Cessiamo di denunciare il nemico e cominciamo a combatterlo

Gli anniversari della vita di Gramsci. Settembre 1925: scrive “Critica sterile negativa”.

La classe operaia è forte ma gli operai si credono deboli, o meglio, tra di loro sono ancora pochi quelli convinti di potere essere i protagonisti della storia, capaci di trasformare il mondo, di costruire la rivoluzione socialista, di diventare classe dirigente della società, uniti nel loro partito, il partito comunista. Per la borghesia imperialista, che governa direttamente tutti i paesi imperialisti e quindi anche l’Italia, è vitale che gli operai si mantengano convinti di essere deboli e soprattutto che non si applichino alla costruzione e al rafforzamento del loro partito comunista: quando un operaio comincia a essere consapevole della forza della propria classe e della propria forza e si mette all’opera per costruire e rafforzare il partito comunista per la borghesia imperialista è l’inizio della fine.
Questo spiega l’ossessiva insistenza dei borghesi sul fatto che il comunismo sarebbe morto e la contemporanea e contraddittoria insistenza sul fatto che bisogna combattere il comunismo[1], come nella risoluzione anticomunista del Parlamento europeo del 19 settembre scorso[2]. Tanto terrore suscita il comunismo tra i borghesi che vorrebbero addirittura fosse dimenticato, cosa che chiaramente non è possibile, perché il movimento comunista da quando è sorto ha fatto la storia, e soprattutto nello scorso secolo ha segnato il corso degli avvenimenti in tutto il mondo a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, e ha lasciato un patrimonio indelebile nelle società di ogni nazione, nella mente e nel cuore delle masse popolari e in ciascuno di noi.
Questo patrimonio si mostra in modo chiaro in tutti quelli che ancora mantengono la fiducia nel comunismo nonostante la denigrazione insistente e capillare nel corso degli ultimi sessanta anni di storia del nostro paese, denigrazione a cui hanno preso parte fondamentale quei dirigenti politici che si sono dichiarati comunisti e  hanno denigrato l’esperienza dei primi paesi socialisti, tra le altre cose falsificando l’eredità di Gramsci e dipingendo Stalin come un despota feroce e sanguinario. Sono stati i dirigenti del revisionismo moderno, e il loro capofila fu Togliatti. Questi traditori hanno lentamente eroso il patrimonio ideologico, politico e organizzativo che il primo movimento comunista ci ha lasciato. Simona Bonafè, parlamentare europea del PD che ha votato la risoluzione anticomunista del 19 settembre scorso, è loro erede dal lato destro, e Pisapia, altro firmatario, e il suo erede dal lato sinistro. La ripugnanza verso gli esiti di questo lungo tradimento, verso il PD, sua ultima forma, e in particolare verso suoi esponenti come questi Bonafè e Pisapia, è stata ed è tanta. Parecchi hanno preso le distanze da tutta la storia del movimento comunista pensando che fosse il comunismo e il partito che tale si dichiarava la causa del danno che i suoi traditori hanno fatto alle masse popolari del nostro paese, perché si sono presentati come comunisti e in forma nascosta e subdola hanno fatto gli interessi dei padroni, della borghesia imperialista e, in Italia, del Vaticano. Nel decennio scorso, questo sentimento di ripugnanza verso il teatro della politica, dove i difensori degli interessi della borghesia imperialista hanno inscenato un finto conflitto tra destra e sinistra, è stato un