FCA Pomigliano. Aumenta la crisi, aumenta la lotta. Sui licenziamenti politici e gli scioperi interni.

Aumento dei turni, da 10 a 12 e da 15 a 18 a seconda dei reparti; aumento dei ritmi di lavoro (quindi si lavora più ore e si lavora di più per ogni ora); chiamata al lavoro di sabato e domenica che l’azienda vuole pagare come giornate di lavoro ordinario; straordinario a comanda. FCA punta a produrre di più sfruttando sempre di più gli operai in produzione, pur mantenendone altri in cassa integrazione. È costretta a richiamare nello stabilimento di Pomigliano i “confinati” di Nola poiché obbligata da una recente sentenza del Tribunale e, di rimando, amplia il raggio di trasferimento di altri operai ancora da 50 a 300 km di distanza dallo stabilimento madre senza voler pagarne la trasferta. Alla FCA sembra riuscire tanto ad incassare soldi pubblici per la cassa integrazione (misure di ammortizzazione sociale della crisi produttiva) che produrre di più e, quindi, sfruttare di più gli operai per mantenere i margini di profitto, aumentando, così, le auto invendute nei piazzali per poi “patire miseria” allo Stato per la crisi produttiva, nonostante si sia data un piano industriale che non prevede nuovi modelli e cessa la produzione del diesel senza piani riconversione di sorta. Alla FCA sembra riuscire tutto. Sembra. Perfino licenziare impunemente le avanguardie di lotta come i 5 operai del Si.Cobas di Pomigliano, ancora in lotta, dopo anni, per il reintegro sul posto di lavoro o, nei giorni scorsi, l’operaio Giovanni Balzamo, iscritto FIOM, esempio di determinazione e coraggio per altri operai e che, pertanto, l’azienda ha prima isolato in una postazione senza altri testimoni e messo sotto stretta attenzione di tempisti e caporeparto, poi gli ha imputato il mal funzionamento di un macchinario in realtà già difettoso, fino a costringerlo all’errore ed avere così pretesto per il licenziamento in tronco.

Il messaggio è chiaro: chi si oppone ai nuovi ritmi frenetici, ai sabato lavorativi, allo straordinario comandato, alle trasferte non retribuite, alla riduzione delle pause e tutto quanto unilateralmente l’azienda ha disposto per mantenere il margine di profitto aumentando lo sfruttamento degli operai sarà punito. Un monito ed una pratica, quella di FCA, per colpire gli operai più combattivi ed educare alla sottomissione tutti gli altri.

Così FCA è “normalizzata”. Ogni agitazione operaia e sindacale, pena rappresaglia aziendale, pare pacificata. Pare.

Invece, tra la fine di febbraio scorso e gli inizi di marzo è stato fermo produttivo. Gli scioperi spontanei al reparto presse e allo stampaggio hanno bloccato lo stabilimento di Pomigliano. I capireparto mandati a lavorare in linea dai padroni al fine di sopperire alle braccia incrociate di operai stufi dei continui sacrifici che l’azienda impone “per restare aperta” e i richiami al “senso di responsabilità” che le direzioni sindacali confederali intimano senza sosta non bastano. Due o tre giorni di sciopero a oltranza. Adesione 100/100 su tutti e tre i turni di giornata. Scioperi che, a singhiozzi, procedono fino ad oggi. Uno stato di agitazione spontanea attraversa lo stabilimento, di reparto in reparto. Sono gli operai che dimostrano che non è il padrone ad essere forte quando fanno valere la loro forza. E quando si organizzano, la loro forza non ha limiti. Perfino fermare la filiera di un colosso come FCA. Perché quel colosso ha i piedi di argilla. Colpito sul profitto, interrotta la continuità produttiva, ossia la “normalità” dei rapporti di sfruttamento capitalistico, si piega, reagisce scompostamente, mostra la sua debolezza.

