Nota sull’iniziativa dell’associazione MarxXXI per i cento anni delle fondazione del Partito comunista cinese

(di Igor Papaleo, direttore delle Edizioni Rapporti Sociali)

La grande lotta dei comunisti”, insegnava Engels, ‘non ha solo due forme (la lotta economica e la lotta politica), ma tre, perché accanto a quelle due va posta anche la lotta teorica’.

Insegnamento confermato e sintetizzato poi da Lenin nella formula ‘senza teoria rivoluzionaria non ci può essere movimento rivoluzionario’ e da Mao Tse-tung: ‘le idee giuste […] provengono dalla pratica sociale, e solo da questa. Provengono da tre tipi di pratica sociale: la lotta per la produzione, la lotta di classe e la sperimentazione scientifica. Una volta che le masse se ne sono impadronite, le idee giuste, caratteristiche della classe avanzata, si trasformano in una forza materiale capace di trasformare la società e il mondo’.”

((nuovo)PCI, Comunicato n.36/2011 del 19.10.2011)

Napoli, 26 giugno 2021

L’associazione politico-culturale MarxXXI e Marx Ventuno Edizioni, in occasione del centesimo anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese, hanno organizzato, sabato 19 giugno scorso, un forum online sul tema 100 Anni. I comunisti italiani, la fondazione del PCC e la nuova era.

All’iniziativa, trasmessa in diretta streaming sulla pagina facebook Marx21.it, sono intervenuti Gong Yun, vicedirettore dell’Accademia cinese del Marxismo (Chinese Accademy of Social Sciences), Li Junhua, ambasciatore della Repubblica popolare cinese in Italia e i segretari nazionali di partiti comunisti italiani aderenti alla rete internazionalista legata, in varia e diversa forma e misura, al PCC: Maurizio Acerbo del Partito della Rifondazione Comunista, Mauro Alboresi del Partito Comunista Italiano e Marco Rizzo del Partito Comunista. Coordinata da Francesco Maringiò dell’Associazione Marx XXI, l’iniziativa aveva, come obiettivo dichiarato, rilanciare la cultura marxista. Così, infatti, gli organizzatori: “L’associazione Marx XXI […] nata per rilanciare e sviluppare la cultura marxista e comunista e recuperare, nelle nuove condizioni, il ruolo importante che ebbe il PCI nella storia e cultura del nostro Paese […] hanno dedicato e dedicano grande attenzione e studio alla Repubblica Popolare Cinese e al Partito comunista cinese, instaurando una proficua collaborazione culturale ed editoriale con l’Accademia di marxismo e con diverse riviste, centri studi e scuole di marxismo delle Università di Pechino e di Tianjin. […] Intendiamo promuovere un dialogo tra i comunisti italiani e i comunisti cinesi. Per la prima volta si confrontano pubblicamente i tre segretari nazionali delle principali organizzazioni comuniste italiane, in un ragionamento di prospettiva, insieme a due autorevoli rappresentanti della cultura e delle istituzioni cinesi”.

Ottimo. Rendiamo merito al lavoro che fanno l’associazione MarxXXI e i suoi dirigenti Andrea Catone e Marco Pondrelli, promotori e animatori quali sono, in Italia, di pubblicazioni, conferenze, convegni e molte altre iniziative sul marxismo e, specificamente, sulla Repubblica Popolare Cinese, la sua storia, il suo presente, le prospettive cui apre oggi, nel tempo della seconda crisi generale del capitalismo.

Ci domandiamo, però, perché non invitare a un’iniziativa in occasione dei cento anni della fondazione del PCC, per giunta nell’anno in cui cade anche il centenario della fondazione del Partito Comunista d’Italia, le Edizioni Rapporti Sociali, l’unica casa editrice che, in Italia e – a quanto ne sappiamo – nel mondo, a parte la Repubblica Popolare Cinese, ha stampato e pubblicato, tra il 1991 e il 1994, le Opere di Mao Tse-tung, in 25 volumi, ossia la raccolta più completa degli scritti e dei discorsi attribuiti a Mao dal 1917 al 1976?

