Rilanciamo alcuni articoli che trattano della mobilitazione del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) di Genova, scesi in lotta per bloccare gli imbarchi di materiale bellico su una nave saudita. Con la loro mobilitazione hanno costretto allo schieramento anche la FILT-CGIL, che ha indetto lo sciopero e partecipato al presidio per il blocco dei rifornimenti alla nave. “Porti aperti o chiusi” è questione che interessa la classe operaia che nei porti ci lavora: per chi sono aperti questi porti oggi e per chi invece dovrebbero essere chiusi? Per chi alimenta il traffico di armi internazionale, la guerra di aggressione ad altri paesi, o per chi subisce gli effetti della guerra imperialista e delle scorrerie dei gruppi imperialisti nel mondo? Questa è una mobilitazione importante, che si inserisce nel percorso che da vari mesi coinvolge i portuali dell’intero paese, in lotta per l’affermazione di migliori condizioni di lavoro e che hanno visto un importante momento di lotta il 13 marzo, con uno sciopero nazionale.  

Il blocco delle merci destinate a foraggiare la guerra dell’Arabia Saudita contro lo Yemen al porto di Genova è significativa ed è di esempio per 3 motivi:

–          È una dimostrazione pratica di attuazione della Costituzione: “l’Italia ripudia la guerra” rischia di essere un principio astratto se relegato alla declamazione di qualche professore oppure alla speranza che qualche istituzione lo rispetti. Devono essere la classe operia e le masse popolari, con la loro mobilitazione, ad attuare direttamente quei principi costituzionali di carattere progressista che non vengono attuati, che vengono sistematicamente elusi o apertamente violati.

–          E’ una dimostrazione pratica di cosa vuol dire “occuparsi e uscire” dalla propria azienda: occuparsi del contenuto del proprio lavoro, del suo senso, di cosa si fa e per quale motivo si lavora si concretizza in questo caso nella decisione dei portuali genovesi di non imbarcare materiale bellico utilizzato per la guerra imperialista, per sottomettere quei paesi che non vogliono sottostare alle imposizioni della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti USA, sionisti ed europei; uscire dall’azienda, vuol dire mettere letteralmente bocca sulle scelte del governo e delle autorità (aprire i porti a chi scappa dalla guerra imperialista e non ai gruppi di affaristi che la alimentano!), dire la propria e opporsi agli accordi a cui il nostro paese è sottoposto se non coincidono con gli interessi della classe operaia e delle masse popolari, chiamare le masse popolari a mobilitarsi per affermare i propri interessi.

–          E’ la dimostrazione che la solidarietà agli immigrati non può essere relegata solo al mutuo soccorso o ad una generica lotta contro il razzismo, ma vuol dire anche mobilitarsi contro la guerra imperialista e per la sovranità nazionale: sovranità che si esercita a partire dall’unità di classe, dalla gestione dal basso dell’apparato produttivo (e delle finalità del lavoro) del nostro paese, dalla rottura della catena imperialista di oppressione verso le masse popolari in tutto il mondo che si concretizza ad esempio nel mercimonio di esseri umani e negli accordi commerciali legati al foraggiamento della guerra e della colonizzazione dei paesi oppressi.

Da comunisti, sosteniamo questo tipo di mobilitazioni, le propagandiamo come esempio da seguire rispetto al ruolo che la classe operaia deve assumere in questa fase.

Per questi motivi indichiamo agli operai portuali di tutto il paese a fare come il CALP di Genova: legarsi al movimento di resistenza diffuso e di opposizione alle misure più reazionarie del Governo M5S-Lega, di organizzarsi per prendere in mano il futuro delle aziende e dei territori a partire dallo sciopero del 14 giugno convocato dalla FIOM, per alimentare in tutta la classe operaia italiana fiducia in se stessa, concorrere affichè sia non solo uno sciopero di categoria, ma divampi in ogni settore per mettere al centro la parola d’ordine “per un lavoro utile e dignitoso per tutti”. I porti vanno aperti alle masse popolari che scappano dalla guerra e dalla fame generata dai gruppi imperialisti italiani e stranieri. I porti vanno chiusi ai traffici che i gruppi imperialisti italiani e stranieri conducono alle spalle e sulla pelle delle masse popolari, italiane e straniere.

La sovranità appartiene alle masse popolari, e le masse popolari devono esercitarla!

***

Cargo saudita, i camalli: se ci sono armi non entra

Navi e Bombe. La nave rallenta: dovrebbe arrivare lunedì. L’assemblea conferma il boicottaggio. Sarà decisivo il manifesto di carico. I lavoratori: controlleremo noi cosa trasporta

Massimo Franchi (ilManifesto)

Quasi fermo al largo delle isole Baleari. Il cargo saudita Bahri Yanbu con il suo carico di armi per la guerra in Yemen rallenta ogni giorno la sua velocità di rotta verso l’Italia, dopo lo scalo tecnico a Santander. Le ultime stime procrastinano l’arrivo a Genova alle 10 di lunedì mattina: due giorni in più rispetto alle previsioni iniziali.

È L’EFFETTO DEL BOICOTTAGGIO dei camalli e delle proteste associazioni per il disarmo che ieri pomeriggio insieme hanno tenuto una affollatissima assemblea pubblica alla Sala Chiamata del porto, una lunga discussione su come affrontare il permesso di attracco che le autorità portuali di Genova sembrano voler accordare basandosi sull’assunto che la nave non trasporta armi e che non ne sarebbero caricate nel porto ligure.