Lo sciopero interno apre oggi una possibilità importante ed è carico di insegnamenti. È la dimostrazione che la classe operaia non è pacificata, ma, laddove si organizza, rompe la concertazione, la delega in bianco a vertici sindacali di categoria collaborazionisti con i padroni e dà battaglia è in grado di costringere finanche quei vertici a dover rivendicarsi (rincorrere) la mobilitazione, come nel caso della FIOM o, d’altro canto, a contrapporsi frontalmente, alle loro stesse basi, come nel caso della FIM e della UILM, della FISMIC e dell’UGL, tutti in combutta con l’Associazione Quadri FCA. È la dimostrazione che la classe operaia, partendo pure da un solo reparto, è in grado di estendere e rafforzare la sua resistenza, da linea a linea, da reparto a reparto e, quindi, in prospettiva, da stabilimento a stabilimento e poi in altre aziende e fabbriche e sui territori, dove altri sindacati come il Si.Cobas FCA Pomigliano e l’USB Campania hanno già indetto mobilitazioni e, il prossimo 12 giugno, una giornata di sciopero in solidarietà agli operai FCA e contro i licenziamenti politici cui l’azienda ricorre sempre più spesso.

Gli operai di Pomigliano vivono le stesse problematiche e contraddizioni degli operai di altri stabilimenti FCA. Il loro esempio, oggi, diventa miccia per una campagna di mobilitazione, in tutto il gruppo FCA e dentro e fuori quegli stabilimenti: non esiste un “problema Pomigliano” che l’azienda o i sindacati devono gestire o i governi risolvere per delega, esiste la crisi generale del capitalismo che mette in crisi ogni azienda. Mirafiori è ridotta a lumicino, Cassino, Melfi e Termoli procedono a singhiozzi, Pratola Serra è condannata alla chiusura se non viene riconvertita. E se pure fosse vera la storiella dei 5 miliardi di euro di investimenti per la nuova 500 elettrica che Manley e gli Agnelli-Elkan hanno prima presentato, poi ritirato, non basterebbero comunque per garantire fosse pure il solo quadro occupazionale attuale del gruppo FCA. Per tutti gli stabilimenti, cassa integrazione, riduzione dei salari e condizioni di lavoro insostenibili. Per tutti, però, anche nuclei di resistenza operaia che vanno diffondendosi, indipendentemente dalle sigle sindacali di riferimento dei singoli operai o dall’appartenenza a nessun sindacato. Nuclei organizzati di operai che, se decisi a vincere, allargano il fronte della lotta, fanno scuola di organizzazione e coordinamento, si pongono come centri autorevoli per altri operai tanto da costringere il padrone al fermo e a contromisure d’urgenza; gli eletti nelle Istituzioni e le autorità a prendere posizione e muoversi; i sindacati a rimettersi al servizio della classe operaia o ad abbassare la maschera. Altro che “pacificazione”, allora! È il fuoco che cova sotto la cenere! La questione, allora, non è intestarsi gli scioperi, fosse pure per estenderli in intensità e durata, gestirli o rappresentarne le istanze. L’aspetto decisivo è costituirsi come centri autorevoli di organizzazione e coordinamento di una classe operaia che non si lascia domare. Che facciano questo i sindacati più combattivi, invece che la concorrenza tra loro a tutto vantaggio del padrone!

Gli operai sanno che nessuna lotta o vertenza può essere affrontata e men che meno vinta sul solo piano economico-rivendicativo. Va diffondendosi la consapevolezza che sono necessarie soluzioni politiche.

In questo senso, il governo Conte-DiMaio-Salvini è, in una certa misura, un’“opportunità” per la classe operaia e il resto delle masse popolari, proprio perché è un governo provvisorio e contraddittorio. La strettoia nella quale si trova il governo è: soddisfare le classi dominanti oppure realizzare le promesse elettorali per non inimicarsi gli operai e le masse popolari e, quindi, ad esempio, abolire la riforma Fornero, nazionalizzare le aziende strategiche del Paese, rivedere il Job’s Act, reintrodurre l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, ecc. Dipende dalla classe operaia e dal resto della masse popolari organizzate quello che farà il governo! Altro che “lasciamoli lavorare”! Il 4 marzo gli operai e i lavoratori delle grandi aziende capitaliste e pubbliche del Paese sono stati i principali artefici, con il proprio voto, della batosta ricevuta dai partiti delle “larghe intese” della classe dominante (Vaticano, Confindustria, UE e USA), dei padroni e dei loro tirapiedi e lacché. Adesso è tempo di chiedere il conto. Adesso è dalle aziende del Paese che deve partire la mobilitazione per esigere la fine alle politiche antioperaie e antipopolari e il rispetto della sovranità popolare! 

