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[Italia] Riflessioni sul film Bronte, diretto da Florestano Vancini (1972)

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Luglio 9, 2017
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Ci giunge da un nostro lettore una recensione sul film Bronte, un lavoro cinematografico che consigliamo a tutti di riprendere e di rivalutare alla luce del contributo del compagno Vincenzo.

***

Elementi di Storia d’Italia

Il film Bronte è uno straordinario spaccato di quella che è stata la repressione contadina durante il periodo dell’unità d’Italia. E’ reperibile su youtube  (link https://www.youtube.com/watch?v=N5w8LLk_6O). Sempre su youtube è presente un filmato (link https://www.youtube.com/watch?v=7e2Hfg7oGhc) in cui nell’Agosto 1993 Florestano Vancini, il regista, parla (a Bronte) del suo film spiegandone la realizzazione e il perché non fu girato a Bronte. Nella stessa occasione denuncia le violente polemiche suscitate all’uscita sia da destra che da sinistra e il tentativo di ostacolarne l’uscita. Inoltre al link (https://www.youtube.com/watch?v=LVbtYwsyx5Y) è presente un video della presentazione del libro “La Rivolta. Bronte 1860” scritto dalla studiosa storica Lucy Riall dopo una lunga raccolta di documenti presi principalmente nella Ducea di Nelson. Questo è un complesso monumentale donato agli Inglesi nel 1799 dal Granduca di Toscana Ferdinando III, marito di  Luisa Maria Amalia Borbone, per aver soffocato la realizzazione della Repubblica Napoletana. Nel video, per chi vuole vedere con gli occhi giusti, è possibile comprendere il contesto in cui si svolgeva la rivolta di Bronte.

In breve il film.

In quell’epoca, si parla del 1860, la condizione della stragrande maggioranza dei contadini era tra le più misere che si potessero immaginare. Vivevano in case simili a stalle, non erano padroni di niente, neppure di un piccolo pezzo di terra, i più fortunati avevano qualche animale. I signorotti locali, i latifondisti e l’apparato di burocrati che li difendevano rendevano schiavi i contadini, li salassavano di tasse e se non riuscivano a pagarle pignoravano gli animali e il raccolto. La discesa di Garibaldi inviato dai Savoia porta tra la popolazione contadina sentimenti di speranza e di libertà. Ben presto i contadini si rendono conto però che i Savoia volevano sì liberare la Sicilia dai Borbone, ma imponendo la libertà dei Savoia. La libertà conquistata con la ribellione armata dai contadini di Bronte che ammazzarono 16 tra i “cappelli” del paese ben presto risultò chiaro a tutti essere diversa dall’idea di libertà propagandata dai Garibaldini, e fu spazzata via dall’arrivo di Nino Bixio, generale dell’armata di Garibaldi, che fece processare e fucilare i capi della rivolta contro gli agrari e i possidenti locali. La libertà dei Garibaldini era quella di costruire un’Italia unita dove in sostanza la divisione in classi restava la stessa e cambiavano solo i vertici del regime.

Questi in sintesi i fatti accaduti, ma mi preme soffermarmi su alcuni aspetti che il film mette in luce:

