Gramsci chiamava quello del suo tempo un “mondo grande e terribile”, e l’affermazione vale anche per noi, anzi di più, perché la crisi che segna il tempo presente è più dura di quella che segnò il suo tempo, come con sempre maggiore gravità si manifestano i mali non curati. Eppure pare d’essere meno preparati e forti di Gramsci e degli uomini e delle donne delle masse popolari del suo tempo, che vissero tra due guerre mondiali, sotto il fascismo. È che, seguendo le favole raccontateci dai vari Togliatti e Berlinguer, pareva fossimo entrati in quella parte della storia che, in tante favole, film e racconti, è il lieto fine, quello in cui dopo tanti crimini, lotte, eccetera, si scopre l’assassino, i cattivi vengono tolti di mezzo e tutto ritorna a posto. Una storia, insomma, senza più crisi, guerre e rivoluzioni, sicché tra le masse popolari l’idea di rafforzarsi, di darsi modi di pensare e di comportarsi rigorosi in vista di superare momenti “grandi e terribili”, si è via via diradata, tanto che l’hanno fatta propria le formazioni di destra, che della disciplina hanno una visione militare e che quando parlano di rigore intendono la rigidità delle cose morte. Invece ecco la crisi che nel 2008 si manifesta come fanno le malattie di cui a lungo si è fatto in modo di nascondere l’esistenza, e le devastazioni che genera, tra i quali i terremoti in campo economico producono vittime in misura incomparabilmente più alta dei terremoti reali.
L’ultimo sommovimento della settimana è quello della Deutsche Bank, un pilastro della Comunità Internazionale degli Stati imperialisti, che si mostra marcio. Se crolla, cosa possa succedere non si sa. Davvero non lo sanno quelli che sono al vertice della Comunità Internazionale, quelli che hanno in mano le leve dell’economia, i politici che fanno il loro gioco, e tutta la banda che è implicata nel mantenimento dello stato di cose presente, incluso Bergoglio, capo di una organizzazione privata che ha nelle banche una delle principali fonti di profitto e sostentamento? E le masse popolari, possono o no sapere cosa succederà? Possiamo saperlo, noi comunisti?
Effettivamente, per quanto questo possa risultare strano a chi pensa secondo il senso comune, noi comunisti possiamo saperlo, e anzi lo sappiamo. Sapendolo, noi lo possiamo comunicare alle masse popolari, e infatti lo facciamo, rivolgendoci a quegli elementi avanzati delle masse che vogliono capire, e che una volta capito spiegano, ciascuno di loro, alle decine e centinaia di altri elementi con cui hanno relazione, a raggio. Non lo possono capire, invece, i capi della Comunità Internazionale e i loro servi, nemmeno se prendono il Nobel in economia.
Non possono perché fanno come quelli che ai tempi di Galilei per comprendere il moto degli astri guardavano nei libri scritti da Tolomeo in Egitto nel 150 avanti Cristo invece di guardare nel cannocchiale puntato verso il cielo. La scienza economica borghese si è fermata un paio di secoli fa, e da quando l’analisi scientifica di Marx scopriva che la borghesia era destinata a scomparire non ha più dato segni di vita.
Le masse popolari vorrebbero capire quello che succede, perché è della loro vita e del loro futuro che si parla, ma non possono, perché la borghesia non solo ignora quello che accade, ma fa di tutto perché nessun altro lo scopra, e quindi diffonde in modo ossessivo attraverso ogni suo organo di informazione e tutto il suo sistema educativo, dalle scuole dell’obbligo fino alle Università, notizie e teorie che sono tutte una diversa dall’altra, ma che hanno in comune di essere tutte false.
