Durante la “spedizione” di una delegazione di compagni del P. CARC in Sardegna, tenutasi tra il 7 e il 13 marzo, abbiamo avuto modo di intervistare Felice Floris, leader storico del Movimento Pastori Sardi, sulla mobilitazione dei pastori che ha scosso il paese lo scorso febbraio. L’intervista è interessante perchè dimostra principalmente che:

  • La lotta per il giusto prezzo del latte non è una questione principalmente economica, ma politica: attiene alle misure che governi e amministrazioni intendono prendere per salvaguardare il tessuto produttivo;
  • Per quanto si possa raggiungere un accordo, questo è sempre e comunque temporaneo, se non si affronta con decisione la libertà che hanno padroni, gruppi finanziari e speculatori di ogni sorta di fare il bello e il cattivo tempo, di definire loro il prezzo del lavoro e delle merci, ecc.

In questo senso, invitiamo a leggere l’articolo [Italia] Il libero mercato, la salvaguardia del tessuto produttivo e la sovranità nazionale per ulteriori spunti di riflessione.

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  1. Ciao Felice, innanzitutto ti ringraziamo per la disponibilità a questa intervista. Partiamo col fare un punto sulle ragioni delle protesta e come vi siete mossi dall’inizio nella conduzione delle iniziative che hanno caratterizzato la protesta.

Le ragioni della protesta dei pastori sardi sono storiche e sociali: questa protesta sembra una novità ma non lo è, ogni anno, da decenni, dobbiamo fare i conti ciclicamente con numerose problematiche per il nostro lavoro: condizioni di mercato, impotenza del nostro ruolo sociale, burocrazia che scavalca la stessa burocrazia e che si inventa continuamente nuovi burocrati che vanno ad alimentare così lo scaricabarile dei problemi delle piccole e medie aziende agropastorali. Un esempio è l’obbligo imposto ai pastori di avere un veterinario aziendale, pagato a proprie spese, a prescindere dal lavoro che fa il pastore, da quante pecore ha. Per quanto riguarda in senso stretto la protesta di febbraio, rispetto alle precedenti, in cui si promuovevano molte assemblee nel territorio per fomentare e organizzare i pastori (quindi un determinato tempo impiegato nella loro preparazione), è stata una protesta spontanea alla cui testa non c’era un gruppo egemone o cosciente: tra pastori si parlava delle problematiche che stavano emergendo, delle difficoltà, del prezzo del latte, ma era tutto in fase di valutazione. Dopo i primi sversamenti spontanei però, sono partite a macchia d’olio le dimostrazioni di tanti pastori, dai blocchi stradali agli sversamenti. Sono stati fatti incontri con i comitati regionali e vari gruppi di pastori, oltre che associazioni sindacali di categoria: dalle assemblee è emersa la linea che nessuno doveva mettere il cappello alla protesta e occorreva andare fino in fondo alla battaglia, ogni organismo avrebbe dovuto contribuire al massimo con le proprie forze. Proprio per evitare conflitti e disappunti nel corso delle mobilitazioni, le persone più in vista e riconosciute del variegato mondo dei pastori sono state ai margini, hanno fatto un passo indietro mandando avanti nuovi partecipanti alle lotte. La linea di MPS è stata di non uscire fuori con il proprio simbolo, di sostenere la protesta e non mettergli paletti. Il limite però è stato che sul tavolo di trattativa, a parte le associazoni sindacali riconosciute, non c’erano pastori con l’esperienza di partecipazione e di fatto è passata la linea più remissiva, che ha raggiunto un accordo a 74 centesimi al litro con la promessa del conguaglio a Novembre in base al prezzo medio del pecorino romano sul mercato.

  1. Parlaci un pò del funzionamento della filiera produttiva e cosa comporta il potere, di fatto, di decidere su tutto degli industriali.

