L’intervista offre uno spaccato della parabola del gruppo Fiat che a Bologna e provincia, nel 2019-2020, fu l’artefice della liquidazione della Magneti Marelli, in linea con il progetto che gli Agnelli-Elkann perseguono da 40 anni: uscire dal settore industriale per trasformarsi sempre più in un colosso finanziario internazionale. Con una mano vendono, smantellano la produzione e la delocalizzano all’estero, con l’altra negli stabilimenti che tengono aperti impongono condizioni di lavoro massacranti (con il ricatto della cassa integrazione per chi non si piega a questo regime di sfruttamento).

Al contempo, quest’intervista offre numerosi spunti per conoscere la storia della lotta di classe e del movimento comunista bolognese, dove i Consigli di Fabbrica (CdF) sono stati terreno di battaglia tra il Pci revisionista e la Cgil e il vasto movimento autonomo, extraparlamentare e operaio in rottura con le “centrali” di partito e del sindacato.

Pubblichiamo questa intervista a ridosso del corteo “Convergere per insorgere” del 22 ottobre a Bologna per riallacciare il filo rosso che lega la storia dei CdF degli anni Settanta-Ottanta alla lotta del CdF della ex GKN di Firenze e alla via che essa indica a tutti i lavoratori:

– formare fin da subito in ogni azienda comitati che coalizzano gli operai combattivi indipendentemente dall’appartenenza sindacale;

– non rassegnarsi a cassa integrazione e altri ammortizzatori sociali aspettando e sperando che passi la bufera, ma fare di ogni azienda minacciata di delocalizzazione, chiusura, ristrutturazione un centro promotore della lotta contro lo smantellamento dell’apparato produttivo del paese;

– tenere in mano l’iniziativa anche dopo i primi risultati, non affidarsi alle promesse dei padroni e delle loro autorità;

– usare l’arma principale a disposizione dei lavoratori e cioè  mobilitare e coordinarsi con altri lavoratori, con disoccupati, pensionati, ecc. contro lo smantellamento dell’apparato produttivo e contro le altre misure inique imposte dalla borghesia imperialista nelle aziende e nelle scuole, contro la partecipazione del nostro paese alla guerra USA-NATO per interposta persona in Ucraina, contro la distruzione del Servizio Sanitario Nazionale, contro le grandi opere inutili e dannose, contro la devastazione dell’ambiente e l’incombente catastrofe ecologica, contro la guerra e le “missioni umanitarie”;

– usare ogni forma di lotta, basta che abbiamo la forza per attuarla e che sia efficace (“è legittimo quello che serve ai lavoratori anche se illegale, cioè vietato dalle leggi dei padroni e delle loro autorità”).

“Diventare nuova classe dirigente” è la parola d’ordine che il CdF ex GKN ha lanciato agli altri gruppi operai, ai comitati studenteschi, ambientalisti, contro la guerra, ecc. per farla finita con il vortice di miseria, guerra, inquinamento, repressione in cui la classe dominante trascina il nostro paese, cioè  prendere in mano la direzione del paese attraverso un proprio governo d’emergenza.

***

Come prima cosa ti chiedo di presentarti e raccontarci la tua storia. Quando e come sei arrivato in fabbrica? Che mansione avevi?

Io sono entrato alla Weber nel settembre del 1980. Come tanti operai assunti prima degli anni Novanta ancora continuo a chiamarla così; siamo affezionati a quel logo e a quel marchio perché ha una storia. Per chi è venuto dopo è la Magneti Marelli.

Avevo 22 anni, prima lavoravo da un artigiano.

Entrai in attrezzeria. A quell’epoca eravamo duemila dipendenti. Facevamo carburatori per auto. Il gruppo aziendale comprendeva uno stabilimento principale in via del Timavo a Bologna, la fonderia che si trova a Crevalcore e un altro stabilimento di montaggio di carburatori ad Asti. La Weber deteneva il 60% del mercato mondiale dei carburatori. C’era anche la Solex (francese) che in seguito venne acquisita dalla Weber.