I comunisti invece possono. La borghesia non ha potuto impedire loro di avanzare nella conoscenza della struttura economica, politica e culturale della società, così come hanno fatto i grandi dirigenti del movimento comunista, a partire da Engels e Marx, e i partiti che quei dirigenti hanno saputo dirigere fino alla conquista del potere, come è avvenuto, nello scorso secolo, in Russia e in Cina. Non ha potuto impedire a Gramsci di studiare, né ha potuto impedire di farlo a quelli che hanno ricostruito il (nuovo)Partito comunista italiano nel 2004: anzi, proprio in carcere, a Belluno, nel 1985, hanno cominciato a porre i fondamenti della scienza che oggi ci consente di avere piena comprensione della natura della crisi e dei suoi possibili esiti.
I comunisti studiano le cose per imparare come trasformarle, come fare la rivoluzione, ma in questo è importante il lavoro che fanno per rispondere all’esigenza della masse popolari di capire quello che succede. Per capirlo, prova a leggere gli articoli sotto. Due sono del Manifesto, uno è del Fatto Quotidiano, uno è del foglio del P.CARC Resistenza. Dalla lettura, tu puoi vedere come l’unico articolo che parla degli effetti dei crack bancari sulle masse popolari è il quarto. I primi tre sono interessanti come elenchi di dati, ma non interessanti in quanto non ci parlano di noi, ma di tutta una serie di intrighi di “grande politica” e “grande economia”, tanto grande che pare da noi tanto distante che un po’ si fatica a capirla e soprattutto sembra che per niente si riesca a incidere. Il quarto non solo spiega le cose per quanto ci riguardano, ma ci indica anche come reagire. Tu prova a leggere, a fare il confronto. Studia.
Deutsche Bank, il colosso traballa (Il Manifesto, 1 ottobre)

Se non fossimo di fronte al rischio di un crack dalle conseguenze imprevedibili per l’effetto domino che potrebbe scatenare in Europa, potremmo sorridere amaro.
Sarà la Germania a far saltare la clausola di «non salvataggio» pubblico di una banca, dopo averla imposta nell’Unione bancaria europea per assicurarsi che le crisi degli istituti di credito non si trasformino in crisi del debito sovrano degli stati?
La Deutsche Bank (DB) traballa, i topi degli hedge fund stanno abbandonando la barca e il colosso tedesco dall’inizio dell’anno ha perso il 50% del valore (16 miliardi) e ne vale ormai solo 14. Ma Deutsche Bank è «too big to fail»: è la prima banca privata tedesca, con un bilancio non lontano dal Pil dell’Italia, pari al 10% di quello della zona euro, ha 100mila dipendenti.
I numeri di Lehman Brothers sono polverizzati.
Su DB, già in piena ristrutturazione, travolta dai dubbi sulla sua stabilità, si è abbattuto qualche giorno fa il colpo di grazia della minaccia di una mega-multa negli Usa per l’attività speculativa sui subprime, i mutui spazzatura all’origine della crisi del 2008.
Gli Usa vogliono multare DB di 14 miliardi di dollari, l’equivalente di 12,5 miliardi di euro (anche se ieri sera è corsa voce che la multa sarebbe stata abbassata a poco più di 5,4 miliardi). Ma non basta: le speculazioni azzardate della banca tedesca hanno aperto in tutto il mondo circa 8mila litigi giudiziari, alcuni molto pesanti, tra cui uno in Russia, con l’accusa di riciclaggio.
L’Fmi aveva già messo in guardia e giudicato la DB come il principale fattore a rischio, per il contagio che può creare in Germania e in Francia ma soprattutto in Italia e Portogallo, due paesi dove il sistema bancario è estremamente fragile. Le banche europee piangono, criticano la Bce che ha scelto la politica dei tassi bassi che non le fa guadagnare. Ma tutte, DB in testa, si sono buttate sulla speculazione folle dei derivati.
Fa sorridere oggi che nel 2011 il magazine Euromoney, pubblicazione quotata negli ambienti finanziari, abbia considerato DB come la «migliore banca mondiale».
Nei cassetti della Ue giace abbandonata una proposta dell’ex commissario Michel Barnier (oggi l’uomo che deve negoziare il Brexit) e che dopo la crisi del 2008 prevedeva il ritorno alla separazione tra banche di deposito e banche di investimento, una riedizione del Glass-Steagall Act del 1933 negli Usa.
