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[Internazionale] L’attentato in Siria e l’amor di classe contro i potenti

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Aprile 5, 2017
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 Di seguito, il commento di Roberto da Napoli, rispetto a quanto sta avvenendo in Siria. Il compagno ci dice chiaramente che il miglior modo per fare solidarietà con le vittime dell’imperialismo nei paesi oppressi è rompere la catena imperialista da dentro, facendo la rivoluzione socialista a casa nostra. Il primo paese imperialista che spezzerà le catene dell’oppressione, aprirà la strada a tutti quanti gli altri. Roberto ci invita e ci chiama a lanciarci con entusiasmo, creatività e ingegno nella costruzione della rivoluzione socialista.

I morti siriani sono morti che ci appartengono ed anche per loro deve alzarsi il nostro grido di lotta, il nostro odio verso la classe che opprime e affama il mondo, il nostro grido d’amore verso la nostra classe. I mandanti di quelle bombe, di quelle stragi vivono in casa nostra. Sono i grandi industriali, le multinazionali, gruppi finanziari e speculativi, sono la criminalità organizzata e il Vaticano, sono lo Stato e tutti i lacchè in giacca e cravatta che lo servono: sono i gruppi imperialisti americani, europei, il Vaticano e i sionisti. Per salvare la Siria, occorre fare la rivoluzione nel nostro paese, questa la più alta forma di solidarietà internazionalista!

Il breve appello di Roberto da Napoli:

Un circo? Un film? Forse una corrida? No, non sono spettacoli anche se queste atrocità hanno bisogno di spettatori. La stessa cantilena scandita dal capitalismo, ormai riecheggia da secoli in ogni angolo del mondo, con le sue sfaccettature ma sempre con il suo stesso obiettivo, il profitto.

E allora avanti con un altro attentato, massacro, perché ne abbiamo ancora bisogno. Abbiamo bisogno di guardare e di esprimerci. Non abbiamo ancora toccato il fondo e aspettiamoci il peggio, perché sappiamo come la creatività e l’ingegno possano servire per alimentare questo sistema.

Ma ci sono quelli che guardano oltre, quelli che sanno che bisogna far cessare la cantilena. Alcuni si organizzano, altri pianificano, alcuni hanno un piano, altri falliscono e si ritirano. Ma contro questo scempio e per scrivere la storia in maniera diversa, bisogna concretamente impegnare quanto si ha per vincere. Creatività, ingegno, scienza, risorse, volontà di incominciare a cambiare noi stessi e dotarsi degli strumenti e insegnamenti lasciati da chi in passato già ha vinto. Perché sì, si può vincere.

Questo non è un gioco, è una lotta per non finire tra i numeri dei massacri, questa è una lotta per riscrivere la storia a modo nostro, questa è lotta di classe!

***

Da Il Manifesto del 5.04.2017

58 morti di gas in Siria: il mondo riscopre la guerra

Medio Oriente. Ignorati gli attacchi qaedisti dell’ultimo mese, la comunità internazionale unita contro Assad. Che, insieme alla Russia, nega. Erdogan chiama Putin: «attacco disumano», negoziato a rischio. Ma il dialogo non c’è: l’Esercito Libero annuncia un nuovo fronte contro il governo con l’appoggio turco

La cittadina di Khan Sheikhoun è riuscita dove gli attacchi qaedisti a Damasco delle ultime settimane avevano fallito: riaccendere l’attenzione internazionale sulla Siria, spenta a dicembre dopo lo sdegno globale per la brutale battaglia di Aleppo.

Eppure la guerra siriana non è mai finita. Ieri a ricordarlo sono stati i 58 morti (11 bambini) della provincia di Idlib, secondo fonti locali provocati da gas tossico ancora non identificato.