Nel 1989-1990 finì l’era dei carburatori e iniziò quella dell’iniezione elettronica. Il cambiamento colse l’azienda impreparata: questa aveva sì dei progetti, ma per realizzarli sarebbero stati necessari degli investimenti che la FIAT era restia a fare.

Con l’avvento dell’iniezione elettronica cominciarono i guai perché era la tedesca Bosch ad aver sviluppato i prodotti che consentivano di ridurre al massimo l’impatto ambientale. Dal 1991-1992 iniziò così il ridimensionamento della nostra fabbrica. Si continuava a fare prodotti legati all’alimentazione del motore e anche altri derivati dall’evoluzione del settore, ma il monopolio nei sistemi di alimentazione era ormai della Bosch. L’accorpamento della Weber con la Magneti Marelli entrambe facevano parte del gruppo FIAT – servì per salvarsi dal dissesto finanziario.

La debolezza economica di questa azienda si poté misurare anche dal seguente fatto: a fronte della diffusione dei motori diesel negli anni Ottanta – favorita dal costo minore di questo carburante e dallo sviluppo di modelli più piccoli e performanti – la Magneti Marelli, che aveva ideato il Common Rail[1], ne vendette il brevetto alla Bosch perché non aveva soldi da investire in uno stabilimento che producesse quei sistemi. L’unica condizione imposta fu che i primi Common Rail venissero montati su veicoli FIAT.

Magari i Common Rail non erano considerati abbastanza profittevoli. Agli Agnelli i soldi da investire non sono mai mancati…

Qualcuno la pensava così, ma poi il Common Rail fu un boom: poteva essere una fase di forte rilancio per l’azienda, ma gli Agnelli preferirono incassare subito con la vendita del brevetto.

Parlaci della tua esperienza, quando sei entrato in fabbrica c’erano delle mobilitazioni?

Io, finiti i miei 15 giorni di prova, ero già a fare i picchetti ai cancelli per la vertenza FIAT. I picchetti erano organizzati in modo da bloccare tutto il traffico in entrata e in uscita. Gli operai dei vari reparti a rotazione andavano ai tre cancelli principali dell’azienda da cui uscivano ed entravano le merci. Toccava al reparto attrezzeria assieme a quello della manutenzione? Tutti davanti a cancelli!

I crumiri, a quel tempo, si contavano sulle dita di una mano. Si facevano turni di un’ora a reparto, a scacchiera, con presidi ai cancelli col metodo dello sciopero a singhiozzo, c’era una bella organizzazione. Di scioperi a singhiozzo ne abbiamo fatti diversi, anche nel 1984 quando uno sciagurato contratto nazionale introdusse le 42 ore di straordinario obbligatorio da fare il sabato mattina. Noi per mesi ci siamo rifiutati di farle. Il sabato mattina davanti alla fabbrica c’era la folla.

Alla Weber c’era il Consiglio di Fabbrica? Da quando esisteva, come si era costituito?

Il CdF della Weber c’era già ai tempi della Seconda guerra mondiale. L’azienda è nata negli anni Venti e al tempo esistevano le Commissioni interne, che poi per motivi politici divennero CdF.

Gli operai più anziani mi hanno raccontato molte storie sulla tradizione di lotta di classe in fabbrica. Alcuni erano stati partigiani e avevano fatto la battaglia di Porta Lame (il 7 novembre del 1944-ndr). Durante la guerra nel reparto attrezzeria della Weber si faceva di nascosto la manutenzione delle armi dei partigiani con il consenso di Edoardo Weber, che era il proprietario e faceva finta di non sapere niente. Quelli che erano impegnati nella Resistenza diedero una mano all’azienda stessa per nascondere i macchinari che i tedeschi volevano trasferire in Germania. C’era un magazzino agricolo (non ricordo se a Osteria Grande o a Ozzano dell’Emilia) dove i macchinari, probabilmente quelli più preziosi, venivano nascosti per poter riprendere a lavorare a guerra finita. Chiaramente il proprietario teneva i piedi in due scarpe: da una parte fingeva di non vedere che c’erano dei partigiani in fabbrica, dall’altro coltivava grano nei giardinetti per sostenere le campagne per l’autarchia e mostrare così che era fascista. Con la Liberazione ci fu un regolamento di conti. In quel periodo era già nota l’intenzione della Fiat di acquisire lo stabilimento, che fondamentalmente già produceva i carburatori da installare sui suoi mezzi. Gli anziani raccontavano che ci furono forti pressioni sulla famiglia Weber da parte della Fiat. La moglie di Weber raccontò che si presentarono a casa sua dei tizi ben vestiti, che suo marito andò via insieme a loro e che questa fu l’ultima volta che lo vide. Edoardo Weber scomparve e il corpo non fu mai ritrovato. Si ipotizzò che fossero stati i partigiani a prenderlo, ma la vedova ha sempre sostenuto che non fosse andata così e che la Fiat aveva colto l’occasione per eliminarlo e costringerla a vendere l’azienda.

