L’articolo de IlManifesto che riportiamo in appendice fa emergere le varie posizioni che, di fronte alla batosta elettorale delle elezioni in Umbria per il M5S, sono espresse dalla dirigenza del movimento.

Il dibattito che si sta alimentando sulle testate giornalistiche nazionali e negli ambienti del teatrino della politica borghese si divide in due filoni principali:

  • chi afferma che serve il cambio di struttura, o ne fa una questione di alleanze o meno con altri partiti e liste elettorali per recuperare il consenso;
  • chi afferma che è una questione di singoli, di dirigenti, di facce vecchie e nuove.

Nulla di più diversivo rispetto alla realtà dei fatti.

Il M5S è nato dall’indignazione popolare nei confronti del sistema politico delle Larghe Intese, ha raccolto una parte di quei voti dispersi dall’astensionismo e degli elettori riluttanti dei partiti come il PD e affini e i partiti di Berlusconi, ossia quei partiti che sono stati i principali esecutori delle misure lacrime e sangue promosse dalla Comunità Internazionale, dagli affaristi e dagli speculatori. Mettendo al centro le parole d’ordine contro la casta e per far fuori il vecchio sistema politico, grazie all’attivismo politico dei migliaia di meetup di zona e cittadini e sulla partecipazione e il sostegno alle principali mobilitazioni delle masse popolari nel paese (No TAV, No TAP, No Muos e lotte ambientali in generale, comitati dei truffati dalle banche, sostegno alle popolazioni terremotate, sostegno locale a decine di comitati in difesa della sanità pubblica… e potremmo continuare) ha costruito una forza e un consenso che a seguito del risultato elettorale del 4 marzo 2018 i vertici della Repubblica Pontificia non hanno potuto ignorare, dovendo ingoiare la presenza del M5S (con la Lega) al governo del paese. Se guardiamo nemmeno troppo attentamente il processo, la parabola discendente del M5S non è dovuta ad una questione di forma e struttura (alleanze, congressi, ecc.) o di capi e capetti (Di Maio, Fico, Taverna, Casaleggio jr, Grillo e così via) ma di contenuto: il M5S ha tentennato (vedi questione TAV) sulle alcune promesse fatte, altre le ha abiurate (ad esempio con il TAP e l’annuncio ci Conte che “non si può far nulla”), ha avvalorato misure antipopolari pur di accontentare la Lega e i vertici della Repubblica Pontificia (decreti sicurezza in testa), ha via via sottoposto la sua azione sotto il controllo dell’UE e delle associazioni padronali e degli altri centri di potere piuttosto che sotto il controllo diretto dei meetup, via via sciolti o ridotti all’osso nella loro attività spesso esclusivamente elettorale. Ad oggi il M5S è in balia degli eventi, e sempre più andrà alla deriva se cercherà da un lato di stare con un piede in due scarpe (accontentare le masse popolari italiane e allo stesso tempo “conquistando la fiducia dell’Europa” e degli altri gruppi imperialisti, USA e sionisti in testa) e dall’altro di farsi trascinare sempre di più nel teatrino della politica borghese e perdersi negli inciuci e battibecchi di palazzo piuttosto che occuparsi dei problemi reali del paese (i 160 tavoli di crisi aziendale aperti al MISE hanno bisogno di risoluzioni immediate!). Gli attivisti del M5S che hanno a cuore il futuro del paese e sono disgustati dalla parabola discendente del M5S, che si preoccupano del destino dei lavoratori, devono qui e ora:

  • riprendere in mano i meetup, riattivarli, ponendosi come centri di organizzazione e mobilitazione delle principali vertenze locali, andando avanti alle fabbriche, alle scuole, agli ospedali con l’obiettivo di spingere alla partecipazione, all’organizzazione e alla contesa del governo dei territori con le autorità locali che lasciano alla malora e al degrado città e periferie, zone industriali e attività produttive. In questo periodo l’intero paese è scosso da vertenze come la Whirlpool, Alitalia, FCA-CNHi/IVECO: che i meetup sostengano i lavoratori e facciano pressione dal basso. Il paese non lo cambia Di Maio o Zingaretti o la loro buona volontà, lo cambieranno le masse popolari che si organizzano;
  • promuovere la costituzione di una rete stabile di meetup che agiscono in questa direzione e che mettono al centro i valori della partecipazione, del protagonismo e della decisione dal basso, che sostengono le vertenze e lotte degli operai che lottano contro la chiusura e smantellamento di aziende, ospedali, ecc. Insomma, fare quello per cui i meetup sono nati! Decidere dal basso significa anche e soprattutto fare delle cose o imporre alle autorità che quelle cose vengano fatte. Tanto più un obiettivo diventa comune tanto più la possibilità di raggiungerlo sarà superiore;
  • mettere alla prova sin da subito tutti gli eletti del Movimento 5 Stelle. Bisogna fargli prendere posizione rispetto a vertenze, battaglie, farli schierare contro la repressione di chi lotta: che si assumano la responsabilità di promuovere e proporre misure di rottura con l’UE, la NATO, il Vaticano, la Mafia e il resto dei poteri forti, dato che sono stati eletti per questo motivo.

