Lo sgombero dell’Askatasuna è stata la più dispiegata operazione repressiva fra quelle che il governo Meloni sta conducendo a Torino. È stata una rappresaglia in grande stile contro il movimento popolare in solidarietà al popolo palestinese, una rappresaglia che combina inchieste, misure cautelari, multe, perquisizioni, fogli di via a Torino e nel resto d’Italia.
Il governo Meloni tenta di imporre un regime repressivo “di guerra” per tenere il passo con l’economia di guerra.
Tutto il movimento popolare ha l’esigenza di costruire relazioni stabili, franche, solidali e convergenti per dare uno sbocco politico alla mobilitazione.
Il movimento operaio e popolare, il movimento antagonista, il movimento comunista cosciente e organizzato, nessuno escluso, hanno l’esigenza di “agire insieme”, ma soprattutto l’esigenza di pensare insieme, elaborare insieme, progettare insieme.
Resistere al governo della guerra significa soprattutto mobilitarsi e mobilitare le masse popolari affinché rendano ingovernabile il paese per cacciare il governo Meloni e per impedire che al suo posto sia installato un altro governo delle Larghe Intese (del polo Pd o tecnico).
Indicare chiaramente che l’obiettivo è cacciare il governo Meloni, far confluire su quell’obiettivo tutte le mobilitazioni e le proteste in modo che esso sia lo sbocco politico di tutte le mobilitazioni e di tutte le proteste.
Resistere al governo dei servi degli imperialisti Usa, dei sionisti e della Ue significa soprattutto rafforzare gli organismi operai e popolari ed estendere il loro ruolo politico, affinché diventino punto di riferimento per le larghe masse.
Resistere al governo dei questurini e dei nostalgici del Ventennio vuol dire porre apertamente l’obiettivo di imporre un governo di emergenza popolare che opera in nome e per conto degli organismi operai e popolari, dei movimenti, delle reti politiche e sociali, che risponde a essi anziché alle lobby dei finanzieri e degli speculatori, dei trafficanti di armi e di esseri umani, dei guerrafondai e degli sciacalli che devastano l’ambiente, i territori e il paese.
Ragionare e progettare insieme significa anche superare lo scetticismo nel poter imporre un governo di emergenza popolare e nel capire da chi deve essere composto.
Il governo di cui i lavoratori e le masse popolari hanno bisogno non viene fuori dal cilindro, non può essere calato dall’alto (e tanto meno imposto): deve avere il sostegno e la fiducia degli organismi operai e popolari.
Noi non abbiamo nomi belli e pronti, noi diciamo che i nomi dobbiamo trovarli insieme, il movimento popolare tutto, nel suo complesso, deve trovarli.
Del resto come si gestisce un porto lo sanno i portuali del Calp di Genova e del Gap di Livorno. Come si gestisce una fabbrica lo sanno gli operai della ex GKN di Firenze. Come si gestisce un territorio lo sa il Movimento No Tav. Altri 10, 100, 1000 organismi simili sono la spina dorsale del governo che dobbiamo e possiamo imporre.
Non abbiamo nomi, ma un ragionamento iniziale, alla luce delle mobilitazioni dei mesi scorsi, è anche relativamente semplice. Il movimento popolare sostiene Tajani al ministero degli esteri o sosterrebbe Francesca Albanese? Sostiene Valditara o sosterrebbe Barbero, D’Orsi o Parisi al ministero dell’Istruzione? Sostiene Nordio o sosterebbe Livio Pepino al ministero della Giustizia?
Resistere e passare al contrattacco significa anche dare risposte a queste domande, significa porsene di nuove e spingere affinché le risposte – vecchie e nuove – incombano sul governo Meloni, i suoi ministri, i suoi portavoce, i suoi leccaculo. Affinché la mobilitazione per imporle, quelle risposte, non sia spontanea, ma organizzata e coordinata. È vero che l’impresa non è facile, ma è possibile oltre che necessaria.
Non sarà un buon 2026 per l’attuale classe dirigente. Lo sarà per chi si organizza, ha fiducia nella resistenza, rompe gli indugi e passa al contrattacco!
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