Di più. Perché, quando si riferiscono a scritti o discorsi di Mao, i dirigenti di MarxXXI rimandano sempre a edizioni in lingue straniere (di solito inglese o francese), evitando accuratamente di citare l’edizione in lingua italiana delle Edizioni Rapporti Sociali?

Le Edizioni Rapporti Sociali fanno capo al Partito dei CARC, il quale è parte della Carovana del (nuovo)PCI. L’ostracismo verso le Edizioni Rapporti Sociali è ostracismo verso il P.CARC e la Carovana del (n)PCI. Da dove viene questo “cordone sanitario”? Facciamo quattro ipotesi.

1. Deriva dal fatto che noi abbiamo sollevato nel movimento comunista questioni che normalmente vengono evitate. mentre invece sono essenziali alla sua rinascita. Il declino del movimento comunista è stato prodotto dai limiti della sinistra dei partiti comunisti e non dalla forza della destra (i revisionisti), dal tradimento dei capi o dall’aggressione della borghesia. Dobbiamo, quindi, superare quei limiti: il documento I quattro temi principali da discutere nel movimento comunista internazionale, a cui rimandiamo, illustra quali sono i limiti che abbiamo individuato, anche grazie agli insegnamenti del PCC e di Mao Tse-tung.

2. Oppure deriva da divergenze sulla strategia dei comunisti, cioè sulla via da seguire per arrivare a instaurare il socialismo nel nostro paese. È una questione fondamentale, in particolare per i comunisti dei paesi imperialisti: qui, infatti, il movimento comunista non è arrivato a instaurare il socialismo nel corso dell’ondata rivoluzionaria suscitata in tutto il mondo dalla vittoria della rivoluzione sovietica nel 1917. Eppure è giocoforza constatare che su questa questione oggi tra i comunisti del nostro paese, prima ancora che disaccordo, non c’è proprio né discussione né confronto.

Farla finita con il disastro del capitalismo è una guerra, popolare e rivoluzionaria? Oppure basta moltiplicare le lotte rivendicative e partecipare alla lotta politica borghese? È vero o no che nei paesi europei e negli USA “la partecipazione alle elezioni e alle istituzioni della democrazia borghese e le rivendicazioni sindacali e politiche di migliori condizioni di vita e di lavoro hanno avuto un ruolo importante nella nascita e nello sviluppo del movimento comunista di massa, ma da quando sono maturate le condizioni della rivoluzione proletaria (di cui il movimento politico della classe operaia era l’aspetto soggettivo, il passaggio del capitalismo alla sua fase imperialista quello oggettivo), la riduzione della lotta di classe a queste due attività ha dato luogo a due deviazioni (elettoralismo ed economicismo) ed è diventata l’ostacolo che ha impedito ai partiti comunisti di adempiere al loro compito storico” (da La Voce del (nuovo)PCI n.65, Farla finita con il disastro del capitalismo è una guerra (popolare e rivoluzionaria))? È vero o no che nei paesi europei e negli USA “ogni volta che il movimento comunista ha raggiunto una qualche forza, esso

– si è concentrato sul miglioramento delle condizioni di vita degli operai, dei proletari e delle masse popolari anziché condurli anzitutto ad assumere il potere, ad assumere la direzione sulla propria vita e sulla società intera;

– ha cercato di ampliare la partecipazione delle masse popolari agli istituti della democrazia borghese (partiti, elezioni, assemblee rappresentative), di conquistare seguito, consensi, egemonia culturale e d’opinione, voti e quindi forza nelle istituzioni della democrazia borghese, come mezzo per condizionare l’azione del governo e dell’apparato statale in senso favorevole alle masse anziché mettere al centro la conquista del potere da parte della classe operaia e delle masse popolari organizzate: instaurare la dittatura del proletariato e attraverso questa la democrazia proletaria (partecipazione universale al patrimonio culturale della società e alla gestione della vita sociale: la “cuoca che dirige gli affari dello Stato”, per dirla con Lenin)” (ut supra)? Basta pensare, per quanto riguarda il nostro paese, al PCI dopo la vittoria della Resistenza contro il nazifascismo. Anche su questo sono estremamente utili gli insegnamenti del PCC e di Mao Tse-tung, anche solo l’articolo Problemi della guerra e della strategia, nel vol. 7 di quelle Opere di cui i dirigenti di MarxXXI tacciono, del 6 novembre 1938, nel corso della Guerra di resistenza contro il Giappone (1937-1945), in un contesto quindi che, cum grano salis, ha una serie di similitudini con quello della nostra Resistenza contro il nazifascismo.

