Intervista ai Giovani Palestinesi di Brescia

Antisionismo non è antisemitismo

Il 29 gennaio 2024 il consiglio comunale di Brescia ha approvato, con 26 voti favorevoli, 3 contrari e 3 astenuti, una mozione che equipara l’antisionismo all’antisemitismo, sulla base di una controversa dichiarazione propagandata da Alleanza Internazionale per il ricordo dell’Olocausto (Ihra). Il sindaco della città è Laura Castelletti, sostenuta da una coalizione a guida Pd.
Attivisti solidali con la lotta del popolo palestinese hanno contestato la mozione. La necessità di incanalare l’ampia solidarietà con la Palestina verso l’obiettivo di cacciare il governo Meloni, servo della Nato e sostenitore dell’entità sionista di Israele, passa anche dalla mobilitazione a livello locale per togliere tutti i puntelli su cui si regge il sostegno a Israele.
Intervistiamo Mariam, esponente dei Giovani Palestinesi d’Italia, che ha partecipato alla contestazione.

***

Al consiglio comunale di Brescia del 29 gennaio tu e altri attivisti eravate presenti e avete contestato la mozione che equipara l’antisionismo all’antisemitismo. Come è andata? Se lo state facendo, come portate avanti la lotta contro questa vergognosa mozione?
Il 29 gennaio è stata approvata questa mozione che è davvero problematica in quanto crea molta confusione. È una definizione insidiosa, che equipara o comunque rende molto simili l’antisionismo e l’antisemitismo.
Dal mese precedente stavamo seguendo la questione. Sapendo che c’era la volontà di presentare una mozione basata sulla dichiarazione dell’Ihra, da dicembre abbiamo partecipato ai consigli comunali facendo pressione e inviando e-mail di protesta alla sindaca e ai consiglieri. A fronte dei tentativi di procedere con la definizione fuorviante di antisemitismo data dall’Ihra, siamo riusciti a favorire la creazione di un gruppo di consiglieri che voleva, in alternativa, portare avanti una definizione di antisemitismo che definirei “territoriale”, di condanna verso l’antisemitismo eventualmente presente sul territorio bresciano, senza andare a toccare la questione di Israele o fare cenno all’antisionismo. Su questo noi non eravamo contrari, perché non abbiamo problemi di antisemitismo.
Abbiamo quindi seguito tutte le audizioni con le persone invitate per discutere di cos’è l’antisemitismo e di cos’è l’antisionismo, ma ci hanno fatto solamente perdere tempo. Le persone che noi avevamo chiesto di invitare, come Alessandro Orsini per esempio, non sono state accettate, mentre hanno chiamato solamente relatori di una certa parte, come Emanuele Fiano e David Meghnagi, che sono sionisti dichiarati.
Alla fine, con un colpo di mano, hanno praticamente imposto la votazione della mozione con la definizione data dall’Ihra che, tra le altre cose, dice che se critichi lo Stato di Israele critichi l’esistenza stessa del popolo ebraico e di conseguenza sei antisemita.
Bisogna ricordare che la definizione vera di antisemitismo, tornando all’etimologia della parola, è un’altra. I semiti sono tutte quelle persone che appartengono alla regione mediorientale e che parlano una lingua semita: arabi, ebrei, assiri e tantissime altre popolazioni. Antisionismo, invece, è letteralmente essere contro un’ideologia politica, che è il sionismo. Noi palestinesi, naturalmente, siamo antisionisti, come credo siano tutti gli attivisti a favore della causa palestinese.
La discussione della mozione doveva svolgersi di pomeriggio e noi ci eravamo preparati con gli attivisti che sarebbero entrati in sala nelle ore concordate. Ma all’ultimo l’hanno spostata al mattino, quindi noi attivisti presenti ad ascoltare e partecipare a questa votazione così penosa eravamo davvero pochi. A questo punto sapevamo già che la mozione sarebbe passata: hanno fatto i loro giochini e hanno approvato quello che volevano approvare da tempo.
Quando hanno votato, noi siamo intervenuti dicendo che il consiglio comunale non rappresenta una fetta della popolazione bresciana, per far vedere il nostro dissenso, la nostra contrarietà a tutta questa dinamica che era venuta a crearsi nel consiglio. Sapevano già che eravamo contrari, hanno voluto sentirselo dire e glielo abbiamo detto. La polizia ci ha poi portato fuori con la forza.
La mozione non ha validità a livello legale. É una “soft law” per cui tutte le persone che hanno criticato Israele ormai sono definite antisemite. Noi portiamo avanti la nostra battaglia per affermare: “antisemiti mai, antisionisti sempre”.

