16 novembre 2019

Cari compagni,

ringrazio il compagno Luigi D’Orsi che a nome della sezione “Lidia Lanzi” del P.CARC ha invitato noi del (nuovo)Partito comunista italiano a prendere la parola a questo dibattito sugli insegnamenti del Biennio Rosso e dell’Autunno Caldo. Il compagno giustamente ci ha scritto che l’obiettivo del dibattito non è solo far conoscere questi periodi gloriosi della nostra storia, ma soprattutto trarre da essi le lezioni utili a far avanzare la rivoluzione socialista in corso nel nostro paese. Quindi mi concentro su una di queste lezioni, la principale per noi comunisti oggi.

Il Biennio Rosso figura ripetutamente nel Manifesto Programma del nostro partito, né poteva essere diversamente. Lo studio degli eventi degli anni 1919-1920 ha molto contribuito a far comprendere ai fondatori del (nuovo)PCI la forma che i comunisti devono dare alla rivoluzione socialista per portarla alla vittoria, all’instaurazione del socialismo. Oggi in Italia la questione della forma che bisogna dare alla rivoluzione socialista nei paesi imperialisti in generale e in Italia in particolare perché porti all’instaurazione del socialismo, è ancora una questione senza risposta per molti compagni che pure sinceramente aspirano al comunismo. Chi dei comunisti che operano nel nostro paese ha dato e dà una risposta chiara e netta alla domanda di perché il vecchio PCI, che lottando eroicamente contro il fascismo sotto la direzione dell’Internazionale Comunista di Lenin e di Stalin era diventato grande e forte, non ha instaurato il socialismo in Italia, ma ha invece mostrato di essere impotente come nel Biennio Rosso lo era stato il vecchio PSI? Come contano di arrivare a instaurare il socialismo?

Il Biennio Rosso, la Resistenza e poi l’Autunno Caldo con i Consigli di Fabbrica e le Brigate Rosse negli anni ‘70 mostrano chiaramente a chi ne studia l’esperienza positiva e il fallimento, come ce lo mostra anche l’esperienza dei partiti comunisti che hanno cercato di fare la rivoluzione socialista negli altri paesi imperialisti, che è sbagliato

1. sia concepire la rivoluzione socialista come un evento che scoppia, come una rivolta generale di masse mobilitate dall’opera di vari organismi politici tra cui il partito comunista, sindacali e d’altro genere, un evento di cui il partito comunista, l’organismo dotato di una comprensione più avanzata delle condizioni, forme e risultati della lotta di classe, approfitta per prendere il potere, instaurare il proprio governo e la connessa pubblica amministrazione che soppiantano quelli borghesi,

2. sia concepire la rivoluzione socialista come un’insurrezione decisa dal partito comunista che dispone di forze rivoluzionarie, militari e affini, operanti ai suoi ordini e che conta di trascinare grazie all’azione di esse le masse e di instaurare un suo governo e la connessa amministrazione pubblica che rimpiazzano quelli borghesi.

Alla rivoluzione socialista, per portarla alla vittoria, i comunisti devono dare la forma conforme alla sua natura, la forma di una guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata promossa dal partito comunista, non importa quanto grande esso è all’inizio della sua opera. L’importante è che esso si basi sulla scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la storia, la concezione comunista del mondo che oggi è il marxismo-leninismo-maoismo e che aggreghi attorno a sé le forze rivoluzionarie che via via forma tra le masse popolari rafforzando la resistenza che esse spontaneamente oppongono al corso delle cose. Il partito deve formare a diventare dirigenti e promotori della rivoluzione tutti quelli che via via diventano disposti ad impararlo. Deve impegnare tutte le forze di cui via via dispone per rafforzare la resistenza che le masse popolari oppongono alla borghesia, a partire dai proletari avanzati aggregati nelle aziende capitaliste e pubbliche: deve spingerli a organizzarsi per difendere il loro posto di lavoro e i loro diritti prevenendo l’iniziativa del padrone, a estendere l’influenza dei loro organismi sul resto delle masse popolari fuori dalle aziende, a coordinarsi con gli organismi che in altre aziende e località svolgono la stessa funzione, ad assumere il ruolo di nuove autorità pubbliche che dirigono la resistenza delle masse popolari non ancora organizzate e contendono il terreno alle autorità borghesi e ai capitalisti e contemporaneamente infiltrano e indeboliscono il sistema politico borghese fino a diventare abbastanza forti da costituire il governo del paese e creare una propria pubblica amministrazione.

Questa è a grandi linee la forma che dobbiamo dare alla rivoluzione socialista perché arrivi a instaurare il socialismo. Quelli che si accontentano di diventare grandi e forti organizzando lotte rivendicative e proteste e partecipando alle procedure e istituzioni della democrazia borghese, in attesa che la rivoluzione scoppi, sono impotenti a instaurare il socialismo anche quando per un concorso di circostanze la ribellione delle masse popolari si estende su larga scala. Questo ci mostrano il Biennio Rosso e l’Autunno Caldo con i Consigli di Fabbrica e la Lotta Armata degli anni ’70, come anche la Resistenza. Dalla concezione della rivoluzione socialista come guerra popolare deriva che i comunisti devono avere e attuare un piano di avvicinamento all’instaurazione del socialismo

– che parte dalla situazione attuale (di organizzazione e coscienza delle masse popolari, di rapporto di forze tra di esse e la borghesia imperialista, di livello raggiunto dalla rinascita del movimento comunista) e indica la successione di passi per creare un nuovo sistema di potere che crescendo scalza quello della borghesia,

– che orienta verso un obiettivo di potere, di governo, gli organismi che la resistenza delle masse popolari alla borghesia e l’intervento dei comunisti fanno sorgere nelle aziende capitaliste e pubbliche.

La linea della moltiplicazione e del rafforzamento delle organizzazioni operaie e popolari, del loro coordinamento fino a costituire il Governo di Blocco Popolare, linea che il Partito dei CARC condivide con il (n)PCI, risponde appunto a queste due finalità. Anche questo è frutto della lezione del Biennio Rosso, della Resistenza e dell’Autunno Caldo: neanche nel momento della loro massima forza il PCI indirizzò i Consigli di Fabbrica a prendere il potere (il massimo a cui arrivò fu di promettere per bocca di Berlinguer, a Torino nel 1980, “se voi occuperete Mirafiori, il PCI vi sosterrà”), come alla fine della seconda Guerra Mondiale non aveva guidato a prendere il potere i Comitati di Liberazione Nazionale, come il PSI non aveva saputo approfittare del Biennio Rosso (1919-1920).

E questo è il compito di noi comunisti.

In questo spirito auguro pieno successo al dibattito!

Avanti compagni! Possiamo vincere! Vinceremo!

Compagno Ulisse, segretario generale del Comitato Centrale del (n)PCI

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