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Il socialismo “in un paese solo” e l’internazionalismo proletario

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Aprile 4, 2017
in Resistenza n. 4/2017, Unità dei comunisti
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La rivoluzione socialista si può compiere in un singolo paese o deve estendersi sin da subito almeno ai principali paesi capitalisti? E’ una rivoluzione che ha modi e tempi differenti nei diversi paesi o avviene simultaneamente in tutto (o gran parte) del mondo?

La questione si pose per la prima volta in maniera concreta con la rivoluzione d’Ottobre. L’ondata rivoluzionaria, sorta dagli sconvolgimenti della grande guerra e sull’esempio della rivoluzione in Russia, si era spenta senza che il proletariato conquistasse il potere in nessuno dei paesi imperialisti, come anche i bolscevichi si aspettavano; il paese dei soviet si trovava accerchiato dalle potenze capitaliste ostili e non poteva contare che sulle sue forze. La lotta tra due linee che si era aperta nel Partito vedeva contrapporsi la linea di chi pensa impossibile l’edificazione del socialismo in queste condizioni e la linea, capeggiata da Stalin, della vittoria del socialismo in un paese solo. Egli scrive:

“Noi possiamo condurre a termine l’edificazione del socialismo e lo verremo edificando, insieme con i contadini, sotto la direzione della classe operaia”… perché “in regime di dittatura del proletariato, abbiamo… tutti gli elementi necessari per edificare una società socialista integrale superando le difficoltà interne di ogni sorta, perché possiamo e dobbiamo superarle con le nostre proprie forze” (J. Stalin, Questioni del leninismo,1926)

Ma si preoccupa di aggiungere:

“l’appoggio alla nostra rivoluzione da parte degli operai di tutti i paesi e, a più forte ragione, la vittoria di questi operai, sia pur soltanto in alcuni paesi, è condizione indispensabile perché il primo paese che ha vinto sia pienamente garantito contro i tentativi d’intervento e di restaurazione, è condizione indispensabile per la vittoria definitiva del socialismo” (Ibidem).

Si capisce, anche da queste poche righe, come la posizione di Stalin non abbia niente a che fare con il nazionalismo, come nasca invece da un corretto intendere il legame tra carattere nazionale e internazionale della rivoluzione socialista nelle condizioni concrete dell’epoca: il socialismo può e deve essere edificato in un singolo paese, in quella Russia che è riuscita a spezzare nell’anello più debole la catena dell’imperialismo, ma per avanzare, per “la vittoria definitiva”, è necessario che gli operai prendano il potere in altri paesi, che la rivoluzione si espanda. La storia dell’URSS si muove tra questi due poli. Come avrebbe potuto il movimento comunista diffondersi e rafforzarsi così rapidamente in tutto il mondo senza che l’Unione Sovietica svolgesse il ruolo di base rossa della rivoluzione mondiale, senza il suo esempio, il suo appoggio e i suoi insegnamenti, senza che l’edificazione del socialismo in questo paese mostrasse concretamente la via ai proletari di tutto il mondo, infondendogli speranza e fiducia nella loro capacità di prendere in mano il proprio destino? E come avrebbe potuto l’URSS resistere e avanzare, accerchiata da ogni lato dall’imperialismo, senza la solidarietà dei lavoratori, di intellettuali, di artisti e di scienziati di ogni nazione, senza i coraggiosi militanti delle brigate internazionali in Spagna, senza i partigiani che in ogni nazione occupata impegnarono il nazisti, senza i partiti comunisti fratelli di quello bolscevico che in tutto il mondo costruivano la rivoluzione socialista, o di nuova democrazia, nel proprio paese?

Ed effettivamente il periodo di Stalin si chiuse con l’URSS che passava da paese agricolo a potenza industriale, dall’aratro alla bomba atomica, e con il movimento comunista forte e radicato in tutto il mondo, con la rivoluzione in Cina, con l’estensione del campo socialista in Asia e in Europa, a dimostrazione pratica della correttezza di tale linea. Furono invece i revisionisti che infine, una volta saliti al potere, sostituirono la linea del sostegno alla rivoluzione proletaria con la competizione economica, politica e culturale tra i paesi socialisti e i paesi imperialisti, abbandonando di fatto l’internazionalismo e riportando l’URSS verso il capitalismo.

La rivoluzione socialista è quindi una rivoluzione nazionale a carattere anche internazionale. E’ questa una questione fondamentale per i comunisti.

