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Due tendenze fra i promotori della mobilitazione

Teresa Noce by Teresa Noce
Luglio 7, 2024
in Primo piano, Resistenza n. 7-8/2024
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Quando finiscono le scuole e le università cambia inevitabilmente qualcosa nelle condizioni delle mobilitazioni e delle lotte. È vero che la lotta di classe non va in vacanza, ma per una parte importante di chi ha animato cortei e manifestazioni viene a mancare il luogo fisico, il contesto oggettivo che di quei cortei e di quelle manifestazioni era la scintilla.
Quest’anno il discorso è anche più evidente per il ruolo degli studenti nelle mobilitazioni contro la guerra e in solidarietà al popolo palestinese.
Non siamo in una fase di riflusso politico di quel movimento e questo è evidente dalle molte iniziative e dai campeggi che sono già in calendario per i mesi estivi. È un rallentamento per cause oggettive che ha anche una sua utilità: può essere usato per fare il bilancio dei mesi passati, per individuare le questioni politiche principali e per meglio definire le linee di sviluppo.
Uno degli aspetti su cui sviluppare la discussione, in realtà, non riguarda affatto solo il movimento studentesco, ma coinvolge nel ragionamento tutti gli organismi e le organizzazioni che hanno avuto un ruolo nella promozione della mobilitazione popolare dei mesi scorsi contro la guerra, contro l’economia di guerra, contro il governo Meloni.
La questione è relativamente semplice: come valorizzare le posizioni conquistate con le mobilitazioni dei mesi scorsi? La risposta può essere solo di due tipi:

– usare le posizioni conquistate per favorire lo sviluppo organizzativo, il prestigio, l’influenza di una specifica organizzazione politica o sindacale (che ha contribuito con altre a quei risultati);

– oppure usare le posizioni conquistate per consolidare i passi fatti in termini di coordinamento, convergenza delle mobilitazioni e per far salire di tono e di livello la mobilitazione generale.

Non è una masturbazione mentale. Se si persegue la prima strada si finisce inevitabilmente per alimentare lo spirito di concorrenza fra le diverse organizzazioni politiche e sindacali, come se una dovesse – e potesse! – crescere solo a discapito delle altre, che pure hanno contribuito alla mobilitazione e ai risultati raggiunti.
Se si persegue la seconda strada si favoriscono le condizioni affinché tutte le organizzazioni politiche e sindacali si rafforzino, aumentino la loro influenza, il loro prestigio e il loro seguito, ma soprattutto si alimenta la mobilitazione e, più in generale, la lotta di classe.
vviamente, il discorso ha implicazioni e ricadute pratiche molto concrete: sono quelle, ad esempio, che devono porsi le organizzazioni che hanno promosso le accampate studentesche, quelle che hanno promosso i blocchi al porto di Genova, quelle che hanno promosso e aderito alla manifestazione nazionale contro il governo Meloni del 1° giugno a Roma
È una questione politica che si presenta ogni volta che la mobilitazione popolare è nelle condizioni di compiere un salto: si pone alle organizzazioni politiche e sindacali che ne sono promotrici la questione di assumersi o meno la responsabilità di portare la mobilitazione a compierlo, quel salto, oppure aspettare e sperare che si realizzi da solo.
Ovviamente, sarebbe estremamente superficiale concludere che se prevale la logica degli orticelli allora la mobilitazione che si è sviluppata nei mesi scorsi inevitabilmente dovrà rifluire: non è così.

Siamo in una situazione “di guerra e di rivoluzione”, una fase in cui le mobilitazioni si susseguono e si combinano, una situazione, anche, in cui una nuova leva di avanguardie di lotta prende il posto della vecchia per superarne limiti ed errori. Ma la logica degli orticelli va arginata, limitata, contenuta e contrastata perché è uno dei freni principali allo sviluppo della lotta di classe.
Nell’articolo “Insorgiamo, serve un nuovo Cln” scriviamo: “Serve un nuovo Cln che operi qui e ora, contando inizialmente sulle forze di chi si mette a disposizione, come centro di promozione della mobilitazione, come promotore del coordinamento delle organizzazioni operaie e popolari e dei movimenti esistenti, come centro che si assume la responsabilità di sviluppare la lotta al governo Meloni e quella per costituire il governo di emergenza che serve. Per essere concreti: nessuna delle organizzazioni politiche, sindacali e associative che svolge già il ruolo di promotore della mobilitazione ha la forza per assumere questo compito da sola. Bisogna superare DEFINITIVAMENTE lo spirito di concorrenza e le piccole e grandi beghe da cortile. (…)
Un centro – anche inizialmente piccolo – di organizzazione e di mobilitazione che opera seriamente, con responsabilità verso le masse popolari e con spirito rivoluzionario può trasformare il disfattismo e la rassegnazione seminati dai partiti borghesi e dai sindacati di regime in fiducia nelle nostre forze e possibilità, in alimento per la lotta di classe”.

Torniamo al punto: usare le posizioni conquistate per favorire lo sviluppo di una specifica organizzazione politica o sindacale oppure usare le posizioni conquistate per consolidare i passi fatti in termini di coordinamento, convergenza delle mobilitazioni e per far salire di tono e di livello la mobilitazione generale.
Scegliere una delle due strade, argomentare la propria scelta, discuterla con altri, porla come questione politica è il modo per usare i mesi estivi e porre le basi dell’autunno caldo. Senza aspettare che arrivi da solo.

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