  1. Le condizioni oggettive di disperazione in cui vivevano, l’idea di libertà e la prospettiva di una società migliore, con la ridistribuzione delle terre a chi lavora, ha reso i contadini consapevoli delle proprie capacità e dei propri mezzi e li ha fatti insorgere contro gli agrari e i burocrati loro affiliati.
  2. Nell’ambito degli stessi agrari, possidenti e burocrati da un lato alcuni hanno fatto accordi con gli Inglesi di stanza a Bronte (che appoggiavano i garibaldini, tradendo i Borboni che avevano concesso loro terre e possedimenti come la Ducea di Nelson) e hanno spinto i filo-borbonici come il notaio Cannata a prendere il comando della guardia nazionale, nel tentativo di indirizzare la mobilitazione verso di lui, consapevoli che sarebbe stato spazzato via e per cercare di evitare loro stessi quella fine.
  3. Tra i “cappelli” (ricchi, possidenti, notai, avvocati ecc) uno sincero tra questi si è schierato dalla parte della rivolta, l’avvocato Antonio Lombardo che ha cercato di prendere in mano la mobilitazione contadina. In parte ci è riuscito, in parte no. I contadini hanno tentennato sempre tra il seguire Lombardo e il seguire Gasparazzo, capo dei carbonai e avanguardia della ribellione. Fin quando questi hanno seguito Gasparazzo non si sono fatti imbrogliare dalle promesse degli agrari e dei preti, che cercavano una mediazione al conflitto, e sono andati avanti facendo pulizia dell’aristocrazia terriera, uccidendone gli esponenti e bruciando le loro case. In sostanza sapevano che l’unica libertà che potevano ottenere sarebbe stata quella che si costruivano da soli.
  4. All’arrivo del colonnello Poulet gli uomini di Gasparazzo inizialmente volevano combatterlo e respingerlo, successivamente con la mediazione dei preti desistettero e si ritirarono sulle montagne. Questo segnò l’evento secondo me decisivo della rivolta di Bronte, e cioè la resa dell’avanguardia. Fermatasi l’avanguardia si fermò la rivolta, e ciò permise a Nino Bixio di entrare in città e svelare la menzogna propagandata per verità dai mille di Garibaldi: processò e fece fucilare 5 capi della rivolta, tra cui l’avvocato Lombardo che, tra le figure arrestate, era quello che più desiderava la fine dei conflitti e che personalmente non si era macchiato di nessun delitto.
  5. Nino Bixio da una parte doveva schiacciare i Borbone, dall’altra non poteva permettere che i contadini acquisissero tanta forza rivoluzionaria da mettere in discussione le stesse leggi Garibaldine. Per questo motivo represse ferocemente i contadini ribelli. Il livello elevato di repressione denota la grande efficacia della mobilitazione. I contadini si posero come nuove autorità, processarono e presero in mano il municipio, bruciarono le carte catastali in virtù di una nuova distribuzione delle terre.
  6. I preti hanno prima strizzato l’occhio ai contadini, per salvarsi la pelle, poi l’hanno strizzato a Bixio e alle sue truppe. Gli hanno offerto ospitalità e ristoro e dato loro sostegno logistico durante la rappresaglia contro i contadini.

Questi sei aspetti principali emersi sono aspetti riconducibili a principi e criteri generali, in particolare:

  1. La classe dominante educa le classi sottomesse a pensare in un certo modo, limita il loro pensiero e di conseguenza la loro azione. La consapevolezza di mezzi superiori, che una società diversa è possibile far rompere gli schemi in cui le classi dominanti limitano le masse popolari.
  2. I sinceri democratici moderati (nel caso di Bronte possono essere identificati nell’avvocato Antonio Lombardo, anche se non è proprio il termine adatto) hanno due scelte: o abbracciare la ribellione e andare fino in fondo con essa, oppure vengono spazzati via dalla repressione se non si schierano apertamente dalla parte delle classi dominanti. Non c’è possibilità di stare nel mezzo.
  3. L’avanguardia è quella che dà direzione e alimenta la rivoluzione. Se l’avanguardia si arrende (non supera) ai propri limiti, il movimento rivoluzionario si ferma e lascia campo libero alla mobilitazione reazionaria.
  4. La ferocia della repressione è sinonimo dell’efficacia della mobilitazione rivoluzionaria. A una parte della borghesia fa comodo la mobilitazione rivoluzionaria (come nella Russia zarista per rovesciare lo zar) ma dall’altro lato deve reprimerla per non farsi spazzare via.
  5. Il ruolo del Vaticano è sopravvissuto a tanti secoli per la sua capacità di adattarsi alle situazioni che via via venivano a crearsi.

