fa vedere tutte le possibilità che ci sono per moltiplicare e rafforzare le OO e OP e per portarle ad agire da NAP. Dobbiamo partire dal fatto che agire da NAP è una tendenza in una certa misura spontanea, manifestazione del carattere offensivo della resistenza delle masse. Il compito di noi comunisti è vederla, sostenerla, alimentarla, rafforzarla, estenderla.
  3. Limita la comprensione dei processi in atto e delle possibilità che aprono alla costruzione del nuovo potere. La breccia aperta dalle masse popolari nel sistema delle Larghe Intese che per quarant’anni ha governato il nostro paese, ad esempio, è una manifestazione del carattere offensivo della resistenza spontanea: le masse popolari di fatto hanno attaccato il regime esistente.

  1. Sulla mobilitazione reazionaria

Nell’articolo (pagg. 23-33) viene fatta un’analisi sulla mobilitazione reazionaria e sull’azione svolta dalla borghesia imperialista per promuoverla.

Vengono indicati i punti deboli e i punti forti delle forze della mobilitazione reazionaria e i tre aspetti su cui “devono e dovranno far leva le forze soggettive della reazione per imporre la direzione della borghesia imperialista nel movimento di resistenza”, ossia:

– la lotta contro le forme specifiche che la dominazione della borghesia imperialista ha assunto nella concreta formazione economico-sociale (il tipo di regime),

– le contraddizioni tra classi e strati delle masse popolari,

– gli strumenti di potere che i nuovi gruppi reazionari “ereditano” dall’esistente regime.

Dei tre aspetti appena indicati, l’autore dell’articolo fa un’analisi di dettaglio.

Ci soffermiamo sul primo di essi (“la lotta contro le forme specifiche che la dominazione della borghesia imperialista ha assunto nella concreta formazione economico-sociale”), data la sua importanza. Innanzitutto l’articolo spiega che 1. il sistema capitalista e 2. le forme specifiche della dominazione della borghesia (il tipo di regime di cui si dota) non sono la stessa cosa e che i promotori della mobilitazione reazionaria “attaccano” le forme specifiche della dominazione (il tipo di regime), salvaguardando però il sistema capitalista: la confusione che essi generano tra le masse popolari (l’idea che possano cambiare o che stiano cambiando le cose) poggia su questo aspetto.

Allo stesso tempo l’articolo indica i punti deboli di questa linea:

– “le forze soggettive della reazione non possono che usare le forme specifiche della dominazione della borghesia imperialista (del regime, ndr) per nascondere la dominazione della borghesia imperialista in generale, additare le prime come bersaglio della mobilitazione delle masse popolari per evitare che essa si diriga contro la seconda” (pag. 27). In sintesi: il punto debole delle forze soggettive della reazione è che pur attaccando la forma di regime della borghesia imperialista, i rapporti di produzione restano gli stessi e quindi il contrasto di classe (tra classe operaia e borghesia imperialista) non può essere “risolto”, “superato” e continuerà a ripresentarsi;

– la resistenza accanita degli interessi costituiti legati alla specifica formazione economico-sociale (interessi che devono essere “sacrificati”),

– la difficoltà di separare interessi legati alla particolare formazione economico-sociale (al regime, ndr) dagli interessi della borghesia imperialista in generale, la forma storicamente determinata degli interessi di classe dagli interessi di classe in generale, il particolare dal generale,

– la difficoltà che le forze soggettive della reazione incontrano a fermare la lotta delle masse popolari “al punto giusto”,

– la difficoltà di “elaborare” una nuova formazione economico-sociale che al posto dell’attuale incarni in forme diverse la dominazione della borghesia imperialista” (pagg. 28-29).

A quanto detto nell’articolo occorre aggiungere che:

– la borghesia imperialista ricorre alla mobilitazione reazionaria delle masse popolari solo se il movimento comunista è forte e minaccia concretamente il suo dominio (questo aspetto non è messo adeguatamente in risalto nell’articolo),

– oggi i promotori della mobilitazione reazionaria non sono gli scimmiottatori del fascismo del XX secolo (CasaPound, Forza Nuova, Fratelli d’Italia, ecc.) ma le Larghe Intese tra PD e Partito di Berlusconi.

Oggi Matteo Salvini punta ad accreditarsi presso la borghesia imperialista come esponente di primo piano per la promozione della mobilitazione reazionaria. Lui e tutti gli altri promotori della mobilitazione reazionaria incontrano però un grande ostacolo: stante le condizioni in cui versa il capitalismo e il corso delle cose prodotto dalla borghesia stessa a seguito dell’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria, oggi è impossibile per i promotori della mobilitazione reazionaria una “rivoluzione passiva” come quella fatta dal fascismo in Italia e dal nazismo in Germania (industria di Stato, infrastrutture, bonifiche, abbattimento della disoccupazione, sistema pensionistico, colonie per bambini, miglioramenti delle condizioni di vita delle masse popolari schiacciando le masse popolari di altri paesi, ecc.).

La “rivoluzione passiva” è una componente fondamentale della mobilitazione reazionaria, per conquistare il consenso e il sostegno di una parte delle masse popolari. Questo è il grande “tallone d’Achille” degli odierni promotori della mobilitazione reazionaria.

Riprendendo le parole dell’articolo, questo rende ancora più difficile alle forze soggettive della reazione “attaccare le forme specifiche della dominazione della borghesia imperialista (del regime, ndr) per nascondere la dominazione della borghesia imperialista in generale, additare le prime come bersaglio della mobilitazione delle masse popolari per evitare che essa si diriga contro la seconda”.

Senza “rivoluzione passiva” è ancora più difficile nascondere, momentaneamente, il contrasto tra classe operaia e borghesia imperialista!

Buono studio!

Conoscere il mondo per trasformarlo!

Franco S.

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