Considerarne solo il carattere internazionale, vederla come una rivoluzione che deve necessariamente svilupparsi simultaneamente in diversi paesi per poter vincere, porta a posizioni attendiste, ad aspettare che si creino le impossibili condizioni per una rivoluzione socialista mondiale, perché ogni paese ha la sua storia e condizioni particolari, che determinano per ognuno differenti tempi e mondi per giungere al socialismo e che il Partito comunista di ogni paese deve studiare e comprendere. I trotzkisti e quanti altri gridano al “tradimento dell’internazionalismo” contro la linea del socialismo in un paese solo, non conoscono o non tengono conto dell’avanzamento della rivoluzione socialista in tutto il mondo che si è ottenuto nel periodo di Stalin e non comprendono la natura della rivoluzione socialista, non guardano con le lenti del materialismo dialettico al legame tra il suo carattere nazionale e quello internazionale. La lotta dell’URSS che avanzava verso il comunismo per la sua sopravvivenza, contro i sabotaggi degli agenti dell’imperialismo, contro l’invasore nazista, era la lotta dei comunisti di tutto il mondo e ogni sua vittoria rafforzava il movimento comunista mondiale; quando d’altro canto i comunisti avanzavano nei propri paesi, e se addirittura vi prendevano il potere, creavano condizioni più favorevoli all’avanzamento della stessa URSS (e dell’intera umanità) verso il comunismo.

Dall’altra parte, considerare solo il carattere nazionale della rivoluzione socialista, spogliarla dell’internazionalismo, significa farne una caricatura priva di senso. I rossobruni, i comunitaristi, che esaltano una presunta via nazionalista intrapresa da Stalin con la linea del socialismo in un solo paese, distorcono l’esperienza sovietica, ne travisano la realtà, ne traggono conclusioni senza fondamento. La rivoluzione socialista è si una rivoluzione nazionale, come abbiamo detto, per le condizioni particolari di ogni paese, perché il proletariato di ogni nazione deve anzitutto spezzare la macchina statale della borghesia del proprio paese per conquistare il potere politico, perché lo stato socialista si erge sulle condizioni create dal capitalismo. Ma le relazioni fra masse popolari di diversi paesi imperialisti e fra masse popolari dei paesi imperialisti e masse popolari dei paesi oppressi, da fattore di divisione e contrapposizione (mobilitazione reazionaria), nel socialismo si trasformano nel loro contrario, in fattore di collaborazione e solidarietà di classe. Allo stesso modo il patriottismo, da sentimento che la borghesia fa confluire nel nazionalismo, diventa per i comunisti alimento per mobilitare le masse sul campo dell’internazionalismo, per costruire un mondo di popoli con pari dignità ed egualmente liberi. Lo stato socialista, per assolvere al suo scopo ultimo, può e deve necessariamente farsi promotore della progressiva unione dell’umanità in una società mondiale dove sia abolita ogni divisione sociale tra gli uomini; non può essere “nazionalista”, a meno di non stravolgere la sua natura.

La “Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia” del 1917 mostra chiaramente questo nuovo ruolo dello stato sovietico, che promuove e favorisce la collaborazione fra i popoli dell’impero zarista sulla base dell’eguaglianza e reciproca fiducia:

“Durante lo zarismo i popoli di Russia venivano sistematicamente incitati l’uno contro l’altro. Sono noti i risultati di questa politica: massacri e progrom da una parte, schiavitù dei popoli dall’altra. Non si può e non si deve ritornare a questa politica sciagurata. Ad essa va d’ora in avanti sostituita la politica dell’unione onesta e volontaria dei popoli russi. (…) Essa d’ora in avanti andrà sostituita da una politica aperta e sincera che porti alla completa fiducia reciproca fra le varie nazionalità della Russia. Solo dal successo di questo atto di fiducia potrà risultare un’unione onesta e duratura, solo con il successo di questa unione gli operai e i contadini delle varie nazionalità russe si rinsalderanno in un’unica forza rivoluzionaria in grado di resistere a qualunque tentativo della borghesia imperialista e annessionista.

Il Consiglio dei Commissari del Popolo, nella questione delle nazionalità, ha deciso di porre alla base della sua azione i seguenti principi:

  1. Eguaglianza e sovranità dei popoli di Russia.
  2. Diritto dei popoli di Russia alla libera autodeterminazione, compreso il diritto di sperarsi e di costituirsi in Stato indipendente.
  3. Abolizione di tutti i privilegi e di tutte le restrizioni di carattere nazionale e religioso.
  4. Libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici viventi in territorio russo”.

Guardando quindi all’oggi e alla rivoluzione che stiamo costruendo, concludiamo il ragionamento: quella che stiamo compiendo è una rivoluzione nazionale contro i vertici della Repubblica Pontificia e il resto della Comunità Internazionale e per fare dell’Italia un nuovo stato socialista. Diventando un nuovo paese socialista, l’Italia sarà il paese che spezzerà le catene dell’imperialismo e aprirà la via alle masse popolari degli altri paesi, darà così il miglior contributo all’emancipazione della classe operaia e delle masse popolari di tutto il mondo e alla rivoluzione proletaria mondiale.

Questo il doppio carattere, nazionale e internazionale, della rivoluzione socialista che stiamo facendo.

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