In definitiva questo film è fonte di numerosi insegnamenti, permette di avere un’idea chiara di quella che è stata l’unificazione d’Italia, se lo si vede con gli occhi giusti. Il brigantaggio è stato tutt’altro che un movimento di delinquenti. Colpiva i ricchi, i latifondisti e i signori corrotti e sanguinari che governavano i territori del sud dell’Italia. E’ stato un vasto movimento di resistenza popolare degli strati più bassi della popolazione che lottava per dare la terra a chi lavora, e il suo limite è stato quello di non avere una prospettiva più ampia, principalmente perché il movimento comunista era ancora agli inizi del suo sviluppo. In alcuni casi ha creato delle vere e proprie forme di autogoverno. Il brigantaggio iniziò molto prima dell’unificazione e assunse inizialmente un carattere anti-borbonico e continuò anche dopo l’unificazione combattuto dalle truppe risorgimentali dove il governo sabaudo si era affermato. E’ stato proprio grazie al carattere politico che assunse (anti-borbonico prima, e poi anti-Savoia), al di là della visione dispregiativa che ne viene proposta, che divenne un fenomeno diffuso in tutto il meridione.

La sinistra borghese (una parte di essa) tende a discriminare il fenomeno del brigantaggio, a non esaminarlo in maniera scientifica, definendolo come un fenomeno progressista solo quando questo si muoveva in chiave anti-borbonica, e sostenendo che questo (il brigantaggio) manifestasse il suo limite e i suoi aspetti di arretratezza quando si muoveva in chiave anti-Savoia. In effetti il brigantaggio in molti casi è stato pilotato e diretto dalle forze filo-borboniche (principalmente francesi) per eliminare il potere sabaudo instauratosi nel meridione (in Basilicata alcuni gruppi di briganti venivano finanziati dalla famiglia francese Murat-Napoleone per poter generare ingovernabilità e favorire il loro ritorno). Ma il brigantaggio inizia molti anni prima della spedizione dei Mille.

Ciò che avvenne è che prima il governo sabaudo, cavalcando l’onda del malcontento popolare, alimentò la rivolta dei contadini diffondendo idee di libertà e giustizia sociale, ma poi il suo tentativo di mettersi a capo della mobilitazione  fallì nel momento in cui, per mantenere il potere, doveva necessariamente reprimere le masse che aveva invogliato a ribellarsi. E’ chiaro che il governo sabaudo non poteva concedere la libertà che i contadini desideravano, quindi le terre dei padroni, perché il suo ingresso nell’Italia meridionale fu appoggiato proprio da una parte dei latifondisti meridionali in contrasto con il governo borbonico, che non si sarebbero mai liberati delle proprie terre.

Sul libro “Il proletariato non si è pentito” a cura di Adriana Chiaia viene descritta con grande efficacia la durezza della repressione nei confronti dei briganti. Non riuscendo a distruggere il fenomeno con il solo esercito, con le deportazioni di briganti e di intere famiglie, con le fucilazioni, il nuovo governo prima chiese (e in molti casi costrinse) alla popolazione di sottoscrivere una quota per il risarcimento alle vittime del brigantaggio, poi utilizzò gran parte di quel denaro per poter dividere i briganti dai legami con la popolazione stessa, istituendo taglie e premi a chiunque avesse concorso alla loro cattura o uccisione, creando quindi in un contesto di estrema povertà come quello meridionale le condizioni per far si che molti si dissociassero. In alcuni casi la repressione si scagliò contro le stesse autorità che cercavano un punto d’incontro con i capi delle bande, promettendo riduzioni di pena in cambio della loro costituzione. Il governo “progressista” sabaudo tanto amato a molti esponenti della sinistra borghese ha in definitiva ucciso circa 5mila briganti, altri 5mila li ha arrestati e/o deportati.

Vincenzo P

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