L’umanità è arrivata a un punto che la possibilità di assicurare a tutti illimitatamente quanto serve per vivere dignitosamente provoca fame, obesità, esuberi, lavoratori spremuti all’osso, inquinamento globale: il senso della vita consiste nel far fronte a questi problemi, cioè nel partecipare alla lotta di classe.

La battaglia contro il nuovo CCNL, quella contro la morte lenta della Cevital di Piombino, della SANAC di Massa, dell’AST di Terni e di altre centinaia di aziende nel nostro Paese: ogni lotta spontanea può essere una scuola di comunismo se sappiamo “dove farla andare”, se è un passo nella costruzione della rivoluzione socialista.

Il centenario della Rivoluzione D’ottobre non deve essere una “commemorazione vuota” ma uno strumento utile all’azione.

In queste prime settimane del 2017 il Partito dei CARC ha cominciato a promuovere iniziative culturali in tutto il Paese sull’anniversario della rivoluzione d’Ottobre e nella seconda parte del 2017 concentreremo ancor di più le nostre forze per fare di questa celebrazione uno strumento utile alla costruzione della rivoluzione socialista nel nostro Paese.

A tal proposito mi sono imbattuto in alcune pagine esemplari di “Storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica” di Stalin. Stiamo parlando della ricostruzione storica e logica del processo rivoluzionario in Russia, dai primi gruppi di emancipazione dal lavoro del 1883 passando per presa del potere del 1917.

Le pagine di cui voglio trattare sono utili perché in esse raccogliamo due insegnamenti importanti:

1. che la rivoluzione socialista la fanno le masse popolari con alla testa la sua classe dirigente, la classe operaia,

2. che i comunisti incanalano il movimento della classe operaia e delle masse popolari facendo della pratica quotidiana la principale scuola di comunismo.

Entriamo nel vivo.

Il 3 gennaio 1905, gli operai della grande officina Putilov di Pietroburgo entrarono in sciopero, in seguito ai licenziamenti di quattro loro compagni di lavoro, e furono sostenuti da altre fabbriche e officine di Pietroburgo. Lo sciopero divenne generale. Il governo dello zar decise di soffocare fin dall’inizio il movimento fattosi minaccioso.

Già nel 1904, cioè prima dello sciopero alla Putilov, la polizia aveva creato con la complicità di un provocatore, il pope Gapon, una propria organizzazione tra gli operai, la “Riunione degli operai russi d’officina”. Questa organizzazione aveva costituito le sue sezioni in tutti i rioni di Pietroburgo. Scoppiato lo sciopero, il pope Gapon, nelle assemblee della sua associazione, propose un piano provocatorio: il 9 gennaio tutti gli operai si sarebbero dovuti recare in processione pacifica al Palazzo d’Inverno, portando stendardi religiosi e ritratti dello zar, per consegnargli una petizione che esponesse i loro bisogni. Lo zar – diceva Gapon- si sarebbe mostrato al popolo, avrebbe ascoltato le sue rivendicazioni e le avrebbe soddisfatte. Gapon si proponeva di aiutare l’Okhrana zarista: provocare un eccidio e soffocare nel sangue il movimento. Ma il piano poliziesco si ritorse contro il governo dello zar.

La petizione venne discussa nelle riunioni operaie, che vi apportarono emendamenti e modificazioni. E in quelle riunioni i bolscevichi presero anch’essi la parola, senza dichiararsi apertamente tali. Essi fecero sì che nella petizione fossero rivendicate anche la libertà di parole e di stampa, la libertà sindacale, la convocazione di un’Assemblea costituente destinata a modificare il regime politico della Russia, l’eguaglianza di tutti di fronte alle leggi, la separazione della Chiesa dallo Stato, la cessazione della guerra, le 8 ore di lavoro, la terra ai contadini.

In quelle riunioni i bolscevichi dimostravano agli operai che la libertà non si ottiene con qualche petizione allo zar, ma si conquista con le armi alla mano. I bolscevichi mettevano in guardia gli operai, li avvertivano che si stava preparando il loro eccidio. Ma non riuscirono a impedire la processione al Palazzo d’Inverno. Moltissimi operai credevano ancora che lo zar li avrebbe aiutati. Il movimento trascinava irresistibilmente le masse.

La petizione diceva:

Noi, operai di Pietroburgo, le nostre donne, i nostri bambini e i nostri vecchi genitori privi di qualsiasi aiuto, siamo venuti a chiederti, Sovrano, giustizia e protezione. Noi siamo ridotti all’estrema miseria, siamo oppressi, siamo sottoposti a un lavoro superiore alle nostre forze, siamo maltrattati, non siamo considerati come uomini… Noi abbiamo sofferto in silenzio, ma ci spingono sempre più in basso, nel baratro della miseria, della servitù, dell’ignoranza; il dispotismo e l’arbitrio ci soffocano… La nostra pazienza è esaurita, Per noi è giunto quel terribile momento in cui meglio è morire che soffrire ancora questi insopportabili tormenti…”.

Il 9 gennaio 1905, all’alba, gli operai si avviarono al Palazzo d’Inverno dove si trovava allora lo zar. Gli operai si recavano dallo zar con le loro famiglie: donne, bimbi e vecchi; portavano ritratti dello zar e stendardi religiosi, cantavano preghiere ed erano inermi. Più di 140000 persone erano scese nelle strade.

Ma Nicola II fece loro ostile accoglienza. Ordinò di sparare sugli operai inermi. Più di mille operai caddero quel giorno uccisi dalle truppe dello zar, più di duemila furono i feriti. Le strade di Pietroburgo erano macchiate di sangue operaio. I bolscevichi avevano marciato con gli operai e molti furono uccisi o arrestati. Nelle stesse strade, inondate dal sangue operaio, essi spiegavano agli operai chi era il responsabile di quella spaventosa strage e come si doveva lottare contro di lui.

Da allora, il 9 gennaio venne chiamato “la domenica di sangue”. Quel giorno gli operai avevano ricevuto una lezione tremenda. Ciò che si era spento a fucilate in quel giorno era la fiducia degli operai nello zar. Da quel giorno essi compresero che solo con la lotta potevano conquistare i loro diritti. Nella sera stessa del 9 gennaio si innalzarono barricate nei quartieri operai. Gli operai dicevano: “Lo zar ce le ha date, ma noi gliele renderemo!”.

La notizia tremenda della strage sanguinosa perpetrata dallo zar si diffuse fulminea ovunque. La classe operaia, tutto il paese fremettero di indignazione e di orrore, non vi fu città ove gli operai non scioperassero in segno di protesta contro il delitto dello zar e non formulassero rivendicazioni politiche. Gli operai scendevano in piazza al grido di “Abbasso l’autocrazia”. Nel gennaio fu raggiunto il numero altissimo di 440 mila scioperanti. In un mese scioperarono più operai che nei dieci anni precedenti. La marea operaia ingrossava e saliva.

In Russia era cominciata la rivoluzione” [“Storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica” di Stalin].

Al bando il disfattismo e l’attendismo, le masse popolari non è che partecipano alla rivoluzione socialista man mano che eleviamo la loro coscienza: le masse elevano la loro coscienza man mano che le portiamo a partecipare alla rivoluzione socialista e facciamo di ogni iniziativa una scuola di comunismo.

Per il Centro di Formazione del Partito dei CARC,

Ermanno Marini

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