3. Altra possibilità: a creare problemi è il fatto che il (nuovo)PCI sia un partito clandestino. Ma se quella per rovesciare il potere esistente e instaurare il potere della classe operaia è una guerra, il partito comunista può dirigerla operando nei limiti e con gli strumenti decisi dal nemico di classe?

Nel secolo scorso, durante la prima guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi, la guerra determinò il crollo di vari Stati e il vuoto di potere in vari paesi (l’impero russo, la Germania e l’impero austro-ungarico), crisi politiche acutissime in altri (Italia) e grandi movimenti di protesta delle masse in altri ancora (Inghilterra, Francia, USA). La classe operaia, però, riuscì a prendere e mantenere il potere solo in Russia, dove il partito della classe operaia aveva una collaudata esperienza di lotta rivoluzionaria che lo distingueva da tutti gli altri partiti della Seconda Internazionale. Solo che le caratteristiche rivoluzionarie del partito socialdemocratico russo erano state sempre, anche da Lenin, promosse e difese risolutamente contro i liquidatori non in nome dei compiti rivoluzionari che la crisi generale poneva a tutti i partiti socialdemocratici. Di contro abbiamo l’esempio della Germania dove, fin dal 1914 , divenne palese l’incapacità di azione rivoluzionaria del partito, confermando le denunce lanciate già alcuni anni prima da Rosa Luxemburg: non tanto le denunce contro l’ala revisionista del partito raccolta attorno a Bernstein, ma le denunce contro l’ala raccolta attorno a Kautsky, che professava fedeltà al marxismo e che ne difendeva il patrimonio teorico contro i revisionisti di Bernstein. Rosa Luxemburg aveva però indicato chiaramente che le tesi dei revisionisti riflettevano fedelmente la prassi e la natura del partito, mentre le tesi dei sedicenti marxisti, alla Kautsky, non avevano altro ruolo che nascondere con discorsi ortodossi una pratica del tutto subordinata alla borghesia, un partito privo di strategia rivoluzionaria, incapace di iniziativa di fronte a auna situazione rivoluzionaria.

La concezione di un “partito rivoluzionario nei limiti della legge” è la teoria politica che la borghesia imperialista e i revisionisti moderni (da Togliatti in poi, per quanto riguarda il nostro paese) hanno imposto la movimento operaio e popolare. Le illusioni e i pregiudizi “democratici” propagandati e imposti dalla borghesia imperialista e dalla sua appendice costituita dai revisionisti moderni contribuiscono a paralizzare ogni lotta o, comunque, a fiaccarla nella prospettiva. Persino le lotte difensive, infatti, le lotte con cui le masse popolari difendono i loro diritti e le loro conquiste, per vincere devono sempre più travalicare i limiti legali che la classe dominante restringe in continuazione. La lotta degli operai della logistica in tutto il paese e della Whirlpool di Napoli insegnano.

4. Oppure viene dalle “voci” fatte circolare sottobanco da poliziotti, sindacalisti di regime e anche da dirigenti di partiti che si dicono comunisti, ieri che eravamo “contigui alle Brigate Rosse” e oggi che saremmo “pagati dai servizi segreti”. È il metodo dell’intimidazione e della denigrazione, normale da parte di poliziotti e questurini vari al soldo della classe dominante, che da trent’anni a questa parte conduce attività persecutorie e repressive contro di noi. Meno normale da parte di dirigenti di partiti che pur si dicono comunisti. Perché significa intrupparsi nella concezione del mondo e della storia della borghesia imperialista che ha il solo interesse di denigrare e criminalizzare una fase della lotta per la rivoluzione socialista in Italia, che ha interesse a omettere il contributo che quella esperienza ha dato al movimento rivoluzionario del nostro paese, al netto delle deviazioni militariste utili alla criminalizzazione: le Brigate Rosse hanno incarnato il secondo tentativo di costruzione del Partito Comunista contro la deriva economicista ed elettoralista imposta al PCI dai revisionisti moderni, hanno dimostrato praticamente che la rivoluzione socialista in un paese imperialista è possibile, hanno rotto con il disfattismo e l’attendismo seminato a piene mani dalle teorie della Scuola di Francoforte. Perché significa sottomettersi alla concezione del mondo dei riformisti e dei revisionisti per cui “il socialismo è possibile senza rivoluzione socialista e senza dittatura del proletariato”. Chi vuole vincere senza combattere, in realtà non vuole vincere. Non vuole vincere perché ha da perdere qualcosa in questa società o non vuole combattere perché è illuso che la borghesia imperialista si faccia da parte in buon ordine. In entrambi i casi, si tratta di una strada che ha come sbocco il perpetuarsi del capitalismo e della sua crisi, la sottomissione delle masse popolari alla borghesia imperialista, la mobilitazione reazionaria delle masse popolari, la lotta fra settori delle masse popolari dello stesso paese e la lotta delle masse popolari di un paese contro le masse popolari di un altro paese in nome degli “interessi nazionali”. Questa è l’esperienza del movimento comunista, questi sono i fatti.

