Comunicato della Segreteria Federale Campania

Napoli, 23 aprile 2019

[…] Io sono Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano, Roberto Fabbricatore: cinque compagni che oggi – lo dico apertamente – si sentono in guerra. Noi siamo in guerra: una guerra feroce che però abbiamo deciso di affrontare, abbiamo deciso di combattere; abbiamo deciso, a testa alta e a viso scoperto, di metterci contro chi oggi ci vuole schiavi. […]. Nove anni fa, quando Marchionne decise di fare il “piano Pomigliano”, decise di farlo in uno stabilimento conflittuale. Noi siamo quel gruppo che, insieme ai 7000 operai di Pomigliano, ha messo in discussione il TMC2, i ritmi di lavoro, ha messo in discussione i sabati di straordinario. Quanti di noi hanno denunce penali sulle spalle, quanti di noi si sono dovuti scontrare ai cancelli della FIAT di Pomigliano con le forze dell’ordine. Quanti di noi hanno dovuto subire l’accusa di essere dei terroristi all’interno della fabbrica[…] perché in quella fabbrica doveva essere fatta pulizia, doveva essere – come disse Marchionne – “disciplinata”. […] Si costituì quel reparto confino dove 316 operai furono trasferiti, allontanati con la forza. Ricordiamo allora quale battaglia ci fu all’ingresso 1, quando la FIAT, con i picchetti che c’erano davanti alla fabbrica e che impedivano l’entrata e l’uscita delle merci, fu costretta a usare 5 elicotteri per prelevare il materiale che dalla lastratura doveva arrivare alla Sevel in Val di Sangro. […] Da allora ci sono state parecchie battaglie. Molti ci riconoscono oggi, a livello nazionale, per le battaglie che facciamo in modo critico, caricaturale: […] Più di tutto, la messa in scena del manichino impiccato raffigurante l’amministratore delegato dell’azienda, Marchionne, come protesta per i suicidi cui due operai dello stabilimento sono stati portati per il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro cui sono stati costretti dalla ristrutturazione aziendale. Però oggi vogliamo parlare soprattutto della sentenza che ci riguarda. […] Noi possiamo vincere e possiamo vincere soprattutto col potere degli operai”. (Mimmo Mignano, Intervento al IV Congresso nazionale del Partito dei CARC, 13-14 giugno 2015)

E da allora, da anni a questa parte, da quando le cinque tute blu di Pomigliano furono licenziate, nel 2014, con l’accusa di aver infangato il “buon nome” dell’azienda, la lotta continua. Da quattro giorni, due di quegli operai sono asserragliati sulla torre campanaria della Chiesa del Carmine, a Napoli. Hanno fatto suonare le campane a lutto contro le morti sul lavoro e i licenziamenti che, ristrutturazione aziendale dopo ristrutturazione aziendale, costringono sempre più operai fuori dalla produzione, alla depressione e, nei casi peggiori, al suicidio, mentre i padroni continuano ad ingrassano i loro profitti. Continuano a lottare per il lavoro, ma rivendicano oggi il Reddito di Cittadinanza, dato che la sentenza di Cassazione ha confermato il loro licenziamento, ribaltando quella della Corte d’Appello di Napoli, che invece ne aveva accolto il ricorso disponendone il reintegro nel posto di lavoro. Reddito di Cittadinanza dal quale sarebbero rimasti esclusi, paradossalmente, proprio per gli stipendi percepiti tra il 2016 e il 2018 in base a quanto stabilito dalla Corte d’Appello.

È la dimostrazione che non c’è vittoria sul piano legale che tenga e sia stabile e garantita fin quando la Legge è la Legge dei padroni. È la dimostrazione che la lotta nei Tribunali dev’essere ambito della lotta politica, ma non il principale né, men che meno, l’unico. È la dimostrazione che la lotta deve continuare, oltre ogni sentenza o disposizione giudiziaria. Ed è quello che i cinque operai licenziati politici FCA fanno, continuano a fare. Hanno oggi, dalla loro, un vasto movimento di solidarietà popolare e di classe, costruito in anni di lotte, presidi, manifestazioni, cortei, azioni di eclatanti, proteste, attendamenti davanti allo stabilimento e poi al Comune di Napoli e di Pomigliano; uno schieramento di pubblica opinione; l’unità di azione che i tanti, tantissimi compagni e compagne, di tante organizzazioni sindacali, politiche e di movimento, indipendentemente dalla tessera d’appartenenza o dall’appartenenza ad alcun sindacato, partito o movimento hanno saputo dispiegare. È questo il terreno principale sul quale oggi costruire la vittoria di licenziati politici simbolo di una classe operaia che non si arrende, che non si lascia piegare anche quando tutto sembra volgere per il peggio, che continua a dare battaglia.