Israele è protetto e supportato sia diplomaticamente che materialmente dai paesi occidentali. Anche l’Italia è complice. Pensi sia possibile incanalare la solidarietà con la lotta di liberazione palestinese nella lotta per cacciare il governo Meloni per indebolire così un anello della catena della comunità internazionale che dà sostegno ai sionisti?
Il governo Meloni sostiene tutte le altre potenze favorevoli al genocidio e alla pulizia etnica in Palestina, dagli Usa fino a Israele. L’Italia, infatti, alle ultime votazioni dell’Onu si è astenuta dal voto per il cessate al fuoco, insieme agli altri paesi occidentali ha smesso di finanziare l’Unrwa e al parlamento è stata persino critica verso l’Onu.
Certo, cacciare il Governo Meloni sarebbe una cosa fantastica non solo per la causa palestinese ma anche per un’altra serie di motivi. Però la politica la vedo in maniera molto negativa perché, almeno noi come comunità palestinese, non abbiamo le forze per cacciare un governo. Se vogliamo cacciare il governo Meloni ci serve un sostegno e un appoggio molto più grande di quello che abbiamo.
A livello istituzionale non c’è più una destra e una sinistra in Italia. La presunta sinistra in parlamento non rappresenta gli interessi dei palestinesi, né quello che vogliamo come comunità palestinese. Non c’è nemmeno un partito che rappresenti le nostre richieste o che potrebbe fare da portavoce alle nostre richieste nel panorama politico italiano.
Cacciare la Meloni… ben volentieri, il come non te lo saprei dire in quanto siamo una minoranza.

Il boicottaggio è da anni una delle principali pratiche del movimento in solidarietà alla lotta di liberazione del popolo palestinese. Oltre a questo esistono esempi di lotta contro la fornitura di armi verso Israele e verso altri scenari di guerra. Avete rapporti con organizzazioni o gruppi che si mobilitano contro il traffico di armi e contro la presenza di basi e testate nucleari Nato?
Il boicottaggio è davvero una delle principali cose su cui noi giovani palestinesi puntiamo perché è anche quella più pacifica e che non crea problemi a livello legale. Abbiamo anche dei sostenitori che sono contro le manifestazioni, perché dicono che non portano a niente. Questi li indirizziamo ad attuare il boicottaggio, al movimento Bds, che significa “boicottaggio, disinvestimento e sanzione”.
L’obiettivo è colpire l’economia israeliana, boicottare tutti quei prodotti che hanno nel codice a barre le prime tre cifre 729, il “made in Israel” e tutti quei prodotti e tutte quelle aziende che finanziano e sostengono l’occupazione militare, colonialista e sionista.
A Brescia abbiamo già fatto mobilitazioni sia contro Carrefour, sia contro Teva (produttore di farmaci israeliano, ndr), l’ultima proprio due settimane fa: abbiamo fatto volantinaggi nelle tre principali farmacie della città, quelle strategiche e più frequentate.
A ottobre del 2023 abbiamo partecipato anche alla manifestazione contro la guerra a Ghedi, in cui erano presenti le associazioni contro le basi militari e contro il finanziamento della guerra. Abbiamo sia rapporti con queste organizzazioni che con organizzazioni di lavoratori come i portuali a Genova, che hanno messo in campo iniziative di lotta contro la fornitura di armi. Noi collaboriamo con loro e sosteniamo tutte le loro attività.

