La Commissione Gramsci continua il lavoro intrapreso nel febbraio 2018 e trova, mese per mese, fatti e avvenimenti relativi alla vita di Antonio Gramsci, ai suoi scritti, al partito da lui fondato, utili per costruire la rivoluzione socialista e portare a termine l’opera che Gramsci intraprese e a cui dedicò la vita.

Questo mese trattiamo la questione delle organizzazioni operaie e del loro rapporto con il partito alla luce degli sviluppi dell’ultimo periodo e, in particolare, delle mobilitazioni operaie in atto nel paese contro la spinta sempre maggiore allo smantellamento dell’apparato produttivo da parte della classe dominante.

Dalla Whirlpool all’ex Embraco, dalla SANAC alla CNHI, diventa sempre più chiaro che l’unica soluzione per difendere la produzione e tenere aperte le fabbriche, contro licenziamenti, delocalizzazioni e svendite, è la mobilitazione della classe operaia. Espressione alta di questa mobilitazione è costruire in ogni azienda  organismi operai capaci di prendere in mano la direzione delle aziende, di coordinarsi tra loro e di agire come nuovi centri di direzione della società. Queste sono le cellule della società nuova e costruirle significa fare la rivoluzione socialista, perché la rivoluzione non è cosa che scoppia “quando non ne possiamo più”, come ancora pensano in tanti, ma al contrario è cosa che si fa quando ci rendiamo conto che possiamo tutto, quando la classe operaia si rende conto che “può tutto” e che non ha bisogno di padroni.

Oggi siamo in una situazione rivoluzionaria, di cui Lenin descrive così i caratteri:

1. le classi dominanti non riescono più a conservare il loro potere senza modificarne la forma; una crisi negli “strati superiori”, una crisi nel sistema politico della classe dominante, che apre una fessura nella quale si incuneano il malcontento e l’indignazione delle classi oppresse (…) 2. un aggravamento, maggiore del solito, dell’oppressione e della miseria delle classi oppresse; 3. in forza delle cause suddette, un rilevante aumento dell’attività delle masse, le quali in un periodo “pacifico” si lasciano depredare tranquillamente, ma in periodi burrascosi sono spinte, sia da tutto l’insieme della crisi, che dagli stessi “strati superiori”, ad un’azione storica indipendente.

È la stessa situazione, nonostante le mille differenze, in cui il partito di Lenin diresse la classe operaia alla conquista del potere e alla fondazione dello Stato dei soviet, dei consigli in cui le masse popolari si organizzavano e soprattutto dei consigli in cui gli operai si organizzavano. Accadeva cento anni fa ed era lo stesso periodo dell’occupazione delle fabbriche a Torino. Gramsci scriveva, pubblicava e diffondeva ”L’Ordine Nuovo”, organo di riferimento per gli operai in lotta.

In un articolo de “L’Ordine Nuovo” del 2 ottobre 1920[1]Gramsci fa il punto sulla situazione dei Consigli di Fabbrica, organismi diretta espressione della massa degli operai, organismi di rappresentanza operaia e controllo degli operai sull’azienda che grazie ad una dura lotta avevano sostituito le commissioni interne nominate da un sindacato inetto e legato a un Partito, il PSI, che a breve sarebbe stato spazzato via dal fascismo, a riprova della propria incapacità di reggere lo scontro di classe e di fare il proprio dovere nella guerra che oppone la classe operaia e la borghesia imperialista. Siamo nel pieno dei sommovimenti del “Biennio Rosso” (1919 – ’21) e i Consigli di Fabbrica avevano dimostrato, tramite l’esperienza dell’occupazione delle fabbriche, di poter costituire l’ossatura del nuovo potere operaio.

Gramsci mostra i Consigli come l’arma a disposizione degli operai per rompere gli schemi della lotta politica e sindacale imposti dal Partito Socialista e dal sindacato fermi, quando andava bene, ad aspettare l’ora x per far scoppiare la rivoluzione piuttosto che dirigere gli operai a costruirla. Nell’articolo scrive:

 I Consigli di fabbrica si sono dimostrati l’istituzione rivoluzionaria storicamente più vitale e necessaria della classe operaia italiana. Le maestranze, lasciate senza guida e senza una parola d’ordine dal Partito Socialista e dai Sindacati, hanno trovato nel Consiglio il loro organo di Governo, si sono strette fortemente e audacemente attorno al Consiglio, hanno vinto perché il Consiglio le ha disciplinate, le ha armate, ha fatto di ogni fabbrica una repubblica proletaria.

Ma i Consigli sono anche di più, sono lo strumento tramite i quali gli operai possono conoscere a fondo l’azienda, padroneggiare i suoi meccanismi e assumere il pieno controllo della produzione e della società, sono la scuola tramite cui possono imparare a comandare:

Il controllo deve servire agli operai (a tutti gli operai), organizzati nei Consigli, per conoscere gli ingranaggi e i processi della produzione e degli scambi, e non diventare una nuova arma per lo strapotere della burocrazia sindacale, e non diventare una nuova fabbrica di mandarinate [sta parlando dei mandarini dell’antica Cina, che gli fanno venire in mente i sindacalisti della sua epoca perché parassiti e servi del potere, N. d. R.]  funzionari parassiti e servi del potere per i cattivi operai che non vogliono più lavorare in officina, e non trasformarsi in una nuova catena per legare la classe operaia. Dalla fabbrica alla nazione, il controllo deve essere esercitato dall’organizzazione dei Consigli di fabbrica, deve essere esercitato da commissari eletti e revocabili in ogni istante.