Diventata un’azienda del gruppo Fiat, anche la Weber negli anni Cinquanta visse periodi di maccartismo. Vennero licenziati tutti i dipendenti iscritti al Pci o che facevano attività sindacale, anche i socialisti. Ciononostante, alla fine degli anni Sessanta, il CdF, la sinistra, i comunisti ricominciavano ad avere un ruolo in fabbrica. Mi raccontavano della dura battaglia per far introdurre le 40 ore di lavoro settimanale alla fine degli anni Sessanta, perché l’azienda non intendeva applicare quanto stabilito dai contratti nazionali[2]; si dovettero fare scioperi, picchetti e lotte. Mi raccontavano anche dei picchetti che facevano il sabato per impedire che si entrasse a lavoro superando il limite delle 40 ore.

Ci furono degli accordi importanti negli anni Settanta, a seguito delle lotte per abolire il turno di notte. Ricordo un accordo del 1973-1974 che eliminava il turno notturno rendendolo praticabile e accettabile solo negli ospedali e nei servizi pubblici di prima necessità: non era giusto che si mettessero operai a lavorare la notte per fare carburatori con tutte le conseguenze sulla salute che questo determinava e che erano già state appurate. Si trattava di una contrattazione di secondo livello strappata dal CdF con la lotta.

All’interno della fabbrica che forze politiche c’erano?

C’erano il Pci e il Psi. Da quanto mi hanno detto c’erano stati collegamenti con il movimento del 1977 di Bologna. Della presenza di gruppi combattenti in Weber non mi è mai arrivata voce, in Ducati sì. C’era sicuramente qualcuno che aveva posizioni molto estreme nel CdF, ma questi elementi furono inglobati prevalentemente dalla Cisl. C’è stato un periodo in cui la Fim Cisl raccoglieva nelle sue file tutta l’estrema sinistra. Una parte di questa è stata poi addomesticata ed è andata a ingrossare il corpo dei funzionari sindacali della Cisl negli anni Ottanta. Ricordo le liti tra i compagni del Pci e questi “duri e puri”, che poi si sono allineati alla linea della Fim Cisl …perché tanto non si poteva fare un cazzo.

Un’altra formazione, storicamente presente alla Magneti Marelli già dagli anni Settanta, era Lotta Comunista che però, inizialmente, non faceva parte dei CdF. Casomai si iscrivevano alla Cgil. C’era qualcuno dell’Autonomia, qualcuno de il manifesto, qualcuno del PCd’I (m-l) – Nuova unità, qualcuno di Servire il Popolo. Erano presenti tra gli operai, ma molto poco nel CdF, dove entravano solo iscrivendosi alla Fim Cisl e con i suoi voti.

Io, quando c’erano queste assemblee in sala mensa con centinaia di lavoratori, intervenivo; ero di Democrazia Proletaria (DP) e facevo parte della Commissione lavoro. Queste assemblee generali erano bellissime, si facevano alle h. 9 di mattina con i lavoratori stipati nella sala.

L’attività che facevate è mai andata oltre la fabbrica? Siete mai intervenuti su questioni di politica generale o di gestione del territorio? Altri compagni ci hanno raccontato che il loro CdF lo faceva e in questo modo era diventato un centro promotore di battaglie che riguardavano la vita di tutti: un’autorità riconosciuta dalle masse popolari.