La lobby finanziaria della City e non solo ha affossato il piano Barnier.
Oggi i nodi vengono al pettine e il ritorno del piano Barnier sarebbe un’uscita verso l’alto da una crisi che rischia di travolgere invece tutta l’Unione bancaria (da alcuni vista come un passo verso il federalismo, anche se manca ancora il terzo pilastro, cioè la garanzia dei depositi fino a 100mila euro, mentre è in vigore la supervisione da parte della Bce delle 129 principali banche europee e quello di Risoluzione unica, entrato in vigore a gennaio, che prevede il bail-in, cioè che a pagare in caso di crisi siano prima gli azionisti e poi i correntisti, ma non i contribuenti con un intervento pubblico).
Lo stato tedesco potrebbe intervenire per salvare DB. Lo scrive Die Zeit, ma il governo smentisce e il presidente della DB, John Cryan, assicura: «Non ho mai chiesto aiuto alla cancelliera».
Cryan insiste sul fatto che DB ha liquidità più che sufficiente per far fronte a tutto (230 miliardi).
Ma in realtà ci sarebbe un piano che prevede la cessione di parte degli attivi di DB ad altre banche e, se questo non fosse sufficiente, l’entrata dello stato tedesco al 25%, per evitare il panico che potrebbe scatenare l’applicazione del meccanismo di risoluzione, il bail-in (la storia ha il suo peso: il 19 giugno del 1931 a Berlino scoppiò il panico finanziario e il 15 luglio tutte le banche chiusero gli sportelli).
Del resto, Royal Bank of Scotland, nazionalizzata con la crisi del 2008, è ancora oggi sotto controllo dello stato.
Il margine di manovra del governo tedesco però è limitato.
Anche perché dietro la crisi di DB emerge quella della seconda banca, Commerzbank, che giovedì ha annunciato un taglio del 20% dei dipendenti: 9.600 posti di lavoro persi.
Deutsche Bank, il morto che cammina (Il Manifesto, 1 ottobre)

È in corso una tempesta finanziaria causata dai problemi di Deutsche Bank e, in misura un po’ minore, di Commerzbank. Sono le uniche due grandi banche tedesche rimaste dopo che la terza, Dresdner Bank, è stata comprata molti anni fa dalla concorrenza.
Entrambe sembrano nuotare in cattive acque. In particolare i grandi hedge fund anglosassoni hanno venduto i titoli tedeschi in loro possesso e si sono messi a giocare al ribasso. Le difficoltà hanno coinvolto, ovviamente, anche i titoli delle banche italiane, già da tempo sotto il tiro della speculazione.
Per fare un confronto con un passato ben altrimenti glorioso, Le Monde ha ricordato di recente l’epoca dei Fugger. Nel Cinquecento, per circa 50 anni, alcuni grandi banchieri tedeschi dominarono la scena finanziaria mondiale e aiutarono persino Carlo V a conquistare il trono.
Ma, a un certo punto, arrivarono in forze i banchieri genovesi e i primi dovettero sgombrare il campo. «Noi lavoriamo con i soldi veri», dicevano i tedeschi, «i genovesi invece lavorano con la carta». E in effetti questi ultimi avevano inventato o perfezionato tutti i giochi finanziari possibili, gli acquisti a termine senza disporre di risorse, qualche tipo rudimentale di derivati e la speculazione feroce. I tedeschi furono costretti a sgombrare il campo e qualcuno a trasferirsi in America Latina.
Più recentemente, nella seconda metà del secolo XIX, la finanza tedesca ha accompagnato lo sviluppo industriale del paese portando avanti e perfezionando il modello della banca universale, copiato dai francesi. I banchieri sostenevano in tutti i modi le imprese entrando anche nel loro capitale. Arrivano anche in Italia, dove insegnano ai locali un’arte finanziaria che nel frattempo da noi si era un po’ persa. Contribuiscono a fondare la Banca Commerciale Italiana ma poi il fascismo li mandò via in nome dell’italianità.