Una assemblea durata più di due ore che ha confermato la linea di boicottaggio della nave in caso di presenza di armi, fissando un presidio per lunedì e controlli scrupolosi e annunciando «lo sciopero se non ci hanno detto il vero».

«Lunedì mattina quando arriverà la nave e vedremo il «manifesto di carico» (il documento che deve elencare il materiale trasportato, ma non è detto che sia veritiero, ndr) sapremo se è vero che la nave non caricherà armi ma merci varie. Manderemo le squadre con nostri delegati per verificare se è effettivamente così. In caso contrario, anche se si trattasse di proiettili vuoti, sarà sciopero. Noi diamo un segnale: a Genova il porto resta chiuso alle armi», ha fatto la sintesi Antonio Benvenuti, console della Compagnia unica dei portuali.

L’idea lanciata dal delegato Luigi Cianci è quella di «un presidio ai varchi portuali o sotto la prefettura». All’assemblea sono intervenuti, oltre ai portuali, rappresentanti di partiti e associazioni. Accolto da un grande applauso l’intervento di Bruno Rossi, portuale in pensione che ha ricordato le battaglie in porto contro la guerra in Vietnam: «È importante che qualcuno abbia deciso che qui deve cominciare una battaglia che prosegua il nostro impegno per fermare le guerre e schierarci dalla parte dei poveri», ha detto. Luca Franza, altro delegato ha ricordato che «sono 4 anni che la nave tocca questo porto, 98 carri armati sono arrivati. L’intento è quello di trovare una risposta politica a quello che sta accadendo».

IN MATTINATA IL RITARDO della nave aveva alimentato voci di un possibile scalo non ufficialmente programmato a Cagliari. In Sardegna infatti ha sede la Rwm Italia che produce bombe piena di ordini per i Sauditi. Anche qui in modo preventivo i sindacati hanno fatto sentire la loro voce: «Navi cariche di guerra non sono le benvenute nei nostri porti, se il cargo saudita chiedesse di attraccare a Cagliari organizzeremmo sicuramente qualcosa di forte», annuncia Massimiliana Tocco, segretaria della Filt Cgil di Cagliari.

In queste ore si è scoperto che la compagnia saudita – Bahri è l’acronimo tradotto di compagnia navale nazionale dell’Arabia saudita – ha fatto carichi molte volte nei porti italiani, a Cagliari soprattutto. «In tutte le altre occasioni queste cose sono sempre state fatte nel massimo riserbo», spiega Massimiliana Tocco.

La novità è infatti la mobilitazione preventiva dei lavoratori. Partita in Francia a Le Havre, dove la nave saudita non è potuta attraccare e caricare cannoni, si è allargata a tutta Italia rendendo complicato il compito dell’armatore e degli agenti che lo appoggiano nei vari porti italiani.

La Bahri Yanbu le armi le ha caricate verosimilmente in Olanda e munizioni ad Anversa. Ma ora nessuna autorità conferma la presenza a bordo.

ALLA CAPITANERIA DI PORTO di Genova è arrivata la richiesta d’accosto. «Aspettiamo di sapere se in banchina c’è posto», spiegano i dirigenti con evidente imbarazzo. Sono ben 35 anni che la compagnia saudita Bahri fa servizio a Genova. E secondo l’agenzia Delta che rappresenta la compagnia non ha mai caricato merce militare, solo impiantistica e rotabili. La Delta sta fornendo alla Prefettura la documentazione. Sulla veridicità di questo documento si giocherà tutto.

***

Genova, lo sciopero dei portuali blocca la nave saudita carica di armi: “Da qui non ripartono”. Fumogeni contro il cargo – Qui il video.

di Pietro Barabino | 20 Maggio 2019 | IlFattoQuotidiano

È attraccato alle 5.40 di questa mattina il cargo Bahri Yanbu con le armi dirette in Arabia Saudita. Ad attenderlo i lavoratori portuali che hanno aderito compatti allo sciopero proclamato dalla Filt Cgil nella serata di ieri, che prevede l‘astensione dal lavoro per tutti i servizi e le operazioni portuali di mare e di terra che vedono coinvolta la nave nel porto di Genova fino a quando non sarà portato via il carico, “che comprende attrezzature e droni al servizio delle stragi in Yemen – spiegano i lavoratori riuniti nel presidio di protesta, che aggiungono: “La nave è entrata in porto perché è un diritto e noi questo, a differenza di Salvini, lo sappiamo, eppure – concludono i delegati Filt Cgil – non saremo complici e ci auguriamo che lo stesso facciano i colleghi dei porti dove nei prossimi giorni cercheranno di fare imbarcare la nave”.

Genova, riprendono le operazioni di carico sulla nave che trasporta armi. Merce sensibile lasciata in porto

Ad attendere la nave saudita, oltre ai lavoratori portuali, un presidio partecipato da un centinaio di persone tra portuali, cittadini solidali, antimilitaristi e scout, che hanno accolto il carico con fumogeni e striscioni contro la guerra. “Chiediamo al governo Conte, come fatto con quelli precedenti, di interrompere tutti gli accordi commerciali sugli armamenti con l’Arabia Saudita – spiega Francesca Bisiani per conto della sezione ligure di Amnesty International – in attuazione del trattato internazionale contro il commercio delle armi”.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here