fondamento per la costituzione del Movimento 5 Stelle, dove sono confluiti molti di quelli che hanno creduto nel primo Partito comunista italiano, o magari ne hanno fatto parte o comunque hanno creduto che quel partito fosse avanguardia della creazione di una società giusta, solidale e felice. Oggi, a fronte delle convulsioni del M5S che si associa prima alla Lega e poi al PD parecchi di costoro sono amareggiati, si sentono disillusi e manifestano indignazione e rabbia. Costoro si uniscono alla platea già vasta di amareggiati, disillusi, indignati e arrabbiati, con in più i nostalgici dei “bei vecchi tempi” ed esprimono tutti i loro sentimenti nei social networks, tra i quali primo è Facebook. Altra voce non è loro consentita. Su questi canali esprimono ciò che sentono e pensano a volte in modo acuto, il che testimonia il grado di consapevolezza e arte che le masse popolari hanno raggiunto in molti loro esponenti avanzati, ma sono sempre espressioni in luogo chiuso, di persone intrappolate, e la borghesia imperialista ne gode come dei lamenti dei condannati a morte rinchiusi dal tiranno Falaride, (Agrigento, nato nel 554 a. C.) dentro a un toro di rame che faceva arroventare, costruito in modo che i lamenti di chi ci stava dentro uscivano dalla sua bocca come muggiti per effetto di risonanza[3]. La borghesia imperialista ne gode perché con questo giocattolo riesce a tenere in trappola tanti che hanno un grande patrimonio da portare al movimento comunista per costruire la rivoluzione socialista e realizzarsi così pienamente, e non lo fanno perché si credono deboli e al massimo aspettano gli eventi, ignorando che gli eventi si costruiscono con la partecipazione loro, che la rivoluzione si costruisce e non scoppia. Vediamo dunque di smontare questo giocattolo e lo facciamo rivolgendoci innanzitutto a voi che siete gli esponenti avanzati della classe operaia e delle masse popolari. Uno scopo è che vi facciate consapevoli della forza che avete e che confluendo nel nuovo movimento comunista all’opera cambierà il mondo.
In pratica, questo significa organizzarsi nelle fabbriche, nei territori e riguardo ai temi che ciascuno di noi ha più a cuore, formare quindi organizzazioni operaie e popolari quali furono i Soviet in Russia prima del 1917, organismi base del nuovo potere, capaci di imporre un governo di emergenza diretto da persone che godono della vostra fiducia e il cui compito è fare legge generale di ogni iniziativa particolare da voi assunta in difesa dei vostri interessi e delle vostre aspirazioni.
Un’altra pratica è quella di riprendere il posto di combattimento nel nuovo movimento comunista, associandosi a partiti come quello dei Carc o come il (nuovo)Pci. Per fare questo, però, bisogna riallacciarsi al primo movimento comunista e ai suoi grandi dirigenti (tra i quali qui citiamo Mao Tse Tung, Stalin e Gramsci) per iniziare a togliere le scorie, le rovine e il sudiciume che i falsi comunisti hanno lasciato in sessanta anni di storia. Chiamiamo in causa quei dirigenti in questa occasione perché mostrano in modo chiaro come per noi comunisti è sbagliato limitarsi a indignarsi e denunciare le malefatte dei padroni e dei loro servi: sono nemici, e quindi è normale che facciano cose infami, volte a ridurci schiavi o a ucciderci usando ogni mezzo necessario. Vanno quindi combattuti, non denunciati, come abbiamo letto anche recentemente in un Comunicato di un Comitato del (n)Pci pervenuto via mail.