La fantasia tedesca non ha limite e sempre nell’800 in Germania si mettono a punto i modelli delle casse di risparmio, delle banche popolari, di quelle cooperative. Nel secondo dopoguerra la finanza tedesca accompagna la rinascita dell’apparato industriale .
Da allora, la Deutsche Bank spinge sull’espansione finanziaria all’estero, in particolare negli Stati Uniti e accresce l’attività di banca di investimento. Diventa così una delle protagoniste della finanza mondiale, ma la cosa dura poco. Copiando gli americani si riempie di titoli spazzatura che, con lo scoppio della crisi, diventano una bomba a scoppio ritardato. Non solo, come le banche Usa scivola anch’essa pericolosamente negli scandali finanziari. Così è già stata condannata due volte negli Stati Uniti e ha anche diverse altre cause aperte in alcuni paesi.
Ma ora la preoccupazione principale è la nuova controversia con gli americani, che pretendono 14 miliardi di dollari. Intanto il bilancio per il 2015 ha registrato una perdita di 6,8 miliardi di euro e la banca dovrà accantonare parecchie altre risorse, oltre ai 5,4 miliardi già accantonati, per provare a far fronte agli impegni prevedibili. Per molti ormai la banca è un morto vivente.
Appare quindi, da questo punto di vista, persino grottesco che nei giorni scorsi, in un dibattito svoltosi al parlamento tedesco, i deputati locali abbiano assalito verbalmente Mario Draghi, accusandolo di avere contribuito alle difficoltà della banca per aver abbassato i tassi di interesse. Una polemica che nasconde in realtà altri problemi.
Si sussurra che sarebbero in fase avanzata i colloqui dei dirigenti dell’istituto con il governo tedesco per il suo salvataggio. Il problema è che l’esecutivo teutonico sino ad oggi è stato il più intransigente difensore delle nuove regole europee che proibiscono l’intervento dello stato nel salvataggio delle banche, se non come ultima istanza dopo aver esaurito tutte le altre possibilità. Ma il mondo va sempre allo stesso modo e, se sarà necessario, siamo convinti che Merkel riuscirà a intervenire facendo cambiare idea a Bruxelles. Non è un caso che nell’ultimo periodo si è verificata una vera e propria occupazione sistematica dei posti di potere a Bruxelles da parte di politici e funzionari tedeschi o di loro amici stretti di altri paesi.
Il quadro è quindi fosco. Ma sulle banche tedesche e italiane gravano anche diverse altre minacce, tra cui quella relativa al progetto di Basilea che richiederebbe agli istituti maggiori livelli di mezzi propri rispetto a quelli attuali, la situazione poi di bassi o negativi tassi di interesse, la nuova concorrenza da parte dei signori dell’elettronica e lo sviluppo delle nuove tecnologie numeriche che richiedono grandi risorse e rilevanti conoscenze specifiche.
Non tutti gli istituti riusciranno a cavarsela da soli, neanche quelli tedeschi, specialmente se finanziariamente esposti come Deutsche Bank.

Deutsche Bank, il primo istituto tedesco spolpato dagli illeciti e il rischio di un effetto domino sul sistema finanziario (Il Fatto Quotidiano, 1 ottobre)
La banca oggi vale in borsa 15 miliardi di euro contro i 30 di un anno fa e sono schizzati all’insù i Credit default swap con cui gli investitori si assicurano contro il suo fallimento. Le sue strette interconnessioni con il sistema bancario e assicurativo teutonico e con i big della finanza globale fanno pensare che se la situazione degenera interverrà il governo tedesco. Cosa che farebbe però scattare il bail in
Si è conclusa l’ennesima e non ultima settimana di passione perDeutsche Bank. La prima banca tedesca ha visto le sue azioni muoversi sulle montagne russe, sprofondare sui minimi degli ultimi 24 anni e poi in parte risollevarsi. Un anno fa la banca valeva in borsa 30 miliardi di euro, oggi circa 15. Il prezzo dei suoi bond convertibili (i primi ad essere colpiti in caso di ristrutturazione) è precipitato mentre sono schizzati sopra i 500 punti, dai 90 di gennaio, i Credit default swap, titoli con cui gli investitori si assicurano contro il fallimento di una società o uno stato. Il segnale più preoccupante è stata però la decisione di dieci hedge fund di ritirare liquidità e ridurre la loro esposizione verso la banca tedesca.
