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[Internazionale] Abbattere le classi sociali: i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Gennaio 17, 2017
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In un articolo de Il Manifesto del 17.01 si legge: «Otto super miliardari detengono la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone. Il dato, tragico […] La forbice tra ricchi e poveri aumenta ogni anno anziché venire corretta al ribasso, e il fenomeno è sempre più preoccupante visto che una grossa fetta della popolazione mondiale (circa un decimo) soffre la fame ed è costretta a sopravvivere con meno di 2 dollari al giorno [..] Ma dall’altro lato ci sono gli stra-ricchi, gli sfacciatamente ricchi, e nei prossimi 25 anni potremo sperimentare il brivido di conoscere addirittura un trillionaire («trilionario»): possiederà cioè più di 1000 miliardi di dollari (oggi i primi otto paperoni sono tutti sotto i 100 miliardi). Per avere un’idea del significato […] pensare che per consumare un trilione di dollari è necessario spendere 1 milione di dollari al giorno per 2.738 anni».

La teoria di fondo dell’estensore dell’articolo è, quindi, quella di affermare la tendenza crescente che la crisi generale produce in quanto a distanza e divaricazione delle condizioni materiali tra le classi sociali: la borghesia imperialista si arricchisce sempre di più, le masse popolari si impoveriscono sempre di più. Inutile dire che la risoluzione di questa, che è la contraddizione principale che bisogna sciogliere nella società capitalista, è la scomparsa delle classi per l’opera della rivoluzione socialista, la rivoluzione della classe operaia e delle masse popolari di tutto il mondo. La scomparsa delle classi, però, può essere solo il risultato della lotta cosciente e organizzata della classe operaia, che conduce all’instaurazione della sua dominazione politica, il socialismo. Questo è la fase di transizione necessaria sulla via della formazione di una società senza classi e dell’associazione cosciente di tutti i lavoratori: la società comunista.

La borghesia, per i propri interessi e intendendo fare tutt’altro, crea inevitabilmente le condizioni oggettive favorevoli alla lotta per instaurare il socialismo: un certo grado di concentrazione del capitale (e quindi anche degli operai) e di proletarizzazione dei lavoratori, un grande sviluppo della produzione. Sta alla classe operaia creare le condizioni soggettive per l’instaurazione del socialismo: un certo grado di organizzazione e un certo livello di coscienza della massa del proletariato. Per fare questo, però, fondamentali sono le istituzioni e le autorità di cui le masse popolari e la classe operaia si premuniscono: la principale è il Partito Comunista.

Il partito comunista è sia una di queste condizioni sia il promotore principale della loro creazione. È possibile creare le condizioni soggettive del socialismo solo in concomitanza delle condizioni oggettive. Ma una volta che la borghesia ha creato le condizioni oggettive, e queste nei maggiori paesi dell’Europa Occidentale esistono dalla seconda metà del secolo XIX, la creazione delle condizioni soggettive diventa il fattore decisivo dell’instaurazione del socialismo. La contraddizione fondamentale della società borghese crea condizioni favorevoli per l’elevamento della coscienza della classe operaia e per la sua organizzazione.

La sostituzione del comunismo al capitalismo è un evento inevitabile, nel senso preciso che il capitalismo, finché non sarà scomparso, spingerà e costringerà la classe operaia ad assumere il proprio ruolo. Ogni volta che essa verrà meno al suo compito storico, il capitalismo creerà le condizioni perché nel seno della classe operaia e della società sorgano nuove schiere di comunisti che riporteranno la classe operaia alla lotta per il potere e per il comunismo. È per questo che la lotta per il comunismo prosegue inarrestabile: rinasce dopo ognuna delle sconfitte che accompagnano il suo sviluppo come hanno accompagnato e accompagnano lo sviluppo di ogni grande impresa degli uomini.

Di seguito la lettura integrale dell’articolo su Il Manifesto:

Otto ricconi possiedono mezzo mondo

Rapporto Oxfam. Cresce la disuguaglianza economica globale: grazie all’elusione fiscale e alla riduzione dei salari

Otto super miliardari detengono la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone. Il dato, tragico, viene dall’ultimo rapporto dell’Oxfam – «Un’economia per il 99%» – diffuso alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos. La forbice tra ricchi e poveri aumenta ogni anno anziché venire corretta al ribasso, e il fenomeno è sempre più preoccupante visto che una grossa fetta della popolazione mondiale (circa un decimo) soffre la fame ed è costretta a sopravvivere con meno di 2 dollari al giorno.