La filiera produttiva di per sè è perfetta ma non rispecchia gli interessi dei pastori. Metà prodotto è gestito dalla cooperazione, ma il vero potere ce l’ha l’industriale e le cooperative non riescono a contrastare l’industriale: è lui che fa il prezzo.  Per quanto riguarda poi la regolamentazione della filiera, manca il concetto di rischio d’impresa per i pastori (quello è valido solo per gli industriali): ad esempio, la materia prima viene pagata a prodotto venduto, mentre dovrebbe essere pagata prima e poi stabilito il prezzo di mercato. Invece così tutto è a carico del pastore: ci prendono il latte, ci dicono “pagherò”, non guadagnano secondo quanto vorrebbero e poi vengono a darci le briciole con cui a stento paghiamo le spese. Non c’è nessun potere contrattuale da parte nostra e alcuni pastori, cercando di valorizzare al massimo il loro prodotto, si sono organizzati in gruppi per esportare all’estero (i pastori sardi hanno da sempre esportato all’estero e in tutto il mediterraneo) che puntualmente vengono fatti saltare dall’abbassamento dei prezzi del libero mercato. Tanti sono i caseifici importanti che producono molto latte e che producevano anche per l’estero di fatto togliendo mercato alle cooperative e ai piccoli caseifici. Dietro alla pastorizia ci sono molti speculatori e industriali che non rinunciano al profitto. Per non parlare della Grande Distribuzione Organizzata: a furia di aste al ribasso paga il prodotto meno di quanto si spende per produrlo. Ma qui si tratta di mandare avanti un’intera economia, non solo il profitto degli industriali: 18.000 aziende agropastorali sul territorio sardo contano oltre 100.000 persone impiegate a vario titolo, che sono sempre di più letteralmente sul lastrico. Non a caso la parola d’ordine è stata “meglio ai maiali che agli industriali”.

  1. Hai toccato un punto importante: il libero mercato. Quali sono le regole imposte dall’UE e dal mercato rispetto alla filiera produttiva. Cosa comporta per voi? Quali sono i loro effetti?

Partiamo da lontano. Con il trattato di Roma del 1956 fu concordata una unificazione in materia di prodotti alimentari da parte di quel gruppo di paesi che poi diede vita alla UE, Italia compresa. Negli anni ’90 c’è poi stata la una riforma che puntava a mettere mano all’autosufficienza alimenta di quei paesi che nel ’56 avevano firmato i trattati di Roma già riuniti nell’UE. Il problema però non è legato alla produzione, ma agli accordi commerciali con i paesi esterni all’UE: è chiaro che se si da la possibilità ad altri paesi di rifornire di alimenti l’UE (pensiamo a Marocco, Tunisia, ecc.) per spingerli ad acquistare i nostri prodotti industriali, allora l’agroalimentare prodotto qui (con l’attuale costo della vita e livelli di produzione) è fuori mercato per quegli standard. Ai problemi legati alle oscillazioni di mercato se ne aggiunge un altro: negli anni 2000 è stata sancita una normativa europea che paga i possessori di terreni, e quindi anche i pastori, un “tot” per ettaro. Il problema sta nel fatto che questa normativa favorisce i grandi possidenti, alimenta un meccanismo dove chi ha grossi capitali compra i pascoli e poi li affitta ai pastori guadagnandoci due volte da buon parassita. Certo, per certi aspetti è un buon aiuto (nel senso che viene riconosciuto, in una certa misura, un reddito legato alla manutenzione del territorio) con cui ci paghiamo il gasolio ai mezzi, ma se non è legato alla produzione genera parassitismo.

  1. Gli elementi che ci hai dato sono sicuramente utili a capire l’intero fenomeno legato alla produzione del latte e dei formaggi e i responsabili delle problematiche ci sembrano chiari: padroni della trasformazione del formaggio, GDO, libero mercato. Dicci qualcosa però rispetto della solidarietà con i lavoratori italiani, con gli studenti, i commercianti ecc.