Durante la settimana si sono rincorse dichiarazioni e ipotesi su un possibile aiuto pubblico alla banca. Su diversi organi di stampa tedeschi sono comparse ipotesi di questo tipo, il governo tedesco ha però smentito, così come i vertici della banca. Il numero uno della Bce Mario Draghi, in visita a Berlino, sollecitato più volte su una valutazione della situazione della banca non ha rilasciato dichiarazioni. L’annuncio di mercoledì della cessione della compagnia assicurativa britannica Abbey life per 1 miliardo di euro ha fornito un po’ di ossigeno alla banca. Ma si è trattato di una tregua effimera. All’origine della nuova bufera c’è l’annuncio del dipartimento di Giustizia statunitense di una possibile multa fino a 14 miliardi di dollari per comportamenti scorretti nella vendita di obbligazioni legate ai mutui subprime prima e durante la crisi del 2008. Come sempre accade in questi casi la sanzione sarà drasticamente ridimensionata: secondo indiscrezioni l’accordo dovrebbe collocarsi intorno ai 5,4 miliardi di dollari. Per vicende molto simili Goldman Sachs ha versato 5 miliardi, JP Morgan poco più di 3 miliardi. Tuttavia, anche in caso di accordo, la multa del dipartimento di giustizia a stelle e strisce prosciuga quasi completamente i 5,5 miliardi di euro accantonati da Deutsche Bank per far fronte a sanzioni e contenziosi nel 2016.
Non solo. La disputa con il tesoro Usa è solo l’ultima di una serie di vicende legate a comportamenti scorretti della banca, che sono sinora costate al colosso tedesco circa 20 miliardi di euro. E all’orizzonte si profilano già altre nubi nere . La banca sarebbe stata infatti parte attive in una serie di operazioni finanziarie che hanno consentito a società e miliardari russi di trasferire soldi all’estero aggirando le sanzioni contro Mosca per il conflitto in Ucraina. Una causa che secondo fonti della banca sarebbe molto difficile da quantificare nelle sue ripercussioni economiche.
Le conseguenze di ripetuti comportamenti illegali stanno di fatto spolpando le risorse di una banca che pur registrando ricavi in crescita oltre i 33 miliardi di euro si trova come molti istituti europei a fronteggiare un calo della redditività. Deutsche Bank deve anche gestire un’ingente quantità di titoli tossici ancora iscritti a bilancio. In particolare i derivati di livello 3, ossia quelli a cui si può affibbiare un prezzo solo ipotetico non essendo trattabili sui mercati e non essendoci strumenti simili a cui rapportarne il valore, ammontano a 30 miliardi di euro. Un valore però del tutto teorico e calcolato dalla stessa banca con modelli interni. Alla prova dei fatti i titoli potrebbero valere parecchio di meno. La banca dispone di un capitale di 62 miliardi di euro e il valore di borsa si è ormai ridotto ad appena lo 0,2% di questa cifra. Questo significa tra le altre cose che il mercato crede che questa dotazione finanziaria verrà probabilmente erosa in futuro da ulteriori perdite. Deutsche Bank ha inoltre un’elevata leva finanziaria, pari a quasi 1 a 30. Ossia ha molti investimenti in rapporto al capitale di cui dispone, che verrebbe quindi azzerato completamente anche in caso di perdite relativamente modeste. Circa due mesi fa l’istituto di ricerca tedesco Zew ha calcolato che per reggere in una situazione di generalizzata crisi finanziaria Deutsche Bank avrebbe bisogno di rafforzare il suo capitale per 19 miliardi euro rispetto ai valori attuali. Il gap più alto d’Europa insieme alle francesi Société Générale (13 miliardi) e Bnp paribas (10 miliardi).
