Esprimiamo piena solidarietà con le lavoratrici, i lavoratori e i delegati del SI Cobas dell’Italpizza di San Donnino (MO) che nelle scorse ore hanno ricevuto nuove denunce, una trentina, per “resistenza a pubblico ufficiale” e “violenza privata”. Un clima questo aggravato dall’ennesima morte sul lavoro a Marmirolo (MN) che ha visto cadere da un cantiere un operaio di Mirandola (MO): è necessario invertire la rotta e solo l’organizzazione dei lavoratori può realizzare pienamente la sicurezza sui posti di lavoro!

Le nuove denunce al SI Cobas, si inseriscono in un più ampio pregresso repressivo che ha l’obiettivo di fiaccare la lotta per un lavoro dignitoso che da mesi il SI Cobas porta avanti all’Italpizza: manganelli, lacrimogeni, denunce hanno dimostrato quale sia il vero volto del nemico e del padrone, il cui unico interesse è fare profitto sulla pelle dei lavoratori. Infatti, la repressione dispiegata contro gli iscritti, i delegati e i dirigenti del SI COBAS mette a nudo l’ipocrisia dello stato borghese che tutela i padroni e processa e bastona gli operai anche quando pretendono il riconoscimento delle leggi che dovrebbero tutelarli. Ma laddove, come in questo caso, la repressione più “classica” non raggiunge l’obiettivo, ci provano con l’intimidazione: la scorsa notte la macchina la macchina di un delegato SI Cobas che segue direttamente la lotta all’Italpizza è stata data alle fiamme e i Vigili del Fuoco ne confermano l’origine dolosa. Dove non arriva il manganello non arriverà nemmeno l’intimidazione: piena solidarietà con il delegato, la solidarietà è davvero un’arma potente nelle nostre mani! Questo vile e infame attentato non dimostra la forza del nemico, bensì la sua estrema debolezza: la borghesia è costretta ad acutizzare la repressione perché è con l’”acqua alla gola” e ricorre a tutto pur di contenere per quel che può la terra che frana sotto i suoi piedi. È un processo inevitabile, deciso non dalla volontà politica di qualcuno, ma dal corso del movimento economico che dirige la società capitalista, oggi nella sua fase di crisi acuta e terminale. Non solo, ma quando attacca in questo modo dimostra, in realtà, di avere paura della classe operaia e della sua forza!

Il SI Cobas è costantemente colpito dalla repressione padronale perché usa metodi di lotta aperta e dispiegata che sono patrimonio storico del movimento operaio, come i picchetti e i blocchi a oltranza dei cancelli delle aziende, rifiutando la via delle proteste simboliche che poco scalfiscono la controparte e con una parola d’ordine che infonde coraggio: “Non un passo indietro”! Oggi, questa persecuzione si avvale anche della Legge sulla Sicurezza a firma Salvini ma, nella stessa provincia di Modena, la sua applicazione inizia ad estendersi, fornendo nuovi alleati e un potenziale fronte comune, come è il caso dei lavoratori e delegati FIOM della Frama Action di Novi Modenese. Questa la direttrice da intraprendere anche perché la lotta dell’Italpizza ha ormai assunto una valenza nazionale, e come tale anche la solidarietà si deve estendere: ciò impone un cambio nella stessa traduzione della resistenza alla repressione, ovvero la necessità di combinare forme di lotta diverse e iniziare a ragionare in termini di governo del Paese. Questo perché il nemico la propria legalità la viola apertamente e costantemente: agli operai, così come al resto dei lavoratori, dei disoccupati, dei dipendenti pubblici, degli studenti serve una nuova gestione della società, basata sul loro protagonismo e a partire dall’organizzazione e coordinamento in ogni dove. Inoltre, le lotte che il SI Cobas conduce sono preziose per la classe operaia perché mettono al centro la discriminante di classe e non di razza: infatti, i principali protagonisti di queste mobilitazioni sono operai immigrati, soggetti che per i padroni devono occupare senza fiatare il gradino più basso della società, eletti a bersaglio principale dei tentativi di mobilitazione reazionaria delle masse popolari promossa dalla borghesia. Anche questo è per i padroni intollerabile: con la promozione dell’unità tra i lavoratori italiani e quelli immigrati si rompe il meccanismo che permette di imporre il ribasso dei salari e dei diritti di tutti i lavoratori.

Differenziare le forme di lotta per rafforzare il proprio campo, usare le contraddizioni del campo nemico, usare il principio di metterne “10 contro 1” verso chi conduce l’operazione repressiva, combinare la campagna di opinione con la campagna di mobilitazione pratica per favorire l’organizzazione delle masse popolari!

Se il nemico attacca, vuol dire che siamo sulla strada giusta e che la nostra azione incide nella realtà!

Non un passo indietro!

 

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