La migliore risposta alla progressiva e deludente discesa del M5S, agli occhi dei lavoratori e delle masse, è rimettere mano alla lotta e all’organizzazione dal basso. Tanto più i meetup e il M5S si legheranno alle lotte e alle mobilitazioni locali, tanto più si occuperanno dei reali problemi del paese, tanto più potrà avere un ruolo positivo nel cambiamento del corso delle cose e non essere liquidato in balia del teatrino della politica.

 

 

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5 Stelle da soli o alleati? Meglio biodegradati

M5S. Il senatore Primo Di Nicola: «Sciogliamoci in qualcosa di più grande». C’è chi chiede il congresso o l’assemblea. Di Maio pensa agli «stati generali»

Giuliano Santoro

Edizione del 02.11.2019

Pubblicato 1.11.2019, 23:58

Nel Movimento 5 Stelle in subbuglio si sprecano i giudizi sul «capo politico» Luigi Di Maio e piovono i distinguo sui singoli provvedimenti, ma si fa fatica a trovare una discussione che ponga questioni di fondo. Ci pensa un eletto illustre come Primo Di Nicola, senatore che in questo tratto di legislatura ha manifestato autonomia di pensiero ma non si è mai schierato apertamente contro i vertici.

All’indomani del tracollo umbro, Di Nicola ammetteva le difficoltà ma invitava i 5S a non scaricare ogni responsabilità su Di Maio. Adesso fa una proposta: vista l’egemonia delle destre e la sconfitta di quello che in una «lettera aperta» al Fatto definisce «campo progressista», invita senza tanti complimenti il M5S a «sciogliersi» e ad ammettere la propria «inadeguatezza». «Abbiamo il dovere di affrontare nuove sfide anche a costo di biodegradarci definitivamente, scioglierci in qualcosa di più grande» dice Di Nicola, giornalista di lungo corso eletto in uno dei collegi uninominali che lo stesso Di Maio aveva distribuito e che nella balcanizzazione dei parlamentari costituiscono una categoria a sé stante. Come lui, in Campania era stato eletto il giurista Ugo Grassi, senatore passato nei giorni scorsi al gruppo misto. «Il M5S sta esaurendo la sua spinta propulsiva dopo aver meritoriamente grillizzato l’intero sistema», scrive Di Nicola. Il problema starebbe nella mancanza delle risorse interne che delineano «una inadeguatezza di cui si stenta a definire i contorni».

Insomma, Di Nicola invita a una svolta e per motivare questo scarto delinea una fase del tutto nuova dello scontro politico e fa leva sul pericolo delle destre. «La necessità di darci una nuova missione può imporre un compito più alto – afferma – Dopo avere cambiato la politica nel nostro paese, possiamo, dobbiamo affrontare a viso aperto le ragioni di una crisi che ci investe e che ha radici in questioni che da soli non possiamo sciogliere». Che il M5S sia al centro di una trasformazione che ne cambierà i tratti fondamentali non lo mette in dubbio nessuno. Di questo si è parlato apertamente alla kermesse di Napoli: anche chi immagina un fantomatico «ritorno alle origini» sa che così non si può andare avanti. Il punto è proprio se insistere sull’autosufficienza o proseguire sulla strada mai battuta della contaminazione. Da giorni personaggi che utilizzano linguaggi differenti parlano di convocare un «congresso» (il deputato Trizzino), una «assemblea nazionale» (l’ex ministra Lezzi) o di dare più potere alle assemblee dei parlamentari. In questo senso si sta lavorando a un documento nell’ormai quasi ingovernabile gruppo di Montecitorio, che si avvicina pericolosamente alla sessione di bilancio ancora senza capi.

Di Maio starebbe pensando a convocare gli «stati generali» del M5S. Intanto ripropone la ricetta del «né di destra né di sinistra». Il sottosegretario Stefano Buffagni cerca di apparire rassicurante «Non lasciamoci intimorire dai sondaggi – scrive su Fb – Dobbiamo avere la forza di mandare qualcuno a quel paese: chi sta usando il M5S come un taxi». Nicola Morra non vuole sentir parlare di «congressi» ma ammette che il M5S sta per intraprendere l’«attraversamento del deserto». Il che già suona strano per una forza politica che ha ancora la maggioranza relativa dei parlamentari e che esprime il presidente del consiglio.

 

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