Questi numeri dicono anche che il gruppo tedesco prende molti soldi a prestito con varie modalità. Una condizione che solleva un altro problema: le fortissime ed estese interconnessioni che la banca tedesca ha in essere con tutte le altre principali banche e istituzioni finanziarie del mondo che ne fanno uno dei soggetti che presenta il più elevato rischio sistemico al mondo. In altri termini è la banca la cui ipotetica bancarotta avrebbe le conseguenze più devastanti per il sistema finanziario mondiale,come ha sottolineato anche il Fondo monetario internazionalelo scorso giugno. Posta al centro del sistema finanziario tedesco, Deutsche Bank ha strette connessioni con i colossi assicurativi Allianz, Munich Re, Hannover Re e con tutto il sistema bancario teutonico. Ma il problema va ben oltre i confini nazionali. Tutti i big della finanza sono più o meno strettamente connessi con la banca tedesca, a cominciare da HSBC, Barclays, Ubs, Credit Agricole, Bnp Paribas e Unicredit. Difficile quindi che qualcuno non si muova qualora la situazione degeneri. A Berlino i soldi per fronteggiare l’emergenza non mancano, ma un intervento pubblico farebbe scattare la nuova regolamentazione sui salvataggi bancari (bail in) coinvolgendo quindi anche azionisti,obbligazionisti e correntisti con più di 100mila euro sul conto. La buona notizia è solo che, a differenza ad esempio di Mps, i bond subordinati (i primi ad essere aggrediti in caso di salvataggio) sono collocati in prevalentemente presso investitori istituzionali.
L’emergenza Deutsche Bank ha posto un po’ in secondo piano quello che sta accadendo all’altra grande banca tedesca,Commerzbank, a sua volte alle prese con una complessa ristrutturazione che le permetta di ritrovare redditività ed utili. Ieri Commerzbank ha annunciato il taglio di quasi 10mila posti di lavoro e lo stop all’erogazione di dividendi. Il terzo trimestre dovrebbe infatti chiudersi con una perdita. La banca, che presenta un rischio sistemico decisamente più contenuto rispetto a Deustche Bank, non si è mai pienamente ripresa dalla crisi del 2008, superata solo grazie a un importante sostegno pubblico. Tra i fattori di preoccupazione c’è anche l’esposizione nei confronti del mondo del trasporto delle merci marittime, in grave difficoltà come ha dimostrato la recente bancarotta della sudcoreana Hanjin. Commerzbank ha chiuso questo business nel 2012, ma avrebbe ancora a bilancio prestiti verso il settore per circa 8 miliardi di euro.

Origine e natura del prossimo crack delle banche italiane, Resistenza n.9, settembre 2016.

Monte dei Paschi di Siena, Banca di Vicenza, Banca Etruria, Banca Marche, ecc. E se andiamo indietro Banca Popolare di Lodi e Antonveneta dei “furbetti” Fazio-Fiorani-Consorte, Banco Ambrosiano di Calvi, Banca Privata Italiana di Sindona.
Nell’economia italiana si addensa il temporale minaccioso del crack delle banche, che si aggiungerà agli altri effetti della crisi in corso. Quando arriverà, i suoi effetti disastrosi si rovesceranno sulle famiglie delle masse popolari: le autorità decurteranno i conti correnti e i risparmi depositati in banca. Da anni già costringono le famiglie a servirsi sempre più delle banche (che si fanno pagare commissioni salate) per ricevere salari e pensioni e per fare pagamenti. Costringono le masse popolari a depositare in banca i propri risparmi e limitano sempre più per le masse popolari l’uso del contante: certo, formalmente i limiti riguardano tutti, formalmente la legge è eguale per tutti e ufficialmente la limitazione dell’uso dei contanti è una misura “antievasione” e “anticorruzione”. Ma di fatto le differenze di classe si fanno valere anche in questo campo: i ricchi e la malavita organizzata continuano a fare quello che vogliono. Il governo Renzi vuole persino indurre i lavoratori vicini all’età della pensione a impelagarsi con le banche per poter andare in pensione (farsi anticipare dalle banche i soldi per vivere fino a quando inizieranno a percepire la pensione, con la quale poi restituire il prestito alle banche… ovviamente pagando lauti interessi).