“L’ossigeno costituzionale” cui fanno appello De Magistris Sindaco di Napoli, artisti ed intellettuali, pezzi della società civile sinceramente democratica che, pressati dalla mobilitazione operaia e popolare, hanno preso e prendono posizione resteranno declamazione di principio se non si impone al Governo in carica e i suoi Ministeri l’osservanza e l’applicazione del dettame costituzionale che afferma come inalienabili il diritto al lavoro, alla casa, alla salute pubblica, a una vita dignitosa, insomma. Difendere la Costituzione significa praticare quei diritti, oltre che farvi appello o limitarsi a rivendicarli.

Affrontare il “caso” dei cinque licenziati politici FCA significa, allora, farlo in via esemplare anche per i tanti altri licenziati che, da un capo all’altro del Paese, vanno moltiplicandosi, perché è da un capo all’altro del Paese che i padroni e i loro politici di riferimento puntano a fare della legge sul “vincolo di fedeltà aziendale” il sistema per aggirare la Costituzione e le conquiste del movimento comunista e operaio e sdoganare, così, su ampia scala, abusi di potere, repressione e libertà di sfruttamento. Significa imporre innanzitutto l’attuazione delle parti progressiste del Contratto di governo che prevede procedure di tutela del lavoro e solidarietà sociale a partire proprio dal Reddito di Cittadinanza. Rendendo pratica quello che le forze di governo hanno promesso in campagna elettorale. Imparando a utilizzare a vantaggio della lotta e dell’organizzazione anche le contraddizioni in seno al Governo e quelle all’interno degli stessi partiti che lo compongono, tra la loro base di aderenti, nella loro base elettorale.

Non erano principalmente “accordi” quelli che dovevano essere presi oggi 23 aprile al tavolo dell’incontro previsto tra una delegazione operaia individuata dai cinque licenziati FCA, il Presidente dell’INPS Tridico e il direttore dell’INPS dell’area metropolitana di Napoli, ma una soluzione per i cinque e l’avvio della lotta per imporre al Governo modifiche in senso positivo della legge che regola l’erogazione del Reddito di Cittadinanza. Non una “soluzione straordinaria per un caso straordinario”, come Tridico ha dichiarato, ma, nell’imporre il riconoscimento del Reddito ai cinque licenziati FCA, un primo momento della lotta

– per abolire dal dispositivo di legge le misure che ne escludono l’erogazione ad altri proletari poveri;

– per equipararlo al massimale del contratto di settore in cui i percettori di Reddito verranno inquadrati;

– per individuare e moltiplicare i lavori di pubblica utilità, invece di limitarli a quelli strettamente necessari per tenere i percettori di Reddito “sotto controllo”;

– per sviluppare controllo popolare da parte delle organizzazioni operaie e popolari su apparati ed enti burocratici di Stato (Ministeri, INPS, Regioni, Amministrazioni, ecc.) quanto all’erogazione del Reddito; contro la corruzione e il clientelismo; perché siano le stesse organizzazioni operaie e popolari a indicare quali siano i lavori di pubblica utilità che servono al territorio e in base ai quali organizzare e coordinare altri disoccupati e precari.

È in parte così è stato. L’INPS ha stilato un comunicato ufficiale con il quale impegna il Governo a rivedere all’anno in corso e non ai precedenti i parametri ISEE utili al riconoscimento del Reddito. Entro maggio 2019 il Governo riconoscerà il Reddito di Cittadinanza ai cinque licenziati. È un primo risultato, che dimostra come la lotta paghi, l’organizzazione e il coordinamento vince, allargare la breccia che le masse popolari hanno aperto nel sistema politico e inchiodare il Governo alle sue stesse dichiarazioni, promesse elettorali e responsabilità è possibile. Quella del Presidente dell’INPS, però, allo stato è solo una promessa. Niente ancora di concreto. Eppure, il “caso” dei cinque licenziati politici FCA e il risultato ottenuto oggi ha permesso non solo di riprendere e far avanzare una lotta che dura da anni, ma di imporre un terreno di lotta nuovo, dove l’erogazione del Reddito di Cittadinanza non è mera misura assistenziale, ma ambito di organizzazione e coordinamento operaio e popolare che scompagina tanto il disegno reazionario di FCA e degli altri padroni che il tentativo di “calmierazione sociale” cui il Governo M5S-Lega punta non sapendo né potendo risolvere le sue contraddizioni interne.