Quali CdF facevano queste cose e dove? Chi c’era in Giunta comunale? A Bologna c’era il Pci. In una città dove governa la Democrazia Cristiana è più facile sollevare questioni contro l’autorità che governa il territorio, qui era diverso. Sicuramente delle questioni nel corso degli anni le abbiamo sollevate, ad esempio sul trasporto pubblico. Noi di DP, non essendo subalterni al Pci, rompevamo le scatole. Il biglietto era aumentato di prezzo ed era diventato orario? Se devo fare un quarto d’ora di viaggio, perché devo pagare comunque un’ora intera? Iniziammo a rivendicare i mini ticket per frazioni orarie, li stampavamo e li distribuivamo come volantino rivendicativo.

Altre battaglie le abbiamo fatte sull’ambiente. La Magneti Marelli usava un liquido refrigerante in alcune lavorazioni, il percloro, per lavare alcuni pezzi e togliere l’unto. Il percloro, utilizzato in enorme quantità, permetteva di lavare il pezzo senza passare dall’asciugatura perché era volatile ed evaporava, ma senza forme di contenimento finiva nell’ambiente accrescendo il buco dell’ozono. Facemmo un volantino e una conferenza stampa come DP per denunciare il problema e l’azienda, ma iniziative di questo tipo non venivano assunte dal CdF. Questo perché nessuno di noi in quel momento – era il 1986 – veniva eletto nel CdF a causa del controllo che il Pci esercitava sul voto. Io sono entrato nel CdF solo quando, dopo la caduta del muro (di Berlino-ndr), questo controllo è sfumato; a quel punto non avevano più candidati quindi si riusciva a entrare… ma entravi che la stalla era già vuota.

Come si manifestava la repressione in azienda e fuori?

Da noi la repressione colpiva attraverso gli aumenti salariali legati al merito. Questi non passavano, infatti, dal sindacato – che invece aveva voce in capitolo nelle Commissioni che stabilivano il passaggio di categoria (una forma di contrattazione) – ma venivano decisi arbitrariamente dall’azienda. Noi come DP per i decimali della scala mobile facemmo causa contro l’azienda, mentre il CdF non si mosse in alcun modo in merito all’arrotondamento (se avevi anche 3.9 loro ti riconoscevano solo il 3). Personalmente, su questo tema raccolsi un sacco di adesioni anche fuori dal sindacato. Vincemmo, ma non ci riconobbero mai il decimale: la Fiat e Confindustria facevano muro. Io, lavorando in attrezzeria, avevo rapporti non solo con gli operai, ma anche con impiegati, tecnici e ingegneri e quando facevo loro presente il problema mi sostenevano. Ad un certo punto alcuni, che avevano sottoscritto la causa, come punizione vennero esclusi dagli aumenti di merito, che prima ricevevano: dopo una simile ritorsione, anche di fronte all’impossibilità di DP di farvi fronte o di contestare un meccanismo completamente arbitrario, questi non presero più parte ad alcuna battaglia. Sono ritorsioni molto sottili, più efficaci di una legnata in testa, tanto più che si trattava di battaglie che non venivano portate avanti come sindacato. Era DP che accusava l’azienda di usare il freon, aggravando il buco nell’ozono; era DP che denunciava il mancato pagamento dei decimali di scala mobile. E prima di muoverci informavamo sempre il CdF chiedendogli di prendere parte alle nostre battaglie, ma questo rifiutava perché controllato dal Pci.

Quindi era un CdF controllato dal sindacato che nei fatti lo gestiva, più che un CdF che costringeva il sindacato a rincorrerlo, come successo altrove.

Il Pci controllava la composizione del CdF, entrare nel CdF non era semplice. Io, come ho detto, ne ho fatto parte quando non c’era più nessuno da infilarci dentro. Il Pci aveva una sezione all’interno della fabbrica, quindi esercitava un controllo sugli operai. C’era sì una lista dei candidati, ma si sapeva già in anticipo chi sarebbe entrato e chi no.