Già le masse popolari soffrono per la limitazione dei crediti e dei mutui: il crack del sistema bancario le colpirà violentemente.
La crisi della banche è una specifica manifestazione della crisi generale del capitalismo. Da anni i padroni e gli amministratori delle banche usano i depositi e i risparmi non per fare crediti alla produzione e al consumo, ma per speculare: per trafficare nel campo finanziario, direttamente o facendo prestiti di favore ad amici di amici, a prestanome, a finanzieri e speculatori. Le banche alimentano il mercato finanziario, comprano e vendono ai quattro angoli del mondo titoli finanziari e attirano i risparmi nel vortice della speculazione dove un giocatore guadagna quello che un altro perde. La chiamano “libera circolazione dei capitali”. A livello mondiale le plusvalenze (la differenza tra prezzo d’acquisto e di vendita di titoli finanziari) sono diventate una forma importante (se non la più importante) di valorizzazione del capitale. Un pugno di grandi finanzieri e una massa di risparmiatori attirati nel vortice della speculazione finanziaria fanno delle banche istituzioni del capitale finanziario e della sua valorizzazione.
Attraverso le banche le speculazioni finanziarie coinvolgono e sconvolgono l’intero sistema monetario, aspetto essenziale dell’attività economica della società borghese.
È possibile capire la crisi bancaria solo se si accetta il fatto che le banche non sono più principalmente istituzioni di depositi e prestiti, ma istituzioni del mercato finanziario; che i protagonisti del sistema bancario sono un pugno di grandi e una massa di piccoli speculatori; che depositanti, risparmiatori, correntisti sono le vittime del sistema bancario, le galline da spennare.
Il capitale oggi esiste principalmente sotto forma di denaro e il denaro è tutto denaro fiduciario. Denaro che ogni venditore di merci e ogni titolare di un pagamento (ogni individuo o istituzione che ha diritto a ricevere un pagamento) accetta sulla fiducia che a sua volta con esso potrà comprare tutto quanto è in vendita e potrà saldare ogni pagamento che deve fare. In altre parole, denaro che non sta più a rappresentare una merce particolare come era al tempo in cui il denaro era convertibile in oro a un cambio fisso. E questo vale a livello mondiale, da quando
1. nel 1944 con gli Accordi di Bretton Woods i maggiori Stati capitalisti e i rispettivi banchieri accettarono (su imposizione USA: in questo modo il dollaro diventava infatti moneta mondiale) di impegnarsi a cambiare su richiesta qualunque somma delle rispettive monete in dollari a un cambio fisso (es. 1 dollaro ogni 660 lire) e il Governo Federale USA si impegnò a cambiare su richiesta delle banche centrali qualunque somma di dollari in oro a un cambio fisso (venne fissato un’oncia – circa 31 grammi – d’oro ogni 35$),
2. nel 1971 il Governo Federale USA (Richard Nixon presidente), forte della sua supremazia politica ed economica nel sistema imperialista mondiale, con decisione unilaterale annunciò che non avrebbe più tenuto fede all’impegno di cambiare i dollari in oro: l’oro era in vendita a prezzi di mercato come ogni altra merce, il dollaro era moneta fiduciaria mondiale.