Antonio Gramsci è severissimo con chi si limita alla denuncia. Cento anni fa i partiti comunisti costruirono la prima Internazionale Comunista, di cui fece parte il Partito comunista d’Italia e i massimi dirigenti di questo primo Pci furono Gramsci e Amadeo Bordiga  (Ercolano, 13 giugno1889– Formia, 23 luglio1970).[4] A ridosso del III congresso del PCd’I (il congresso di Lione), la lotta tra questi due dirigenti si fece particolarmente intensa e Gramsci pubblicò su L’Unità del 30 settembre 1925 un articolo intitolato Critica sterile negativa. In quest’articolo Gramsci dice che limitarsi a criticare e a denunciare ciò che non va come faceva Bordiga, senza prendere l’iniziativa e costruire un’alternativa allo stato di cose che si contesta è un esercizio sterile e non equivale a combattere il nemico, ma al contrario ad esserne subalterni. La sua severità diventa durissima negli anni del carcere. Leggete quello che scrive:
Argomenti di coltura. La tendenza a diminuire l’avversario. Mi pare che tale tendenza di per se stessa sia un documento della inferiorità di chi ne è posseduto. Si cerca infatti di diminuire l’avversario per poter credere di esserne vittoriosi:
(…)
Non si riflette poi che se l‘avversario ti domina e tu lo diminuisci, riconosci di essere dominato da uno che consideri inferiore? Ma come è riuscito a dominarti? Come mai ti ha vinto ed è stato superiore a te proprio in quell‘attimo decisivo che doveva dare la misura della tua superiorità e della sua inferiorità? Ci sarà stata di mezzo la “coda del diavolo”. Ebbene, impara ad avere la coda del diavolo dalla tua parte.[5]
Questa e nessun’altra è la posizione del movimento comunista, dei suoi dirigenti migliori e dei suoi partiti che hanno condotto le rivoluzioni fino alla vittoria. I tanti che oggi sono disgustati dal PD e che gli dedicano tempo che non merita descrivendo ipocrisia e tradimenti dei suoi dirigenti riflettano sul fatto che questo PD è erede di un primo Pci che nella fase in cui fu diretto dai traditori, dai revisionisti moderni, dal 1956 fino alla sua morte, sempre più solo questo fece, indignarsi, denunciare i padroni e i loro servi politici, e lui stesso limitandosi a rivendicare come i servi fanno, mai combattendo i padroni e la loro classe con la determinazione di chi vuole prendere la direzione della società e instaurare il potere della classe operaia.
Questa è la posizione corrispondente a una legge della concezione comunista del mondo, cioè della teoria rivoluzionaria riguardo a cui Gramsci ebbe intuizioni alte ma visione parziale. Perciò non riuscì a porsi come dirigente capace di portare il partito e la classe operaia alla vittoria, cioè a fare dell’Italia un paese socialista, come era nel programma del partito definito al Congresso di Lione. Lenin e Mao Tse Tung ebbero invece visione compiuta della teoria rivoluzionaria, o meglio essi stessi elaborarono una teoria rivoluzionaria organica e sufficiente a conquistare il potere nei loro paesi e tale da definire leggi universali, valide quindi per i comunisti di ogni paese. Vediamo cosa dicono Lenin e Mao Tse Tung sull’argomento di cui stiamo discutendo, se limitarsi alla denuncia ha qualche effetto positivo, oppure se non ha alcun effetto o se, magari, addirittura ha effetto negativo.
Lenin, nell’articolo Intorno a una caricatura del marxismo e all’”economicismo” imperialista (1916, Opere vol. 23), a proposito del programma e della linea tattica del Partito Operaio Socialdemocratico Russo [POSDR; allora il movimento comunista si chiamava “socialdemocratico” o “socialista”: i partiti cominciarono a chiamarsi comunisti dopo la Rivoluzione d’Ottobre, N. d. R.] scrive:
La socialdemocrazia [cioè il movimento comunista, vedi sopra, N. d. R.] non ha né può avere una sola parola d’ordine ‘negativa’, che serva soltanto ad ‘acuire la coscienza del proletariato contro l’imperialismo’, senza fornire in pari tempo una risposta positiva sul modo come la socialdemocrazia risolverà il problema in causa, una volta che sia andata al potere. Una parola d’ordine ‘negativa’, non legata a una precisa soluzione positiva, non ‘acuisce’, ma ottunde la coscienza perché è una parola vuota, un puro grido, una declamazione senza contenuto.
