Cari compagni dell’Agenzia Stampa del P.CARC, vi scrivo un breve contributo fiducioso che sia utile al dibattito. La lotta che nei mesi scorsi ha visto protagonisti i pastori sardi ha sollevato e rimesso al centro del dibattito due temi che sempre di più si impongono nel dibattito politico: il ruolo del libero mercato nelle economie nazionali e la necessità di salvaguardare il tessuto produttivo. In questo senso, i movimenti in corso per quanto riguarda il tessuto produttivo nazionale e il suo smantellamento sono 2:

  • L’esportazione di capitale finanziario (investimenti in operazioni finanziare su scala globale, vedi il gruppo FCA e gli investimenti in borsa con la riduzione degli investimenti nell’economia reale e la riduzione della produzione effettiva), le delocalizzazioni di aziende e/o la vendita delle aziende italiane a gruppi esteri e multinazionali, con annessi esuberi, ristrutturazioni aziendali e perdita dei posti di lavoro;
  • L’importazione di merci prodotte, a costo minore che in Italia, in altri paesi e introdotta nel mercato nazionale, che aumenta la concorrenza ai produttori medi e piccoli nazionali.

Per quanto riguarda il primo caso, non si contano le aziende che negli ultimi anni sono state acquistate (con riduzione del personale) o hanno delocalizzato dopo la vendita a gruppi stranieri e multinazionali: Marelli e Pirelli vendute ad aziende cinesi, Embraco, Saeco, Merloni, Indesit e Ariston a Whirlpool, Ansaldo a Hitachi, Gucci e Bottega Veneta alla francese Lvmh, i marchi Valentino e Ferrè agli sceicchi arabi, Nestlè possiede quasi l’intera rete di distribuzione dell’acqua in bottiglia senza considerare l’ex Italgel, Parmalat, Galbani, Invernizzi di proprietà della Lactalis. Si potrebbe continuare ragionando sulle acciaierie (Thyssenkrupp e Arcelor-Mittal hanno in mano il grosso della produzione di acciai in Italia, la sola AST di Terni è passata da 11mila a circa 2300 operai nei vari passaggi di proprietà). Per quanto riguarda invece l’importazione di merci, solo per quanto riguarda il latte, nel 2016 la Coldiretti denunciò che entrano in Italia “ogni giorno 24 milioni di litri di “latte equivalente” tra cisterne, semilavorati, formaggi, cagliate e polveri di caseina, per essere imbustati o trasformati industrialmente e diventare magicamente mozzarelle, formaggi o latte italiani”. La situazione, a giudicare dalla protesta dei pastori sardi, non sembra affatto cambiata se non in peggio.

I padroni, per mascherare tutto ciò, danno la colpa alle tasse, alla burocratizzazione, alla corruzione, nel peggiore dei casi alla fannulloneria dei lavoratori. La verità è che i capitalisti investono solo se trovano profitto, e solo se il profitto è soddisfacente alle loro necessità e previsioni di bilancio, nella logica della concorrenza con altri capitalisti a chi accumula più capitali. Per questo motivo non c’è accordo che regge e reggerà, non c’è intesa o mediazione tra gli interessi dei lavoratori e quelli dei padroni che possa durare (i vari CCNL, accordi trasversali – aziende, Stato e sindacati, ecc.) perchè alla base vi è il carattere anarchico del capitalismo che fa di ogni azienda solo uno strumento di valorizzazione di capitale e non principalmente uno strumento per produrre ciò che effettivamente serve alla società.

A fronte di questo smantellamento progressivo del tessuto produttivo, decine, centinaia sono i lavoratori che si sono mobilitati per difendere il proprio lavoro, le proprie aziende, in ultimo i pastori sardi contro le regole di concorrenza spietata del libero mercato per un equo prezzo per il proprio prodotto. Seguendo il loro esempio, allevatori e agricoltori siciliani e lucani si sono mobilitati, così come i produttori di olio pugliesi. Queste mobilitazioni hanno messo in luce una delle tante manifestazioni della sovrapproduzione assoluta di capitale: quella di merci che non vengono vendute, che fanno concorrenza a tonnellate di prodotti industriali inseriti nei mercati dalla Grande Distribuzione Organizzata e anche questi in buona parte invenduti, mentre 5 milioni di persone nel nostro paese vivono sotto la soglia di povertà e molte di queste difficilmente “accoppiano il pranzo con la cena”. Ben venga allora la mobilitazione di 10, 100, 1000 piccole aziende, lavoratori e comitati che lottano per un lavoro dignitoso. Queste vertenze, come quella Embraco, della Ginori, della Bekaert, dimostrano che l’unica via per i lavoratori per salvaguardare il tessuto produttivo nazionale è quella della mobilitazione e dell’organizzazione. Mobilitazione, nel senso di iniziare ad agitarsi, di aprire vertenze, lotte rivendicative, ecc. che sollevino problemi di ordine pubblico per le istituzioni e coloro che vogliono sottomettere gli interessi dei lavoratori a quelli del “libero mercato”, ossia dei padroni e degli speculatori, degli affaristi, del mercato finanziario. Organizzazione nel senso di dare continuità alla loro azione non fermandosi alla singola vertenza, di lavorare insieme ad altri organismi di lavoratori e territoriali per far fronte comune, nel senso di iniziare a mettere in campo direttamente misure urgenti e necessarie al miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro. In questo processo le organizzazioni di operai e di lavoratori devono rafforzare il loro ruolo e prestigio, la propria autorevolezza presso le masse popolari costringendo le istituzioni della borghesia e dello stato a fare quello che è necessario per salvaguardare i posti di lavoro, a mobilitare direttamente le masse popolari a fare quello che le istituzioni non fanno. E’ interesse dei lavoratori difendere il tessuto produttivo nazionale: mobilitarsi e organizzarsi per farlo è una delle forme in cui possono esercitare la sovranità nazionale. A decidere del futuro delle aziende italiane non devono essere sceicchi, multinazionali e gruppi finanziari, ma i lavoratori italiani. Sul prezzo del latte, a decidere non deve essere il mercato finanziario con le sue oscillazioni, non devono essere i padroni del caseificio Pinna di Thiesi (che ha anche stabilimenti in Romania!), non devono essere le regole del libero mercato che permette di introdurre in Italia latte francese, rumeno, polacco prodotto e venduto a prezzi eccessivamente più ridotti rispetto al latte sardo o a quello italiano, ma devono decidere i pastori sardi che producono il 75% del latte di pecora prodotto in Italia. Mobilitarsi e organizzarsi per decidere della salvaguardia del tessuto produttivo vuol dire salvaguardare la sovranità nazionale dall’ingerenza del capitale straniero e dall’ingerenza di corsari e avventurieri del mercato finanziario: altro che immigrati che ci rubano il lavoro, qui sono le multinazionali, i gruppi finanziari e i padroni stranieri che ci smantellano l’intero tessuto produttivo retto dalla spina dorsale e dal lavoro degli operai e dei lavoratori che vivono in Italia!

Guido F.

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