Il punto sulla situazione politica

Piove sul bagnato

Come previsto, i risultati delle elezioni regionali in Sardegna hanno aggravato la guerra per bande fra i partiti di maggioranza. Sgambetti, dispetti e colpi di mano erano già la normalità, ma la sconfitta di Truzzu (Fdi) ha aggravato la situazione. Anche perché quella sconfitta è figlia di quel clima da fine impero e “si salvi chi può” che ormai marchia ogni iniziativa del governo Meloni.
Il circo della lunga campagna elettorale è appena entrato nel vivo. Bisogna prepararsi a vederne delle belle, anche perché fra elezioni amministrative, regionali (in Abruzzo si vota già il 10 marzo) ed europee, fino a metà giugno le Larghe Intese sono in un campo minato.

Fdi ha un disperato bisogno di confermarsi primo partito per continuare a dare all’opera del suo governo una parvenza di investitura democratica. Ogni tornata elettorale sarà un referendum pro o contro Giorgia Meloni, in un contesto in cui, però, il suo governo procede nel fare carta straccia dei diritti e degli interessi dei lavoratori e delle masse popolari.

La Lega di Salvini ha un disperato bisogno di recuperare terreno (o almeno di non perderne altro: la debacle in Sardegna è un segnale inequivocabile) nei confronti di Fdi, in un contesto in cui la posizione di Salvini a capo del partito vacilla vistosamente. C’è una fronda di leghisti contro Salvini, con base in Veneto, che va infoltendosi e non vede l’ora di liberarsi di un segretario ingombrante e imbarazzante (ultima in ordine di tempo, il 28 febbraio, la visita di famiglia a Denis Verdini nel carcere di Sollicciano) e che ragiona su come volgere a proprio vantaggio la situazione.

Forza Italia è in balia dei sommovimenti legati alla definizione del dopo Berlusconi e, ad eccezione del considerevole e determinante ruolo giocato dalle aziende dell’impero Mediaset e addentellati che però Tajani non è titolato a usare, al momento è confinata al ruolo di più sfacciato portavoce di precisi gruppi di potere (banche, comunità sionista, ecc.), alla stregua delle cricche di Calenda, di Renzi e +Europa.

Il Pd è ringalluzzito dalla vittoria di Alessandra Todde per più motivi.
È una boccata d’ossigeno per Elly Schlein nella lotta interna contro le fazioni che la vogliono spodestare dalla segreteria; è una spinta a stringere l’abbraccio attorno al M5s al grido di “uniti si vince!”; alimenta in una parte delle masse popolari l’illusione che sia possibile passare dalle elezioni per costruire un’alternativa al governo Meloni (che però su tutte le questioni importanti attua lo stesso programma del Pd, l’agenda Draghi).

Anche il M5s gongola: “Alessendra Todde è una di noi”. Ciò è una ulteriore dimostrazione della parabola del M5s: Alessandra Todde non è “una cittadina prestata alla politica”, è un’esponente della classe dirigente (imprenditrice e manager “di successo” all’estero) che ha trovato il suo “posto al sole” nella Repubblica Pontificia (sottosegretaria al Ministero dello sviluppo economico nel governo Conte 2 e vice ministra allo sviluppo economico nel governo Draghi).

Nel valzer di dichiarazioni, commenti, analisi e una montagna di bla, bla, bla sui risultati in Sardegna, manca all’appello un dato fondamentale, il 48% di astensione.
Sarebbe sciocco (sbagliato, miope) cullarsi nel fatto che la metà delle masse popolari sarde ha deciso di non partecipare ai rituali della democrazia borghese. È certamente una manifestazione di sfiducia nel sistema politico delle Larghe Intese, è una manifestazione di malcontento, è un dato oggettivo che descrive il contesto in cui le forze anti Larghe Intese possono agire, ma può essere un elemento positivo solo a patto che le forze anti Larghe Intese si decidano a strappare almeno una parte di queste masse popolari all’astensionismo e a mobilitarle praticamente nella costruzione dell’alternativa.

***

Riportiamo uno stralcio del comunicato dell’1 febbraio della Direzione Nazionale del P.Carc che inquadra il discorso e indica alcuni passi. Il ragionamento è tarato sulle elezioni europee, ma alla luce dei risultati in Sardegna può essere allargato al più generale uso delle elezioni borghesi.

“La ricerca di alchimie elettorali per mettere insieme “la sinistra” non ha alcuna prospettiva positiva, se si limita all’illusione che possa esistere una scorciatoia per avere degli eletti che – nel migliore dei casi – “portano la voce delle masse popolari nelle istituzioni”. Le manovre, gli accordi, gli inciuci in chiave prettamente elettorale non sono solo tempo perso, ma alimentano la sfiducia delle masse popolari anche nei confronti di chi si proclama alternativo e antagonista al sistema.

Si tratta, invece, di usare le prossime elezioni europee e amministrative per alimentare la mobilitazione, ma soprattutto l’organizzazione delle masse popolari; si tratta di rafforzare il percorso per la costruzione del fronte anti Larghe Intese – che ancora una volta, in nome di calcoli elettorali e interessi di bassa lega si presenta diviso, litigioso, pervaso da spirito di concorrenza – e fare un passo nella costruzione di un centro autorevole e meritevole della fiducia delle masse popolari. È possibile farlo? Sì, è possibile.

(…) Proponiamo ai partiti e organismi del movimento comunista cosciente e organizzato, ai sindacati di base, alle associazioni popolari di lavorare assieme per rafforzare la mobilitazione e l’organizzazione dei lavoratori, dei giovani e delle donne delle masse popolari.

