[Italia] Accontentarsi della società borghese: l’esempio di Contropiano

Trasmettiamo un contributo che ci giunge da un nostro assiduo lettore, occasione per sviluppare il dibattito franco e aperto su questioni attuali quali “Industria 4.0”-

“Compagni dell’Agenzia Stampa “Staffetta Rossa” del P. Carc, oggi 2 Novembre su Contropiano.org viene pubblicato, a firma Stefano Porcari, un articolo su Industria 4.0, uno dei tanti su questo tema pubblicati sulla testata on line della Rete dei Comunisti. L’articolo prende dati da “Il Sole 24 Ore” per descrivere bene l’insieme di procedure economiche pubbliche messo in atto dal governo Renzi-Gentiloni per favorire i gruppi capitalisti italiani nella concorrenza tra gruppi imperialisti a livello mondiale. La crisi spinge sempre di più ogni singolo capitalista e ogni governo della borghesia ad una guerra economica spietata con altri capitalisti e paesi imperialisti, che si traduce, in una delle sue forme, in spoliazione delle ricchezze pubbliche e delle risorse delle masse popolari. E’ questo che mette in luce l’articolo di Stefano Porcari, sottolineando che però lo stato italiano nulla fa per i disoccupati che il “piano” Industria 4.0 produce. Ma ciò lo comprende anche un lettore attento, con una certa cultura e intelligenza, che sfoglia la mattina al bar “Il Sole 24 Ore”. Non ha bisogno di certo di uno che si definisce comunista per fare ciò. Un comunista o uno che vuole definirsi tale, a fronte del disastro in cui la borghesia conduce le masse popolari, deve sì spiegare e denunciare le malefatte dei governi espressione della classe dominante, ma al tempo stesso deve dare una lettura della società che sia lungimirante e di prospettiva, che dia alle masse popolari e in primis alla classe operaia una risposta valida a quello che è il futuro a cui devono aspirare, per il quale devono lottare e che devono costruire. “Tanti soldi all’Industria 4.0. Poco o niente per i disoccupati che produce” è un articolo che già dal titolo merita di essere non letto: la morale che c’è dietro è che tutto sommato va bene che la borghesia si finanzi la sua industria e crei disoccupazione, basta che elargisce elemosine e carità per le vittime della sua distruzione di posti di lavoro. E’ lo stesso discorso, a grandi linee, di Papa Bergoglio che, la domenica dall’alto del suo leggìo in Vaticano, denuncia la cattiveria del sistema borghese e dice che bisogna essere più buoni con i poveracci, ma non dice che i poveracci devono organizzarsi per costruire una società diversa da quella capitalista, una società socialista. Vuol dire accontentarsi della società borghese, mantenere la divisione in classi!

Industria 4.0 e la mole di investimenti che la borghesia fa per migliorare il sistema produttivo libera tempo di lavoro, che solo in virtù dei rapporti di produzione in atto (e quindi la proprietà privata dei mezzi di produzione) produce disoccupazione e miseria. Oggi ogni comunista deve mobilitare ogni operaio sulla strada della rivoluzione socialista per costruire il socialismo in Italia. Solo nel socialismo, ovvero con il controllo da parte della classe operaia sui mezzi di produzione, lo sviluppo tecnologico produrrà benessere e tempo libero che ogni elemento delle masse popolari potrà dedicare alle attività specificamente umane: all’attività politica, culturale, al volontariato, a costruire e sviluppare relazioni umane superiori. Ogni tentativo di spiegare gli effetti nefasti di Industria 4.0, ogni tentativo di denuncia del volto criminale dei governi della Repubblica Pontificia, seminano sfiducia e disfattismo se non sono legate ad una prospettiva, ad una alternativa, che i comunisti promuovono e sul cui terreno organizzano le masse popolari. Questa prospettiva deve essere la costruzione del socialismo in Italia.

Romeo C.”

***

Tanti soldi all’industria 4.0. Poco o niente per i disoccupati che produce

di Stefano Porcari

La seconda fase del piano “Industria 4.0” – che il governo ha ridefinito come “Impresa 4.0“ – ha confermato l’enorme mole di finanziamenti alle imprese tramite le proroghe per “iper” e superammortamento. A questi va aggiunta una novità: il credito d’imposta per la formazione in attività “4.0”. Una montagna di soldi per l’automazione delle fabbriche ma che, oltre ai profitti aziendali, produrranno maggiore disoccupazione tecnologica. E qui si apre una questione decisiva.