Qualunque sia la motivazione del “cordone sanitario”, rifuggire alla discussione e al confronto teorico sul bilancio del movimento comunista, sull’analisi della fase, sulla natura del partito comunista e la sua strategia non è un buon servigio reso alla tanto declamata “unità dei comunisti” né, più in generale, alla lotta di classe in corso. Il marxismo non è un ideale, ma una scienza (la scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la loro storia) fondata da Marx ed Engels, che non a caso parlavano di “evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza” e sviluppata da Lenin, Stalin e Mao. Concezione, analisi, linea, metodi per avanzare fino alla vittoria della rivoluzione socialista, quindi, non sono questioni da “match” tra organizzazioni comuniste. Natura della crisi e vie d’uscita, ruolo dei comunisti e natura della loro organizzazione, piano per arrivare all’instaurazione del socialismo, analisi della situazione e linea d’azione o sono giuste perché conformi alla realtà e al bilancio dell’esperienza del movimento comunista o sono sbagliate per tutti i comunisti, per tutti quelli cioè che si propongono l’instaurazione del socialismo come fine della loro attività.

Non è un buon servigio neanche al PCC e di Mao Tse-tung, a ben vedere, che hanno indicato e praticato sistematicamente la lotta tra concezioni divergenti (lotta tra due linee) come metodo per arrivare all’unità sulle posizioni rivoluzionarie più avanzate e più giuste, cioè per ricercare la verità e come metodo per combattere l’influenza della borghesia nelle fila dei comunisti. Da ultimo, poi, contraddice le ragioni stesse sulle quali iniziative come quella di MarxXXI poggiano e ne fiaccano portato e prospettiva.

Il metro su cui ognuno può misurare la volontà di “unire i comunisti” (e la sincerità delle dichiarazioni in tal senso) sta proprio in questo. Allargare il fronte del confronto e del dibattito ideologico, politico e organizzativo tra comunisti, anziché perimetrarlo ad escludendum. Promuovere unità di iniziativa, di intervento e d’azione, invece che erigere steccati. Lottare per la conquista di maggiore agibilità politica dei comunisti, invece di alimentarne il “cordone sanitario” più di quanto non faccia già la borghesia con i suoi apparati repressivi e mediatici. Promuovere la vigilanza rivoluzionaria, denunciando apertamente infiltrati, provocatori e simili, non sussurrare sottobanco insinuazioni costruite ad arte. Muovere critiche aperte, precise e scientificamente fondate (ricordiamo cosa dice Lenin nel Che fare? ai fautori della critica?) ad analisi e tesi, invece di limitarsi a “cassare” analisi e tesi che o non si conoscono o si considerano “problematiche”. Rafforzare, così, la scienza rivoluzionaria come guida pratica all’azione, invece di limitarsi a fare della “accademia”. Anche questo significa agire in un’ottica da guerra (in campo culturale e pratico, per l’apprendimento, l’assimilazione e l’applicazione della scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la loro storia) nell’ambito della rivoluzione socialista che stiamo costruendo.

In questo la nostra protesta all’associazione MarxXXI, ma anche il nostro sincero appello.

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