In primo luogo contrastando tutti i tentativi di alimentare concorrenza e contrapposizione fra diversi settori delle masse popolari e, parimenti, la propaganda radical chic e l’antifascismo padronale promossi dalla classe dominante. (…) Si tratta di lavorare per far corrispondere gli schieramenti di classe agli schieramenti politici ed elettorali e usare la lotta politica borghese per rafforzare il processo per la costruzione del fronte anti Larghe Intese che nella società esiste già.

In secondo luogo abbandonando i “tatticismi” attorno alla stesura dei programmi. I programmi sono importanti come bussola, come orientamento generale, ma per navigare bisogna remare, cioè portare la battaglia sul terreno dell’organizzazione delle masse popolari e della loro mobilitazione pratica per iniziare ad attuare fin da subito, senza aspettare le elezioni e i risultati, le misure urgenti che servono per fare fronte agli effetti della crisi, nei limiti di quanto le condizioni concrete consentono di fare. Questo significa condurre una campagna elettorale che oltre ad agitare “programmi di rottura” si qualifica attraverso “iniziative di rottura” anche piccole, ma che siano un segnale di un effettivo cambiamento. (…)

In terzo luogo ponendo degli obiettivi di prospettiva. I risultati elettorali che bisogna preparare e di cui c’è da discutere non riguardano il numero di voti raccolti, ma le posizioni che le masse popolari organizzate conquistano nella lotta politica in corso anche grazie all’irruzione nel teatrino della politica borghese.

In questo senso, le principali posizioni che possono essere conquistate con la campagna elettorale per le europee non si limitano affatto a ottenere qualche eletto “che porta la voce delle lotte e del dissenso nel parlamento europeo”, riguardano invece l’avanzamento della mobilitazione per la sovranità nazionale, contro la sottomissione dell’Italia agli imperialisti Usa, sionisti e Ue, per sottrarre il paese a chi lo sta trascinando, in qualità di complice dei macellai imperialisti e sionisti, nella spirale della terza guerra mondale a pezzi.

Siamo consapevoli che nel variegato fronte anti Larghe Intese del nostro paese, nonostante prevalgano concezioni elettoraliste e l’influenza della sinistra borghese la faccia da padrona, esistono aree, aggregati e tendenze che hanno le capacità e la volontà per anteporre le questioni politiche ai tatticismi elettorali. Sono deboli e sparse anche in ragione delle difficoltà e delle resistenze a fare un bilancio serio dell’esperienza delle elezioni politiche del 2022, in cui proprio elettoralismo e spirito di concorrenza hanno impedito di raggiungere risultati ambiziosi, ma possibili. Quella mancata discussione non va considerata chiusa e va invece rianimata perché non è mettendo i limiti e gli errori di allora sotto il tappeto che si affrontano efficacemente i problemi di oggi.

La campagna elettorale è già iniziata sia nel senso che i principali temi e argomenti sono tutti sul piatto, palesi, ma anche nel senso che le Larghe Intese hanno già iniziato a tramare e a manovrare, mentre nel campo del fronte anti Larghe Intese ci sono invece brusii e macchinazioni per cercare di trovare “la quadra al meno peggio” (che porta sempre al peggio). Una lista pacifista capeggiata da Santoro? Una lista identitaria senza grandi possibilità di superare lo scoglio della raccolta firme? Un’ammucchiata nella speranza di strappare qualche eletto? La battaglia sulle candidature?

Seguiamo con attenzione tutti gli sviluppi, senza settarismi e con l’obiettivo di fare la nostra parte affinché in ogni ambiente prevalga la sinistra, che oggi si distingue e si caratterizza in quanti si fanno promotori della costruzione della più ampia unità di azione del movimento di resistenza popolare e della solidarietà di classe, come via concreta per costruire il fronte anti Larghe Intese anche sul terreno elettorale. Chi intende prescindere dal fare i conti con la mobilitazione delle masse popolari si sta preparando a raccogliere un’altra delusione, un’altra batosta.

Chi intende usare le elezioni per alimentare la mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari trova invece un terreno fertile. È quello che ci interessa coltivare. Per questo stiamo cercando tutte le possibili interlocuzioni con la parte più lungimirante e sana del fronte anti Larghe Intese per alimentare la costruzione del fronte comune. Che non è una lista e non è un programma di promesse, ma una presa di responsabilità, la presa in carico del processo grazie al quale le masse popolari organizzate imparano a diventare – e iniziano a diventare – la nuova classe dirigente del paese.

La proposta che avanziamo per usare le elezioni europee

1. Coalizzare tutte le forze contrarie alle politiche antipopolari, di guerra, di sottomissione alla Nato e alla Ue del governo Meloni e dei partiti delle Larghe Intese: non darsi come obiettivo principale quello di eleggere qualche euro-parlamentare che nel migliore dei casi “parla a vuoto” nel parlamento europeo, ma darsi come obiettivo principale quello di fare passi avanti nella costruzione del più ampio fronte anti Larghe Intese per rafforzare la mobilitazione delle masse popolari nella lotta contro il governo Meloni e per imporre il Governo di Blocco Popolare;

2. alimentare l’organizzazione e la mobilitazione dei lavoratori autonomi che vengono sempre più vessati dalle imposizioni della Ue;

3. propagandare il Governo di Blocco Popolare che è anche lotta per la sovranità nazionale, contro la Ue, contro le altre istituzioni del sistema imperialista mondiale (Fmi, Banca Mondiale, ecc.) e contro il loro braccio armato (Nato). La sottomissione delle masse popolari ai gruppi imperialisti dei propri paesi conduce alla guerra tra masse popolari. Solo masse popolari sovrane nel proprio paese sono in grado di stabilire un rapporto di collaborazione e di solidarietà con le masse popolari di altri paesi”.

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