Mao Tse tung nell’articolo Contro lo stile stereotipato di partito,[6] contestando il tono affettato e pretenzioso in uso nella propaganda comunista, cita Lu Hsun, (Shaoxing, 25 settembre1881– Shanghai, 19 ottobre1936) il più grande scrittore cinese dello scorso secolo e fondatore della lingua cinese moderna, che a sua volta scrive:
Lo stile stereotipato, vecchio o nuovo che sia, deve essere completamente eliminato. Per esempio, se qualcuno sa soltanto ‘imprecare’, ‘minacciare’ e persino ‘sentenziare’, ma rifiuta di servirsi, concretamente e secondo le esigenze della realtà, delle formule elaborate dalla scienza per spiegare i fatti e i fenomeni nuovi di ogni giorno, limitandosi a copiare formule bell’e pronte e a servirsene a ogni piè sospinto a proposito e a sproposito, ebbene è stile stereotipato anche questo.
Le forme criticate da Gramsci, da Lenin e da Mao Tse tung non sono ammesse tra i dirigenti dei partiti comunisti: chi si limita a denunciare o a criticare il nemico o a lamentarsi del fatto che “le masse popolari sono così stupide da dare credito a un Berlusconi o a un Salvini e non a me” non può avere ruolo dirigente in un partito comunista. Un membro di un partito comunista come quello dei Carc se non sa andare oltre la denuncia e la critica per come li abbiamo descritti va educato a superare questi limiti, perché gli impediscono di svolgere un ruolo positivo nel partito, gli impediscono di elevarsi per vedere quale vastità di prospettive si aprono a lui che ha il privilegio di stare nel cantiere della costruzione della rivoluzione socialista in questa epoca gloriosa e bella, l’epoca dell’abolizione della divisione in classi. Un membro delle masse popolari che si trova intrappolato in un social network e pensa che servano a qualcosa i post dove elenca i misfatti e i crimini dei politici, dei sindacalisti venduti, dei padroni più crudeli, va avvertito che così facendo non fa male al nemico ma a lungo andare a se stesso. È comprensibile che dopo sessanta anni di dominio di falsi comunisti tra le masse popolari persista un modo di pensare che proprio quei falsi comunisti hanno prodotto per seminare tra loro rabbia o rassegnazione, ma tutto questo va tolto e può essere tolto, ora che il movimento comunista rinasce e che in Italia esistono partiti come quello dei Carc e come il (nuovo)Pci. Come si dice in Toscana, aprite la finestra ché fuori c’è il sole. Provate. Sempre in Toscana, a giugno, in occasione della Festa della Riscossa Popolare tenuta a Firenze, c’erano operai della Solvay di Rosignano, della Nuovo Pignone di Massa, della ex Lucchini di Piombino, della Piaggio di Pontedera, e si sentiva bene la differenza tra quegli operai che hanno iniziato a lavorare con il P.Carc, fiduciosi e sereni, e quelli che ancora non lo avevano fatto, ancora amareggiati e incupiti. Ma non siamo stati abbastanza sfruttati, oppressi e ingannati? Perché opprimerci da noi stessi e non concederci invece il più bel regalo, la fiducia nella riscossa? Perché ingannarci, e credere che la vittoria è impossibile, mentre non solo è possibile, ma è prossima, come prossimo è il germogliare dei semi che il contadino sa di avere piantato e che ogni giorno cura?
Quanto grande è stato per la Cina Lu Hsun, tanto lo è stato in questa altra metà del mondo Bertolt Brecht (Augusta, 10 febbraio 1898 – Berlino Est, 14 agosto 1956). La Commissione Gramsci del P.Carc chiude con una sua poesia.
Molti pensano che noi ci diamo da fare
nelle faccende più peregrine,
ci affatichiamo in strane imprese
per saggiare la nostra forza o per darne la prova.
Ma in realtà è più nel vero chi ci pensa
intenti semplicemente all’inevitabile:
scegliere la strada più diritta possibile, vincere
gli ostacoli del giorno, evitare i pensieri
che hanno avuto esiti cattivi, e scoprire
quelli propizi, in breve:
aprire la strada alla goccia nel fiume che si apre
la strada in mezzo alla pietraia.”
(B. Brecht, Poesie, 1939-1943)

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