Riceviamo e pubblichiamo da un nostro lettore assiduo.

“Circa due settimane fa il manifesto ha pubblicato un articolo sulla condizione dei lavoratori dello spettacolo in Italia. Un articolo che prende le mosse da un’inchiesta, realizzata dal SLC CGIL, che traccia un quadro sconfortante, in linea con il catastrofico corso delle cose che la borghesia impone alle masse popolari.

Alla maggioranza di coloro che cercano di fare di una passione (l’arte, la musica, lo spettacolo) la loro professione, soprattutto ai giovani, è riservato un destino di precarietà, lavoro nero, scarsi guadagni, assenza di tutele, che rende loro necessario trovarsi altri lavori (il più delle volte anche questi precari, incerti, sottopagati) rinunciando alle loro migliori aspirazioni e alla possibilità di dedicare la propria vita alle attività propriamente umane[1].

Del resto “altri sono pagati per pensare”, ad altri, ovvero alla borghesia e alle classi dominanti, è riservata la possibilità di accedere al patrimonio artistico e culturale che l’umanità ha accumulato.Alle masse popolari,chiamate principalmente a “produrre, consumare e crepare”, non rimangono che l’intossicazione e la diversione dell’arte e della cultura “di massa”, che veicolano idee malsane, evasione dalla realtà, pulsioni autodistruttive (“sesso, droga e rock &roll”).

Insomma, la crisi generale del sistema capitalista, non è solo crisi economica (che è l’aspetto dirigente, quello da cui discendono tutti gli altri) e crisi politica, ma anche crisi culturale e chi cerca tramite l’arte di veicolare messaggi, sentimenti e concezioni alternativi a quelli che la borghesia alimenta, chi si pone fuori dalle logiche di profitto e di mercato è tagliato completamente fuori. Il suo non è nemmeno considerato un lavoro, ma tutt’al più una perdita di tempo, un’attività per perdigiorno e sfaccendati che non hanno niente di meglio da fare che dedicarsi ad un’attività sostanzialmente improduttiva.

A fronte di tutto questo numerose sono le esperienze di mobilitazione e di organizzazione degli artisti sviluppatesi in questi anni. Basti pensare alla rete dei teatri occupati (dal Valle di Roma al Macao di Milano) o ai tanti spazi restituiti ad uso collettivo e destinati ad attività culturali (ex Asilo Filangieri e Galleri@rt a Napoli, Cavallerizza a Torino, ecc.) o ancora ai vari collettivi di artisti che in vario  modo si interessano delle lotte sociali in corso nel paese e si collegano ad esse (su tutti vale l’esempio del Collettivo Insorgenza musica di Napoli che sta sostenendo attivamente la lotta degli operai FIAT di Pomigliano contro le deportazioni a Cassino). Sono tutti esempi di artisti che rompono con l’individualismo e l’idealismo tipici dell’arte e della cultura borghese e 1. Si organizzano collettivamente per far fronte alle loro specifiche problematiche e sperimentare soluzioni dal basso; 2. Si coordinano con il movimento di resistenza alla crisi che sta montando e avanzando nel Paese; 3. Contribuiscono all’applicazione delle parti progressiste della Costituzione che, all’articolo 9 promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca.

Il Partito dei CARC sostiene gli artisti che si mettono su questa strada e li invita a partecipare alla realizzazione della VII edizione della Festa Nazionale della Riscossa Popolare. Il contributo degli artisti alla Festa della Riscossa Popolare, che quest’anno avrà al centro l’applicazione delle parti progressiste della Costituzione, non va inteso come cessione gratuita di una prestazione lavorativa ma come partecipazione e sostegno all’organizzazione e alla mobilitazione delle masse popolari, il cui protagonismo è l’unica molla che può salvare il Paese e risollevarlo dalla crisi generale in cui la borghesia lo impantana.

La più alta forma di creatività è fare la rivoluzione socialista e costruire l’unico mondo in cui non ci sono esuberi. La riscossa popolare è in corso e abbiamo bisogno di intelligenze, caparbietà e costanza di chi fa dell’arte il suo mestiere. Organizziamoci e coordiniamoci per prenderci quello che è nostro!

Vincenzo Bonino”

***

Di seguito l’articolo de Il Manifesto

Vita da artisti in Italia, il lavoro autonomo chiede diritti e tutele

Quinto stato. Il mondo degli intermittenti dello spettacolo in una ricerca Slc Cgil I bisogni: equo compenso e reddito in caso di disoccupazione

Vita da artista e lavoro autonomo. Un binomio, quello tra professione «creativa» e lavoro alla ricerca di diritti quasi sconosciuto in Italia, tanto per le istituzioni quanto per i diretti interessati esposti alla cultura dell’«imprenditore di se stesso».