Immediata è stata la levata di scudi contro il governo di Damasco, che ieri ha «categoricamente negato» in un comunicato dell’esercito di aver usato armi chimiche, «oggi e in passato». Le forze armate smentiscono dunque l’uso di gas nel distretto occidentale dove da mesi vengono convogliati gli islamisti e ribadiscono che dal 2013 (dopo il tentativo di Obama di intervenire in Siria, sventato dall’intervento del Vaticano e della Russia) le scorte di gas sono state consegnate all’Onu.

E mentre media vicini al governo parlano dell’esplosione di depositi di armi delle opposizioni, anche Mosca ha negato qualsiasi coinvolgimento: il Ministero della Difesa ha detto che nessun’azione aerea era in corso ieri mattina sulla zona.

Secondo l’Osservatorio per i diritti umani, dal 2011 impegnato nel fronte anti-Assad, molte persone sono svenute e hanno vomitato a seguito del raid di ieri mattina, mentre un secondo bombardamento ha colpito l’ospedale dove erano stati portati centinaia di feriti.

I testimoni sentiti dai giornalisti presenti hanno detto di non aver riconosciuto gli aerei responsabili dei bombardamenti, ma il principale sospettato è il governo. Ma i dubbi sono legittimi: in una posizione di forza dopo anni di arretramenti, Assad non ottiene nulla da simili azioni se non un indebolimento sul fronte internazionale. Soprattutto dopo le dichiarazioni dell’ambasciatrice Usa all’Onu della scorsa settimana: il rovesciamento di Assad non è più la priorità.

Di certo, dopo la strage qaedista del 12 marzo a Damasco (74 morti), i missili israeliani di due settimane fa sulla capitale siriana e le due offensive guidata dall’ex al-Nusra nel centro del paese del 20 marzo, il silenzio intorno al conflitto siriano si è rotto: la Francia ha chiesto subito un meeting d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu su un attacco «mostruoso» e la Gran Bretagna l’apertura di un’inchiesta, mentre l’“umanitario” presidente turco Erdogan, impegnato a nord in un’invasione militare solo ufficialmente sospesa, ha telefonato a Putin.

Un attacco «disumano», l’ha definito Erdogan, che compromette il negoziato. Ma il negoziato non c’è, non esiste. Gli ultimi round, quelli di Astana sponsorizzati da Turchia, Russia e Iran e quelli di Ginevra sotto l’ala dell’Onu, non hanno portato ad alcun passo avanti, con le parti immobili sulle proprie posizioni.

Nessuna apertura reale, nemmeno sulla tenuta della tregua, in teoria in vigore dalla fine di dicembre. Avulso dal contesto appare dunque l’ennesimo meeting aperto ieri a Bruxelles da Ue, Germania, Kuwait, Norvegia, Qatar, Gran Bretagna e Onu per definire le necessità del paese, gli aiuti per la ricostruzione e la società civile.

Al contrario la guerra, a bassa intensità e dunque invisibile, continua a nord, a sud e lungo la costa. E non la fanno solo i pariah, i qaedisti ufficialmente estromessi dal conflitto: due giorni fa l’Esercito Libero Siriano (Els), formazione considerata moderata e finanziata dalla Turchia, avrebbe preannunciato la nascita di una nuova federazione, sotto il nome di Jaysh al Watani o Jaysh al Tahrir, che combatterà l’esercito governativo a Idlib e Latakia (roccaforte alawita) con il sostegno degli “Amici della Siria”, gruppo di paesi nato nel 2012 e formato da governi europei, paesi del Golfo e Turchia.

A parlare ad al Jazeera sono due membri dell’Els: l’obiettivo non sarà Hayat Tahrir al-Sham, il nuovo fronte salafita guidato dai qaedisti dell’ex al-Nusra, dicono, ma solo il governo.

Alcuni analisti leggono nell’annuncio gli effetti dell’incontro di pochi giorni fa tra il segretario di Stato Usa Tillerson e il turco Erdogan: sul tavolo c’è stata la controffensiva anti-Isis su Raqqa e la possibile formazione di un comando unificato. Ma un accordo non è stato raggiunto, in mezzo restano le forze kurde di Rojava.

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