I Consigli di fabbrica raggiunsero effettivamente un altissimo livello di autorevolezza e di radicamento tra gli operai e le masse popolari, assumendo effettivamente il ruolo di nuove autorità potenzialmente in grado di dirigere il paese e mettendo una gran paura alla borghesia che, spaventata dal rischio che anche in Italia si facesse “come in Russia”, fu costretta a ricorrere al fascismo. Tuttavia i risultati raggiunti dai Consigli non bastarono. Serviva un Partito Comunista guidato dalla concezione comunista del mondo, in grado di essere lo Stato Maggiore della rivoluzione.

Il Partito socialista italiano (Psi), in quel periodo, era sostanzialmente diviso in tre correnti:

– i massimalisti, che attendevano lo scoppio della rivoluzione e pretendevano che esso avvenisse in condizioni belle e pronte per “fare come la Russia”;

– i settari di Bordiga, che pretendevano di conquistare al comunismo le larghe masse propagandando il socialismo e aspettando lo scoppio della “rivoluzione pura”;

– i “promotori dei Consigli”, tra cui Gramsci, che erano i più avanzati ma non ebbero comprensione giusta del ruolo del partito, senza il quale l’azione è cieca.

Nessuna di queste tre correnti concepì la rivoluzione socialista come una Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata o come una Guerra di Posizione (così Gramsci l’avrebbe definita nei “Quaderni del carcere”), ovvero come un processo pianificato di raccolta di forze rivoluzionarie attorno al partito comunista, funzionale alla loro elevazione e alla loro trasformazione in un nuovo potere in grado di soppiantare definitivamente il vecchio potere dei padroni. Nessuno, d’altra parte, nel movimento comunista internazionale e nell’Internazionale Comunista dalla sua fondazione nel 1919 fu in grado di intendere  o di imporre questo concetto, della rivoluzione socialista che si conduce come una guerra. Lo fece il Partito comunista cinese guidato da Mao Tsetung dopo averlo sperimentato e dopo avere constatato che è la strada giusta per vincere, e lo intuì Gramsci, come abbiamo detto, ma nell’isolamento del carcere. Lo fa finalmente oggi, qui in Italia, il (nuovo)Partito comunista italiano ((n)PCI) con gli organismi che lo affiancano, tra i quali c’è il Partito dei CARC di cui la Commissione Gramsci fa parte.

Il (n)PCI è stato costituito nel 2004. Opera clandestinamente perché conduce l’opera rivoluzionaria come una guerra, e nella guerra contro la borghesia imperialista la classe operaia non fa conoscere al nemico la sua struttura e i suoi piani. In guerra, inoltre, la classe operaia si struttura come si fa nell’esercito. Anche Antonio Gramsci iniziò a pensare che questa è la strategia giusta, e infatti nel giugno 2019 dice che con una esperienza come quella dell’occupazione delle fabbriche a Torino le masse possono ”considerarsi un esercito in campo”.[2]Quando lo Stato fascista uccise Matteotti Gramsci fece uno scritto dove articolò questo pensiero di nuovo e in forma più profonda ed estesa.

(…) occorre che un’organizzazione di combattimento sia creata, alla quale gli elementi migliori della classe lavoratrice aderiscano con entusiasmo e convinzione, attorno alla quale le grandi masse si stringano fiduciose e sicure. È necessaria una organizzazione nella quale prenda carne e figura una volontà chiara di lotta, di applicazione di tutti i mezzi che dalla lotta sono richiesti, senza i quali nessuna vittoria totale mai ci sarà data. Una organizzazione che sia rivoluzionaria non solo nelle parole e nelle aspirazioni generiche, ma nella struttura sua, nel suo modo di lavorare, nei suoi fini immediati e lontani. Una organizzazione il cui proposito di riscossa e di liberazione delle masse diventi qualcosa di concreto e definito, diventi capacità di lavoro politico ordinato, metodico, sicuro, capacità non solo di conquiste immediate e parziali, ma di difesa di ogni conquista realizzata e di passaggio a conquiste sempre più alte e a quella che tutto le deve garantire: la conquista del potere, la distruzione dello Stato dei borghesi e dei parassiti, la sostituzione ad esso di uno Stato di contadini e operai”.[3]

Tutto questo è profondamente giusto, e se allora non fu messo in pratica da Gramsci e dal partito che dirigeva fu perché non puoi dire apertamente cose giuste in uno Stato che è strumento dei capitalisti, così come non puoi parlare apertamente nelle singole fabbriche. Se lo fai, ne paghi le conseguenze, nella fabbrica con l’attacco sul piano del lavoro, sindacale o legale (ti licenziano, ti mettono a fare le mansioni più faticose o nei reparti confino, ti fanno causa come agli operai di Pomigliano che osarono criticare Marchionne) fuori dalla fabbrica con il carcere o peggio, come nel caso di Gramsci, la cui prigionia fu condotto in modo che morisse.

Dopo cento anni è laborioso recuperare questo patrimonio, ma la legge per costruire la rivoluzione socialista è questa, e la legge non cambia con il passare del tempo. Il movimento comunista e la classe operaia la possono applicare e la applicano. Il percorso è lungo, ma la meta è chiara.

[1]Antonio Gramsci, L’ordine nuovo 1919 – 1920, Einaudi, Torino, 1954, pag. 486-488.

[2]Ivi, pag. 12.

[3]Antonio Gramsci, La costruzione del partito comunista, 1923-1929, Einaudi, Torino, 1978, pagg. 42-3.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here