UN’IPNOSI diffusa nel lavoro culturale e più in generale in quello indipendente nel mondo esposto può essere interrotta leggendo «Vita da artista», una ricerca realizzata da Daniele Di Nunzio, Giuliano Ferrucci e Emanuele Toscano per la Slc-Cgil, presentato ieri a Roma al teatro Sala uno. Non nuovi all’esplorazione dei professionisti indipendenti, i ricercatori hanno ricevuto 3.856 risposte ai loro questionari, e ne hanno analizzati 2.090. E finalmente hanno fatto chiarezza in una costellazione che conta su 136.571 artisti, tanti ne risultavano all’Inps nel 2015. Più della metà sono attori, seguono i concertisti e gli orchestrali, i danzatori, i lavoratori della moda e della figurazione, i cantanti.

CHI FA SPETTACOLO è in maggioranza sotto i 45 anni e si dichiara un «lavoratore autonomo con scarsi diritti e tutele» e chiede maggiore continuità occupazionale con più tutele (80%). La formula più diffusa tra gli interpellati è il contratto a tempo determinato (80%), mentre quello stabile è un’eccezione (10%). Il contratto più frequente è quello temporaneo: nel 2015 ha interessato due lavoratori su tre. La partita Iva è stata usata nel 22% dei casi, mentre il ricorso al voucher – ora abolito – è aumentato in due anni dal 5,4% nel 2014 al 9,2% nel 2015. Il ricorso a queste formule avviene nel corso dell’anno: la stessa persona lavora con la partita Iva, con un contratto o la cessione dei diritti d’autore o d’immagine. La pluricommittenza riguarda il 44% dei casi, mentre solo il 21% è monocommittente. I guadagni sono molto magri: 5430 euro medi all’anno. Una cifra che dipende dal numero delle giornate e della paga. L’83% delle donne guadagna meno di 10 mila euro nel 2015, contro il 71% degli uomini. In molti denunciano la piaga del lavoro indipendente: il ritardo dei pagamenti. Solo un artista su quattro è pagato puntualmente, il 21% con ritardi tra 3 e sei mesi, il 10% dopo sei mesi. Con garanzie contrattuali scarse, e tutele sociali inesistenti, ricevere un prestito da una banca è un impresa, così come affrontare una spesa imprevista o iscriversi a una previdenza complementare.

LAVORO GRATUITO. Nello spettacolo ne esiste tantissimo e incide sui compensi bassi, sui versamenti previdenziali e sulla possibilità di ricevere un sussidio di disoccupazione. Non si contano i casi di lavoro irregolare o in nero: sembra una parte costitutiva di questo lavoro. Il 40% del campione ha dichiarato di svolgere mansioni non previste dal contratto o dalla commessa. In più le prove non sono quasi mai pagate (69%). Poi si lavora in periodi concentrati dell’anno: il numero medio annuo delle giornate di lavoro retribuite è di 34, molto più alto per registi e sceneggiatori, più basso per gli attori (14).

VISTI I DATI gli intermittenti dello spettacolo percepiscono altri redditi, altrimenti non potrebbero sopravvivere. Il 40% svolge un’altra attività. Questa necessità accompagna la duttilità multidisciplinare che rende il lavoro dello spettacolo un’esemplificazione del lavoro contemporaneo. Un artista può essere attore o autore, ma anche allestitore e amministratore del suo spettacolo. E ci muove molto: il 57% sostiene di lavorare spesso in trasferta. Molto spesso i rimborsi non sono sufficienti a coprire le spese. Problemi comuni a tutti e che si protraggono dopo i 40 anni.

PAURA DI PERDERE il lavoro, ma anche senso di responsabilità. La «creatività» assume un profilo più materiale e umano: ansia stress e depressione, problemi muscolo-scheletrici o mal di testa. Fare l’artista è un lavoro, non solo una passione. La forte propensione all’autonomia è un progetto di vita che va tutelato nella società, ma anche nella professione da indipendenti sul mercato. Anche per questo, e non diversamente da altri segmenti del quinto stato, dalle risposte al questionario emerge tra gli artisti la necessità dell’equo compenso e il sostegno al reddito (minimo) in caso di disoccupazione e tutele sociali. Vista la loro frequenza in altri settori del lavoro autonomo, e non solo, per il sindacato e la politica sono segnali da cogliere.