In un sistema monetario mondiale costituito di monete fiduciarie le banche non hanno più alcun vincolo materiale alla creazione di denaro: detta più terra terra non devono più avere un corrispettivo in oro, o in valuta garantita da oro, del denaro che creano (dei crediti che concedono). È il “regno della libertà”! Ogni banca X può produrre denaro in quantità arbitraria fin quando le altre banche le fanno fiducia, cioè accettano ognuna di iscrivere come debito proprio verso un suo cliente il credito di cui il loro cliente dispone presso la banca X. Ma perché se uno ha un conto in una banca dovrebbe aprirsi altri conti in altre banche? In effetti per la gran parte della gente che i soldi li usa per fare pagamenti e comprare merci, è una cosa senza senso. Ma il sistema è in mano a gente che i soldi li usa per speculare e quindi li prende dove può averli e li sposta dove è in corso la speculazione a cui vuole partecipare. È una cosa da matti? Sì, ma il capitalismo ormai è una cosa da matti…
In un sistema bancario dominato da finanzieri e speculatori, ogni banca pubblica o privata facendo un credito fornisce a ogni finanziere e a ogni speculatore denaro con cui alimentare i suoi affari. La Banca Centrale Europea crea ogni mese (Mario Draghi ha chiamato l’operazione Quantitative Easing) 80 miliardi di nuovi euro con cui alimenta gli affari e le speculazioni delle banche (cioè dei loro padroni, amministratori e clienti privilegiati).
In questo contesto da anni gli amministratori e i padroni della banche comprano e vendono titoli finanziari con i risparmi e i depositi dei clienti, mettono al sicuro i propri guadagni e addebitano agli istituti che dirigono le perdite delle speculazioni e i crediti che non vengono saldati. Quando la corsa è arrivata ad un certo livello, molti titoli sono diventati carta straccia e i prestiti (agli amici e agli amici degli amici) inesigibili hanno raggiunto livelli importanti, allora le banche si fanno anche la guerra tra loro: le più forti rifiutano a quelle messe peggio il credito e la partecipazione agli affari, speculano sul loro fallimento. A questo punto vengono chiamate in campo le autorità politiche a decidere una delle due vie in alternativa: bail-out o bail-in.
Bail-out (garanzia dall’esterno), cioè intervento dello Stato che direttamente o tramite istituti controllati (come la Cassa Depositi e Prestiti, l’istituto che accentra i risparmi depositati in Posta) si addossa i debiti della banche, rimpiazzando i titoli “carta straccia” e i crediti inesigibili che hanno in portafoglio con nuovo denaro. Dove lo prende? Indebitandosi con il mercato finanziario: aumentando il debito pubblico che le masse popolari pagheranno con tasse, imposte, tariffe, con riduzione della spesa statale destinata a servizi pubblici e ammortizzatori sociali, con privatizzazioni e concessioni (come ad esempio le trivellazioni).
Bail-in (garanzia dall’interno), cioè confisca per decreto statale di una parte dei depositi e risparmi.
Bail-out o bail-in, per le masse popolari è come zuppa o pan bagnato. Per una via o per l’altra, infatti, il conto lo pagheranno loro: o perché perderanno (in tutto o in parte) depositi e risparmi in tanti casi messi assieme con il lavoro di una vita o perché perderanno servizi pubblici (“un costo insostenibile per il bilancio dello Stato” … che ha salvato le banche) e saranno costrette a ricorrere a servizi privatizzati. La borghesia e il clero accuseranno i lavoratori di vivere al di sopra dei propri mezzi, ricchi e speculatori avranno aumentato i capitali con cui sposteranno altrove i loro affari. E la valorizzazione del capitale continuerà su scala più grande. Il vortice del capitale finanziario si allargherà.
Ogni tanto qualche “anima bella” della sinistra borghese salta su a invocare la regolamentazione delle attività finanziarie. Ma tutto il capitale ha bisogno del capitale finanziario e del suo vortice. Bloccare questo vortice bloccherebbe tutta la valorizzazione del capitale e, se le attività economiche sono ancora nelle mani dei capitalisti, bloccherebbe tutte le attività economiche.
La borghesia e un governo borghese non lo faranno mai.
Noi comunisti lo faremo, ma partendo dalla conquista del potere e dalla nazionalizzazione delle attività economiche: la produzione pianificata di beni e servizi affidata ad aziende pubbliche nazionalizzando le grandi aziende private che abbiamo espropriato ai grandi capitalisti e alle società finanziarie. Sarà un aspetto dell’instaurazione del socialismo. La costituzione del Governo di Blocco Popolare è un passo su questa strada.

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