Il prolungamento dei benefici fiscali vigenti sull’acquisto o il leasing di macchine utensili e impianti vede un impegno stimato per lo Stato di circa 8,2 miliardi spalmato però in 10 anni in termini di cassa. I primi effetti relativi agli investimenti effettuati nel 2018 si faranno sentire nel 2019, per 903 milioni totali tra iperammortamento al 250% per i beni tecnologici, superammortamento al 140% per i software (sempre che l’acquirente abbia effettuato anche un investimento coperto dall’«iper»), superammortamento ridotto al 130% per tutte gli altri beni strumentali “tradizionali”. La relazione tecnica stima poi un effetto finanziario di 1,7 miliardi nel 2020, 1,5 miliardi nel 2021, 1,3 miliardi nel 2022 e altrettanti nel 2023, 848 milioni nel 2024, 341 milioni nel 2025, 54 milioni nel 2026, 139 milioni nel 2027, 39 milioni nel 2028. In totale saranno 17 miliardi di euro.

Le stime si basano su di una ricognizione degli investimenti annui che potrebbero essere effettuati: circa 16,8 miliardi in beni tecnologici, 3,3 miliardi in software e 93,5 miliardi in altri beni strumentali. Occorre rammentare che per i beni tecnologici e i software la proroga riguarda gli investimenti effettuati nel 2018, con coda al 31 dicembre 2019 per la consegna dei beni se entro il 31 dicembre 2018 l’ordine risulta accettato ed è stato versato un acconto di almeno il 20 per cento. Per i beni tradizionali la proroga si ferma alle consegne da effettuare entro il 30 giugno 2019

Vengono estesi anche i tempi per usufruire della cosiddetta “Nuova Sabatini”, la misura che attraverso contributi statali abbatte gli interessi su finanziamenti per l’acquisto di macchinari. Lo strumento viene rifinanziato con 330 milioni tra il 2018 e il 2023 e di conseguenza i termini per la concessione dei finanziamenti delle banche sono prorogati fino all’esaurimento delle risorse disponibili. Almeno il 30% dei fondi sarà riservato a investimenti che ricadono nella definizione e nel perimetro tecnologico di “Industria 4.0”.

Infine, ma non per importanza, ci sono 250 milioni, limitati a un anno, dello stanziamento di risorse pubbliche per il nuovo credito d’imposta per la formazione in attività legate a industry 4.0, risorse un po’ al di sotto rispetto alle ambizioni iniziali del governo. Il beneficio fiscale sarà del 40% (e non del 50%), fino ad un importo massimo annuale di 300mila euro (si puntava ad 1 milione) e sarà usufruibile solo per il periodo di imposta 2018 (si pensava a un arco triennale). Per il capitolo “competenze” di Industria 4.0 la legge di bilancio mette in campo anche un rifinanziamento per l’attività degli Istituti tecnici superiori, cioè le scuole di tecnologie post diploma: 5 milioni per il 2018, 15 milioni per il 2019 e 30 milioni a decorrere dal 2020.(Sole 24 Ore del 1/11)

Dunque per sostenere l’automazione delle imprese, il governo attuale e quello che emergerà dalle elezioni del 2018, hanno già impegnato risorse consistenti, oltre quelle già previste nella Legge di Stabilità. Completamente rimosse però sono le conseguenze occupazionali e sociali dell’automazione. Più robot al lavoro significa meno uomini e donne in carne ed ossa al lavoro, e siccome di riduzione dell’orario di lavoro non si sente parlare da nessuna parte (se non tra gli obiettivi dello sciopero generale del 10 novembre), ciò significherà un aumento della disoccupazione tecnologica. A fronte di questo aumento di quella che Marx definiva la composizione organica del capitale, non appare affatto scontato che ciò significhi maggior lavoro in settore connessi o diversi da quello automatizzato, anzi.

I nuovi manuali degli istituti ispirati al neo o all’ordoliberismo, consegnano il problema alla gestione dei sistemi di welfare che sempre più somigliano a circuiti allucinanti di criminalizzazione dei disoccupati e degli espulsi dal mercato del lavoro. Se perdono o non trovano un lavoro è colpa loro e del loro deficit di capacità nel trovarsene uno nuovo. Ragione per cui il sistema interviene solo attraverso il lavoro coatto. Scenari distopici e dispotici allo stesso tempo ma estremamente reali. Una catena da spezzare, come quella delle vecchie e delle nuove schiavitù su cui si va definendo il mercato del lavoro 4.0.

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