Mercoledì 9 ottobre alcuni contingenti dell’Esercito turco hanno apertamente invaso la Siria, lanciando l’operazione “Primavera di pace” con l’obiettivo di “estirpare il terrorismo curdo legato al PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan)” dal Rojava, nome con cui si indica in lingua curda la parte settentrionale della Siria. A seguito di ciò grande è stata l’indignazione popolare, ampi settori delle masse popolari si sono mobilitate contro l’aggressione militare turca e molti compagni si stanno cimentando nella costruzione di presidi di solidarietà, comunicati, manifestazioni e iniziative contro la guerra e in sostegno alle popolazioni aggredite. Una delle parole d’ordine utilizzate e delle rivendicazioni avanzate è “Stop al rifornimento di armi italiane alla Turchia”.

La parola d’ordine è giusta, va sostenuta, ed è una delle parole d’ordine su cui mobilitarsi per alimentare le contraddizioni tra il governo italiano (la Costituzione italiana vieta il sostegno da parte dell’Italia ai paesi belligeranti) e quello turco, per rendere difficile alla comunità dei gruppi imperialisti promovere guerre di aggressione ad altri paesi. Allo stesso tempo, se non si da conseguenza pratica a questa parola d’ordine, si rischia che cada nel vuoto e resti un appello alla bontà del governo e della classe dominante di fermare la guerra, oppure di fare eco a quelle posizioni promosse anche da pezzi delle Larghe Intese che vogliono alimentare la diversione (il PD è sceso in piazza in Toscana contro l’aggressione turca con gli striscioni “FERMATE LA GUERRA”… ma sono loro al governo, chi dovrebbe fermarla se non loro?).

All’inizio di Marzo 2019, i camalli di Genova (organizzati nel CALP – Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali), emulando i propri colleghi francesi di Marsiglia, hanno promosso uno sciopero con presidio per il blocco del cargo saudita Bahri Yanbu con il suo carico di armi per la guerra in Yemen, che a Genova avrebbe dovuto imbarcare alcune strumentazioni militari. In effetti, questa mobilitazione ha impedito alla nave cargo di imbarcare armamenti e ha quindi reso la vita difficile al regime dell’Arabia Saudita nella sua guerra di aggressione allo Yemen.

Questa è stata una esperienza di lotta importante e come tale deve essere emulata.

Riprendendo l’articolo di marzo pubblicato sulla nostra Agenzia Stampa ([Genova] La classe operaia detta le regole dentro e fuori il posto di lavoro!) affermiamo che “il blocco delle merci destinate a foraggiare la guerra dell’Arabia Saudita contro lo Yemen al porto di Genova è significativa ed è di esempio perchè:

–          È una dimostrazione pratica di attuazione della Costituzione: “l’Italia ripudia la guerra” rischia di essere un principio astratto se relegato alla declamazione di qualche professore oppure alla speranza che qualche istituzione lo rispetti. Devono essere la classe operia e le masse popolari, con la loro mobilitazione, ad attuare direttamente quei principi costituzionali di carattere progressista che non vengono attuati, che vengono sistematicamente elusi o apertamente violati.

–          E’ una dimostrazione pratica di cosa vuol dire “occuparsi e uscire” dalla propria azienda: occuparsi del contenuto del proprio lavoro, del suo senso, di cosa si fa e per quale motivo si lavora si concretizza in questo caso nella decisione dei portuali genovesi di non imbarcare materiale bellico utilizzato per la guerra imperialista, per sottomettere quei paesi che non vogliono sottostare alle imposizioni della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti USA, sionisti ed europei; uscire dall’azienda, vuol dire mettere letteralmente bocca sulle scelte del governo e delle autorità (aprire i porti a chi scappa dalla guerra imperialista e non ai gruppi di affaristi che la alimentano!), dire la propria e opporsi agli accordi a cui il nostro paese è sottoposto se non coincidono con gli interessi della classe operaia e delle masse popolari, chiamare le masse popolari a mobilitarsi per affermare i propri interessi.”

Da comunisti, sosteniamo questo tipo di mobilitazioni, le propagandiamo come esempio da seguire rispetto al ruolo che la classe operaia deve assumere in questa fase.

Invitiamo e indichiamo quindi a tutti i compagni che oggi si stanno mobilitando per fermare l’aggressione della Turchia alla Siria, di promovere iniziative che vadano in questo senso. Indichiamo ai lavoratori portuali del paese, agli organismi operai e di lavoratori, ai sindacalisti non asserviti alle logiche padronali, di seguire l’esempio del CALP: promuovere la mobilitazione nei porti e nelle aziende per il blocco delle merci destinate alla Turchia, in particolar modo la produzione di guerra, indire scioperi e mobilitazioni che coinvolgano direttamente i lavoratori, bloccare ove possibile il paese per costringere il governo a prendere una posizione concreta, al pari di come è avvenuto con la mobilitazione dei portuali di Genova che hanno costretto il governo M5S-Lega a bloccare i rifornimenti di armi all’Arabia Saudita!

 

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