Siamo a Bologna e si sapeva bene il potere che il Pci aveva: poteva risolverti il problema della casa popolare e altre questioni. La cosa, devo dire, mi sarebbe stata pure bene se fosse stata utile agli operai, se fosse servita ad aiutare i lavoratori. Ma se, inizialmente, questo presentava degli aspetti positivi, poi con la formazione del sistema clientelare ancora oggi gestito dal PD, sono emersi tutti i limiti.

Come avete reagito rispetto a Lama e alla sua linea?

Quando io entrai non dovetti neanche scegliere la sigla sindacale: c’era la Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici (Flm)[3], che poi però sparì nel 1984 sulla spinta del movimento degli autoconvocati[4] e della grande manifestazione del 24 marzo a Roma[5]. Era l’epoca del governo Craxi, della battaglia sulla scala mobile. Il 1984 me lo ricordo bene: è una di quelle date che ti rimangono impresse per tutta la vita a causa delle delusioni che ti causano, quando pensi che le cose possano prendere un’altra strada e invece prendi l’ennesima cantonata.

In un primo momento tutto il CdF era d’accordo sulle tematiche della lotta contro i tagli alla scala mobile e la messa in discussione dell’impianto delle conquiste operaie. Si era avviato un processo che a un certo punto non rispondeva più alle centrali sindacali. “Autoconvocato” voleva dire spingere dal basso i vertici sindacali a fare scelte diverse da quelle che vorrebbero prendere; era un movimento autorganizzato, anche se sostenuto dal Pci, tanto che l’Unità mise in prima pagina la foto della manifestazione di marzo col titolo “ECCOCI”. Un movimento che però rischiava di sfuggire di mano e, infatti, si impedì di fare assemblee alternative a quelle ufficiali. A un certo punto, la Fim venne commissariata – dal commissariamento della Fim Milano nacque tra l’altro la Flmu, uno dei primi sindacati autonomi – e Cisl e Uil iniziarono a richiamare i propri delegati sostenendo che dietro ci fosse una manovra del Pci. Così il fronte si disgregò.

Poi, chiaramente, dipendeva dalla sensibilità dei singoli delegati e nel gruppo degli autoconvocati potevano esserci anche dei delegati Uil e Cisl.

Quindi il Pci ha sempre cercato di mantenere, specialmente in Emilia Romagna, il controllo sui CdF attraverso le strutture sindacali impedendogli di esprimere una linea che fosse autenticamente democratica, cercando di controllarlo fino a soffocarlo? Se è così, il problema stava nella linea del Partito.

Sì, alla fine si spegne da solo. Il Partito Democratico della Sinistra era altro dal Pci. Nei primi anni Novanta ti spiegavano che non c’era più l’Urss e addirittura i dalemiani più spinti si spingevano a dire che non serviva più il sindacato perché c’erano le leggi, le regole. Se un lavoratore ha dei problemi la regola dice questo e il padrone deve adeguarsi: alla fine è successo il contrario. Le regole sono quelle che sono, e l’operaio che non accetta che il padrone non le rispetti, viene messo all’uscio.

La caduta del muro di Berlino ha dato ai lavoratori il colpo di grazia. Il semplice fatto che ci fosse l’Urss costringeva i padroni a “lasciarci pascolare” per dimostrare che anche qui c’era rispetto per i lavoratori. Non c’era più un partito comunista forte in parlamento, anche se sappiamo bene che il Pci era revisionista già da tempo.

Poi sono passati i contratti a termine. Alla Magneti Marelli abbiamo provato a opporci a questa porcheria. Mi davano della “Cassandra” e mi accusavano di non voler far lavorare i giovani, sostenendo che il padrone non avrebbe potuto fare quello che gli pareva perché c’erano gli accordi e le regole. La trattativa però la devi fare col coltello tra i denti: se l’azienda rifiuta di procedere alle stabilizzazioni del personale previste dal contratto tutta la fabbrica deve entrare in sciopero, e questo non avveniva. In questo modo si sfilacciava tutto, un pezzo alla volta è stata smantellata ogni conquista.