Ecco perché oggi opporsi alle politiche padronali è solo il primo passo. Bisogna prendere in mano la gestione delle aziende e della società, stendere piani alternativi a quelli aziendali, imporli al governo e farli valere indipendentemente dagli enti e dalle autorità costituite, affinché le aziende producano non più profitti per i padroni, ma beni e servizi per la collettività! Piani che innanzitutto salvaguardino il lavoro e la sicurezza sui luoghi di lavoro, piani in base ai quali si produca quello che serve, si distribuisca tutto!

Bisogna che gli operai si mettano alla testa del processo, mobilitino e si mobilitino, dentro e fuori agli stabilimenti. Bisogna che usino ogni mobilitazione per imporre l’attuazione delle parti progressiste del Contratto di Governo e misure urgenti per fronteggiare la crisi in corso! Bisogna che usino la campagna elettorale per le prossime Europee per imporre ai candidati di fare fin da subito quello che verranno a promettere davanti agli stabilimenti chiedendo il voto operaio o che farebbero se e quando eletti. Bisogna che usino ogni conflittualità per creare e rafforzare legami e organizzazione tra operai, lavoratori, masse popolari, azienda per azienda, città per città, territorio per territorio. Ricostruire Consigli di fabbrica e organismi operai in ogni stabilimento e coordinare organismi operai e popolari fuori dagli stabilimenti, affinché si occupino della salvaguardia delle aziende, prevengano le manovre del padrone (chiusura, morte lenta delle aziende, delocalizzazione, ecc.) e facciano fronte comune per combattere il degrado sociale e ambientale che va diffondendosi nelle nostre città e territori.

Uniti si può vincere! Gli operai sono la spina dorsale del Paese, ma i numeri della classe operaia  pesano sulla bilancia della Storia solo quando sono uniti dall’organizzazione e dalla coscienza. In ogni azienda approfittiamo della situazione politica per costruire la riscossa della classe operaia e delle masse popolari! Bisogna che ogni lotta rafforzi le altre e le estenda! Rafforzi la mobilitazione e l’organizzazione della classe operaia e delle masse popolari, fino a renderle abbastanza forti da imporre un proprio governo di emergenza, composto da esponenti e personalità di fiducia delle organizzazioni operaie e popolari e che traduca in provvedimenti di legge quello che le stesse organizzazioni operaie e popolari indicheranno loro!

Gli operai non hanno bisogno di un nuovo piano industriale del padrone, ma possono e devono imparare a far da sé, coordinandosi con altri lavoratori e il resto delle masse popolari per costruire il Governo di Blocco Popolare, un governo che assegna un lavoro utile e dignitoso a ogni adulto, fornisca a ogni azienda quello che serve per funzionare e che assegni compiti da svolgere. Di lavoro da fare ce n’è tanto e oggi ci sono le conoscenze e i mezzi per farlo, ma ci vuole una direzione che combini gli sforzi di tutti.

Da che cosa cominciare? Gli operai devono

organizzarsi e coordinarsi tra loro e con altri ambiti del movimento di resistenza sociale al procedere della crisi generale del capitalismo, facendo valere capacità di lotta e organizzazione e la propria l’esperienza a sostegno delle mobilitazioni del resto delle masse popolari (diritto alla salute, all’istruzione, alla casa, contro le spese militari e la guerra, per il diritto a vivere in un ambiente salubre e in quartieri dignitosi);

far valere la loro forza nella lotta per cancellare dalla storia la classe padronale e parassitaria che ingrassa sul loro lavoro e farla valere per far funzionare la società intera come già sono abituati a lavorare loro (il lavoro di uno dipende dal lavoro di migliaia di altri e ogni individuo senza il collettivo non è in grado di svolgere il proprio compito, il collettivo fa quello che nessun individuo è in grado di fare).

Queste due cose gli operai possono impararle tanto più in fretta e su ampia scala solo rimettendosi alla scuola del partito comunista. È il partito comunista che può valorizzare le spinte positive che esistono già in ogni situazione e unirle in un unico movimento con il medesimo obiettivo: portare gli operai a governare la società.

Questo concretamente significa avanzare nella lotta per la costruzione di un’alternativa di classe, di sistema, di potere al capitalismo in crisi irreversibile: il socialismo!

 

Segreteria federale Campania – Partito dei CARC

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