Ma dall’altro lato ci sono gli stra-ricchi, gli sfacciatamente ricchi, e nei prossimi 25 anni potremo sperimentare il brivido di conoscere addirittura un trillionaire («trilionario»): possiederà cioè più di 1000 miliardi di dollari (oggi i primi otto paperoni sono tutti sotto i 100 miliardi). Per avere un’idea del significato – spiega Oxfam – bisogna pensare che per consumare un trilione di dollari è necessario spendere 1 milione di dollari al giorno per 2.738 anni.

LE IDENTITÀ DEGLI uomini più ricchi del mondo (tutti e otto maschi, tra l’altro) sono ovviamente già note: guida la classifica Bill Gates, fondatore di Microsoft, con 75 miliardi di dollari di patrimonio personale. Al secondo posto troviamo lo spagnolo Amancio Ortega, fondatore e proprietario della catena Zara (67 miliardi). Seguono il finanziere Usa Warren Buffett (60,8 miliardi), Carlos Slim (industriale messicano delle telecomunicazioni) con 50 miliardi, Jeff Bezos (fondatore di Amazon) con 45,2 miliardi, Mark Zuckerberg di Facebook con 44,6 miliardi. In fondo alla graduatoria (in fondo si fa per dire) troviamo Larry Ellison (Oracle) con 43,6 miliardi e Michael Bloomberg (magnate dei media) con 40 miliardi di dollari.

E IN ITALIA? Non sfiguriamo di certo in quanto ad ampiezza della forbice tra ricchi e poveri: nel 2016 il patrimonio dei primi sette dei 151 miliardari italiani della lista Forbes equivaleva alla ricchezza netta detenuta dal 30% più povero della popolazione (ovvero 80 miliardi di euro). In sette hanno cioè una ricchezza equivalente a quella in mano ai 20 milioni di italiani più poveri.

I sette nomi di nostri concittadini che leggiamo nella lista della rivista Forbes sono: Rosa Anna Magno Garavoglia (recentemente scomparsa) del gruppo Campari; lo stilista Giorgio Armani; Gianfelice Rocca; Silvio Berlusconi; Giuseppe De Longhi; Augusto e Giorgio Perfetti.

Una situazione che, come abbiamo già detto, non è stazionaria, né in miglioramento, ma che al contrario si aggrava ogni anno: sette persone su dieci, infatti, vivono in paesi dove la disuguaglianza è cresciuta negli ultimi 30 anni. Tra il 1988 e il 2011 il reddito medio del 10% più povero è aumentato di 65 dollari, meno di 3 dollari l’anno, mentre quello dell’1% più ricco di 11.800 dollari, vale a dire 182 volte tanto.

LE DISUGUAGLIANZE anche in Italia sono feroci, e la sproporzione non si nota solo rispetto ai più poveri, ma anche rispetto al ceto medio. Il patrimonio dell’1% più ricco degli italiani (in possesso oggi del 25% della ricchezza nazionale netta) è oltre 30 volte quello del 30% più povero dei nostri connazionali e 415 volte quello detenuto dal 20% più povero.

Nel 2016 la distribuzione della ricchezza nazionale netta (il cui ammontare complessivo si è attestato, in valori nominali, a 9.973 miliardi di dollari) vedeva il 20% più ricco degli italiani detenere poco più del 69% della ricchezza nazionale, il successivo 20% (quarto quintile) controllare il 17,6% della ricchezza, lasciando al 60% più povero dei nostri concittadini appena il 13,3% di ricchezza nazionale. Il top-10% della popolazione italiana possiede oggi oltre 7 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione.

MA COME FANNO le multinazionali – e i loro proprietari e dirigenti – ad arricchirsi, allargando peraltro la forbice con i cittadini più poveri? La ricetta, spiega Oxfam, è un mix di elusione fiscale, riduzione dei salari dei lavoratori e dei prezzi pagati ai produttori: il tutto, condito con la finanziarizzazione, disinvestendo nell’industria.

L’organizzazione ha raccolto testimonianze di donne impiegate in fabbriche di abbigliamento che lavorano 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana e lottano per vivere con una paga di 1 dollaro l’ora. Producono abiti per alcune delle più grandi marche della moda, i cui amministratori delegati sono tra i più pagati al mondo.

E NON È UN CASO se spesso le fasce di reddito più deboli le troviamo affollate di donne: la disuguaglianza colpisce soprattutto loro, e secondo l’Oxfam di questo passo ci vorranno 170 anni perché una donna raggiunga gli stessi livelli retributivi di un uomo.

«Rabbia e scontento per una così grande disuguaglianza fanno già registrare contraccolpi – conclude l’organizzazione non governativa – Da più parti analisti e commentatori rilevano che una delle cause della vittoria di Trump negli Usa, o della Brexit, sia proprio il crescente divario tra ricchi e poveri».

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