Venendo al presente, secondo te l’esperienza che avete fatto coi CdF ci insegna qualcosa rispetto all’oggi, rispetto alla necessità di ricostituire organismi di questo genere?

È sempre utile fare queste cose, ma il problema è culturale. Oggi tutto è frammentato, chi lavora pensa a sé, ognuno ha le sue cambiali, le sue rate del mutuo da pagare, ognuno ha i suoi vincoli, e questa roba qua è stata fatta appositamente per smorzare la combattività. Negli anni Ottanta non c’era nessuno che faceva straordinari perché come concetto lo straordinario era sbagliato, il tuo salario era sufficiente, la rete di protezione ti permetteva di vivere, la spesa per mandare i figli a scuola era affrontabile. A Bologna negli anni Settanta c’erano gli autobus gratuiti, c’era ancora la spinta che veniva dalla storia di Dozza[6], dalla storia dello stesso Zanardi[7] che era socialista, ma di prima che esistesse il Pci. Allora, c’era un piano regolatore, c’era un progetto di buona amministrazione con degli obiettivi che venivano perseguiti. Il Pci diceva: “noi siamo gli unici che hanno un programma”. Se ora parlo con uno del Pd o della Cgil come se lo immaginano loro il futuro? È una pagina bianca, la lasciano scrivere ad altri, magari a Confindustria! Io sono cresciuto in una situazione dove si immaginava e si puntava alla riduzione dell’orario di lavoro, ad aumenti salariali, a lavorare il meno possibile… Il tema del tempo libero adesso sembra una cagata, ma negli anni Settanta era al centro del dibattito: dovevi avere tempo non solo per la famiglia, ma anche per i tuoi cazzi, per non fare nulla, per vangare l’orto, leggere libri, viaggiare o fare quello che ti pareva. Quello del tempo libero è un concetto che oggi non esiste più: adesso devi lavorare, lavorare, e ancora lavorare e bella grazia che c’è il lavoro.


[1] Sistema di alimentazione montato sui motori diesel in grado di garantire alte prestazioni e affidabilità del motore delle autovetture, contenendo la rumorosità e le emissioni. Queste caratteristiche lo resero estremamente competitivo sul mercato fino ad allora dominato dai motori a benzina.

[2] Con il Contratto Collettivo Nazionale del 17 febbraio 1963 gli operai ottengono cospicui aumenti salariali, la riduzione dell’orario dei siderurgici a 40 ore settimanali, la parità di trattamento uomo-donna e un avvicinamento alla parità operai-impiegati.

[3] Era l’organizzazione che riuniva tutti i sindacati metalmeccanici (Fim, Fiom e Uilm). La Flm non nacque per iniziativa dei dirigenti sindacali, ma dalle lotte operaie.

[4] Oltre 300 CdF del Nord Italia danno vita al movimento degli autoconvocati, che si costituisce al di fuori dei sindacati ufficiali. È la risposta all’accordo di revisione della scala mobile firmato dai tre sindacati confederali nel gennaio 1983. La mattina del 14 febbraio si svolge a Bologna una manifestazione con più di 60.000 persone. Tra gli obiettivi del movimento c’è la richiesta di riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore.

[5] Il 14 febbraio 1984, il governo Craxi taglia 4 punti di scala mobile con il “decreto di San Valentino”. Il governo propone in cambio ai sindacati un freno alle tariffe pubbliche e l’indicizzazione degli assegni familiari: Cisl e Uil accettano, la Cgil si divide. In Parlamento contro il decreto si schierano il Partito Comunista Italiano, il Partito di Unità Proletaria e Democrazia Proletaria. Il 24 marzo, contro il decreto, si svolge a Roma la più grande manifestazione dal dopoguerra appoggiata dalla sola maggioranza (comunisti e terza componente) della Cgil e promossa dal movimento degli autoconvocati.

[6] Giuseppe Dozza (1901-1974), membro del Pci e sindaco di Bologna per ventuno anni, dal 1945 al 1966.

[7] Francesco Zanardi (1873-1954), primo sindaco socialista a Bologna dal 1914 al 1919.

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