Sostenere attivamente i licenziati politici FCA e tutti gli altri licenziati, disoccupati e precari che i padroni vorrebbero utilizzare come “esercito di riserva” per ricontrattare al ribasso le già difficili condizioni di vita e di lavoro della classe operaia per noi significa assumersi il compito di rilanciare la lotta, passare dalla difesa all’attacco, dalla rivendicazione alla conquista. Su tutto imparare a prevenire le mosse del padrone, costruendo organizzazioni operaie che si occupino delle aziende, impedendone ristrutturazioni o smantellamento, contrastandone la condotta antisindacale e che comincino a ragionare su come dirigerne, autonomamente dai padroni, dalle sue autorità e agenti, il processo produttivo; organismi che sviluppino un potere alternativo in azienda e che preservino l’unità dei lavoratori, ossia che uniscano laddove il padrone ha necessità di dividere per “governare”; organismi che promuovano il coordinamento e l’organizzazione interna ed esterna agli stabilimenti, collegandosi al resto del movimento di resistenza sociale diffuso sui territori, per impedire il manovrare dei padroni, respingere gli attacchi contro altre avanguardie di lotta e altri lavoratori. Una rete di organizzazioni operaie e popolari attive dentro le aziende e sui territori in grado di piegare il Governo alle proprie istanze ed esigenze.

Il moltiplicarsi di coordinamenti operai e popolari anche indipendentemente dalle sigle sindacali o dall’appartenenza ad alcun sindacato come sta sperimentando, tra gli stabilimenti FCA di Torino, Grugliasco, alla IVECO di Brescia, Cassino, Melfi, Pomigliano, il Movimento Operai Autorganizzati Fiat-FCA; il processo di costruzione di un coordinamento nazionale dei siderurgici, lanciato dalle acciaierie ex Lucchini di Piombino e che, seppure a momenti alterni, trova riscontri tanto all’AST di Terni che all’ILVA di Taranto; le lotte in corso alla FCA di Pratola Serra (AV) che oggi escono dallo stabilimento e investono il territorio o quelle, riprese, in SEVEL, ad Atessa (CH); i tanti comitati operai che oggi sono attivi in tanti stabilimenti così come i tanti comitati di scopo che sorgono, agiscono e lottano in aziende pubbliche come quelle sanitarie e sui territori come quelli ambientali sono la base di un’alternativa realistica di potere nelle aziende e nella società. Pongono, cioè, le condizioni per la costruzione di un’alternativa politica per il Paese tutto: un governo di emergenza popolare che faccia fronte agli effetti più gravi della crisi e dia forza e forma di legge ai provvedimenti di volta in volta assunti, caso per caso, proprio dalle organizzazioni operaie e popolari. Il Governo di Blocco Popolare.

I comunisti organizzati nelle fila della Carovana del (nuovo) Partito Comunista Italiano cui il Partito dei CARC è sempre appartenuto sostengono i cinque licenziati politici FCA e la loro lotta per il lavoro e il reddito come pezzo della lotta più generale per promuovere organizzazione e mobilitazione della classe operaia e del resto delle masse popolari, affinché si diano un piano di guerra e gli strumenti per attuarlo e vincere. Perché è una guerra quella che i padroni conducono contro la classe operaia e le masse popolari e allora è guerra quello che dovranno avere.

Puntiamo a vincere! Puntiamo a costruire un nostro governo! La vicenda dei cinque, la loro determinazione e caparbietà, la solidarietà attiva e militante che si è strutturata intorno a loro dimostra che sotto i capannoni FCA così come nel resto della società non regna sfiducia e rassegnazione, ma cova ribellione e voglia di riscatto; dimostra che non importa in quanti si è all’inizio di una lotta: laddove esiste fosse anche un piccolo nucleo di resistenza, se organizzato e deciso a vincere, quella resistenza cresce e si sviluppa; dimostra, su tutto, che i padroni sono forti solo fintantoché la classe operaia e il resto delle masse popolari non si organizzano e fanno valere la propria forza. Facciamola valere, allora. Facciamoci valere.

Solidarietà proletaria incondizionata ai 5 operai licenziati politici FCA!

Costruiamo in ogni azienda e in ogni territorio organizzazioni operaie e popolari!

Avanziamo verso il Governo di Blocco Popolare!

Per il socialismo!

Fino alla vittoria!

La Segreteria federale

Partito dei CARC – Federazione Campania

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