«Il rapporto inchioda la politica alle sue responsabilità – sostiene Francesca Bizi, segretaria nazionale Slc Cgil – il Mibact ed alcuni esponenti parlamentari si sono presi l’impegno di trovare soluzioni».

Giovanna Velardi: «Per gli artisti la forza è fare rete e organizzarsi»

Quinto stato. La ricerca “Vita di artista” (Slc Cgil). Intervista alla danzatrice e coreografa Giovanna Velardi: “Si può affrontare un percorso dove, anche con i conflitti, si trovano obiettivi comuni. Un investimento sociale ed economico porta a una cultura diversa”

«Dopo tanti anni di battaglie, finalmente è stata fotografata una realtà inimmaginabile dieci anni fa – sostiene Giovanna Velardi, danzatrice e coreografa, che ha partecipato alla presentazione della ricerca Slc Cgil «Vita d’artista» – L’attesa è stata amica e noi non ci siamo abbattuti. Oggi c’è un dato scientifico che fotografa la realtà del nostro lavoro. Io stessa avevo diffidato del sindacato. Ora ci sono persone in ascolto che se ne faranno carico. Per me questo è l’inizio di una nuova fase».

Quali sono le misure minime per tutelare il lavoro dell’artista?

Il welfare e gli ammortizzatori sociali per un lavoro che è intermittente. Misure capaci di sostenere un investimento che facciamo sulla nostra vita, fatto di grandi sacrifici e forti passioni. Tutelare queste professioni significa dare un valore alla produzione culturale in Italia. Noi siamo dei canali. Lo dico da danzatrice. Attraverso i nostri corpi produrremmo un messaggio diverso e cambierebbero tante cose nel modo di percepire le relazioni e il mondo.

Chi fa l’artista non viene percepito, né si percepisce, come lavoratore. Perché?

Perché passa l’idea che siamo solo per il mercato. Siamo circondati da una politica fatta di numeri, ci dicono sempre: sbrigati, non c’è tempo, produci. Siamo carne da macello. Devi entrare in una logica commerciale e dare riscontri economici. Sennò non sei considerato. Io ho bisogno di studiare, ma in genere non mi capiscono. Un investimento sociale ed economico su questo lavoro potrebbe invece portare una cultura diversa.

Degli artisti si dice anche che siano individualisti…

Ci sono persone che hanno l’Ego più sviluppato, altre no. È tutto il mondo ad essere stato impostato così. Essere artisti significa mettersi in mostra, ma lo fanno anche i politici. Ma questo non è un aspetto solo negativo. Può essere la spinta di una ricerca e comunicare qualcosa di forte e di vero.

Cosa rende la sua attività anche un lavoro?

Svolgo un’attività dove la passione è così forte che ne ho fatto un mestiere. Qualcuno va a lavorare in banca, io al mattino mi alleno, studio o insegno. Mi sento responsabile per chi paga un biglietto per venirmi a vedere, mi scontro con il mercato. È una messa in discussione continua. Per fare questo ho dovuto studiare e fare ricerca sempre. Certo se si viene pagati meno può venire meno la passione. Quando si tratta di pagare il mutuo la passione non basta.

Come dovrebbe organizzarsi chi fa il vostro lavoro?

Fare rete per conoscersi, affrontare un percorso dove anche se ci sono conflitti si possono trovare obiettivi comuni. Per me questa è la forza. Fare rete vuol dire ritrovarsi in una comunità che oggi abbiamo perso di vista.

[1]Ciò che è propriamente umano, che distingue la specie umana dalle altre specie animali, è 1. la capacità di conoscere e di verificare e usare la conoscenza nell’azione che trasforma il mondo e l’uomo stesso, 2. la capacità di elaborare dalle relazioni con la natura e dalle relazioni tra gruppi sociali e tra individui regole e criteri di comportamento che trasformano la società e gli individui. Queste capacità hanno prodotto il lato spirituale della specie umana: un insieme di realtà e di attività che nel corso della storia dell’umanità via via sopravanza e condiziona il suo lato animale. Queste sono le attività “specificamente umane” che le classi dominanti hanno in gran parte precluso e ancora precludono alle classi sfruttate e oppresse: ne fanno un mondo a sé, riservato alle classi dirigenti e dominanti. Il comunismo sarà la società costruita dalle classi finora sfruttate e oppresse che hanno finalmente accesso in massa a queste attività specificamente umane.(dal “Manifesto Programma del (n)PCI”, nota 2, Edizioni Rapporti Sociali, 2008)

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here