La solidarietà ricevuta è stata fantastica. Cortei anche non autorizzati fatti dagli studenti, sciopero dei commercianti, iniziative di solidarietà, messaggi dal resto del mondo da sardi e italiani all’estero. Questo ha dato forza e fiducia ai pastori che le loro ragioni sono ragioni di tutti, perchè qui si parla di difendere il frutto del nostro lavoro non di chiedere la luna. Con gli altri lavoratori dell’Italia c’è dialogo, i pastori toscani sono “fratelli di sangue” e se il latte della Sardegna viene svalutato, anche i pastori toscani perdono il loro potere contrattuale. Abbiamo saputo delle manifestazioni in Sicilia e con alcuni di loro abbiamo contatti, insomma i rapporti ci sono.  Anche loro hanno i nostri stessi problemi: banche, industriali, libero mercato, tutti a fare “la cresta” sull’ultima ruota del carro della filiera, il pastore. In tutta europa però i problemi sono comuni per i piccoli produttori e allevatori. Come MPS abbiamo contatti con molti e auspichiamo anche una certa forma di coordinamento dei pastori europei e del mediterraneo, non di certo per cartelli elettorali ma per fare rete e fare cose comuni.

  1. Contratto di Governo e sovranità nazionale. Dicci un pò che ne pensi: a noi sembra chiaro che il controllo è veramente minimo sull’importazione di merci estere, soprattutto alimentari (come ci accennavi tu prima): ma nel Contratto di Governo di M5S-Lega si parla di esercizio di sovranità. Inoltre, ti chiediamo di dirci anche, secondo te, quali possono essere le soluzioni per risolvere il problema.

Fino al 1996 c’era il meccanismo doganale che sosteneva il prodotto europeo e lo regolamentava. Poi a un certo punto hanno inserito come valore di riferimento per il prezzo del latte di pecora il pecorino romano che non interessava a nessuno: cioè, una decisione arbitraria che non hanno preso di certo i pastori. A mio avviso l’hanno inserito per l’incapacità della Pubblica Amministrazione e una noncuranza effetiva: 2000 pastori andarono a bruxelles a protestare contro questa imposizione e a proporre alternative, ma non ci fu nulla da fare. Dovrebbe essere ripristinato a mio avviso un meccanismo per la salvaguardia del prodotto europeo, o italiano, insomma la produzione locale. I pastori non possono reggere il mercato e la libera concorrenza del mercato globale, si tratterebbe di estinguere una civiltà (la tradizione pastorale sarda sarebbe del tutto smantellata a favore di allevamenti intensivi ecc.). Il libero mercato non è così libero, lo è solo per i capitali, le banche, la rapina dei beni alimentari dei paesi poveri (il grosso della produzione mondiale dei beni alimentari è nei paesi poveri che poi viene importato da noi, spesso nemmeno venduto in quei paesi). La politica deve avere una visione sul lavoro pastorale e agricolo. Noi produciamo anche più di quello che serve a livello alimentare e per paradosso rischiamo di morire di fame perchè quello che produciamo deve essere buttato via perchè resta invenduto.

  1. Parlaci della repressione verso alcuni pastori che hanno partecipato alle proteste: il viminale, nonostante Salvini abbia espresso solidarietà, ha taciuto sulle denunce. Cosa intendete fare?

Nelle proteste degli anni scorsi c’è stata più repressione, in questa tornata c’è stata una maggiore disponiblità dellle forze dell’ordine, hanno chiuso più di un occhio. Certo, la repressione bisogna tenerla in conto quando si fanno alcune cose. La protesta è stata legittima e credo che non andranno più di tanto avanti. In caso contrario, affronteremo anche questo.

  1. In ultimo, sul risultato della trattativa chiusa l’8 marzo e il conguaglio di novembre: cosa ne pensi?

Il risultato è parziale anche se viene messo sui giornali come se fosse una “pace fatta”. Rispetto al conguaglio molto dipende dalle condizioni ambientali e dalla produzione (periodi di siccità, tipo di pascolo, ecc.) che determinano anche la produzione del latte e quindi di pecorino. Probabilmente ci sarà un aumento del conguaglio per via del fatto che per circa 20 giorni non si è prodotto pecorino (e quindi il prezzo salirà) ma alla fine è sempre una promessa. E’ insufficiente, non è una sicurezza. La maggior parte dei pastori ha accettato l’accordo per una tregua temporanea, ma il fuoco sotto la cenere esiste perchè il problema non sono i due centesimi in più o in meno rispetto al litro di latte, il problema come ho detto prima è più profondo.

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