Le manifestazioni in solidarietà al popolo palestinese sono state partecipate da un grande numero di donne della comunità musulmana che hanno assunto ruoli dirigenti e organizzativi nel movimento. Dal 7 ottobre a oggi Non Una Di Meno (Nudm) ha posto come punto centrale, nei suoi comunicati e nelle sue manifestazioni, la solidarietà al popolo palestinese. Voi parteciperete allo sciopero dell’8 Marzo? Secondo te, in che maniera si possono valorizzare queste donne e in che modo le si può coinvolgere nella lotta più generale per l’emancipazione della donna?
Per l’8 Marzo non ti so dire se ci sarà un’adesione nostra a livello nazionale. A Brescia si stanno già preparando un paio di eventi fra Nudm Lago di Garda e Nudm Brescia e, personalmente, penso che parteciperò allo sciopero dell’8 Marzo.
Le manifestazioni che abbiamo fatto sono state davvero partecipate da tantissime donne. A Brescia le donne musulmane che partecipano vengono dal contesto della moschea e quindi della comunità musulmana e religiosa. Noi puntiamo molto anche su di loro, perché è molto importante per noi la loro presenza.
A Gaza le vittime sono soprattutto donne, bambini e anziani, le bombe colpiscono zone abitate, mercati e addirittura tendopoli come a Rafah. Questo provoca un’indignazione della comunità molto alta.
Cosa possono fare le donne? Le donne devono scendere in piazza, manifestare, dare sostegno e portare i problemi delle donne palestinesi anche al di fuori della Palestina. Bisogna parlare di come le donne stanno partorendo in posti senza igiene, senza anestesie o farmaci, senza niente.
La dignità della donna adesso in Palestina è al minimo, con i bombardamenti. Noi si parla di emancipazione della donna ma se la Palestina non viene liberata, se non c’è un cessate il fuoco, la donna non può parlare di emancipazione. La donna spesso ricopre il ruolo di madre, di padre, di lavoratrice, di persona che cura la casa e i figli, di insegnante; deve davvero ricoprire tanti ruoli e non riesce alla fine a curare sé stessa o comunque a pensare di creare un futuro e quindi una società femminile, delle donne in Palestina. Finché abbiamo queste limitazioni, che sono date principalmente dall’occupazione israeliana e non dalla società palestinese, non potremo crescere e avere un’evoluzione della donna in senso positivo. Perché principalmente la donna quello che sta facendo è resistenza, se non resistenza armata, è resistenza in ogni caso. Quindi è abbastanza difficile oggi parlare di emancipazione della donna in Palestina, soprattutto a Gaza.

Dalla lotta contro la Nato a quella per il lavoro dignitoso e sicuro fino a quella contro la devastazione ambientale: sui vari fronti il nemico è lo stesso. Quali sono a tuo avviso i passi per alimentare l’unità d’azione di tutti gli organismi che si mobilitano in Italia in solidarietà con il popolo palestinese?
Le organizzazioni che hanno voluto sostenerci e stare assieme a noi sono davvero tantissime. Abbiamo visto con lo sciopero nazionale indetto per il 23 febbraio e con la manifestazione del 24, che tantissimi sindacati si sono uniti a noi e questo ci ha sorpreso molto positivamente! Inoltre, penso ai gruppi studenteschi, alle università o a semplici negozietti di città che hanno voluto partecipare a questo sciopero.
Quello che si sta mobilitando in Italia è davvero tantissimo, dalle singole persone alle associazioni che coprono tutto il paese. Instagram e altri social spesso censurano, ma vedo che sempre più si parla di Palestina. Penso a Ghali che ha detto “cessate il fuoco” e “stop al genocidio” a Sanremo e così facendo ha raggiunto molte più persone di quanto riusciamo a raggiungere con le manifestazioni. Una cosa del genere vuol dire tanto.
Secondo me la popolazione italiana è, per la maggior parte, pro Palestina e questo si vede quando si scende in piazza dal sostegno che noi palestinesi riceviamo. è evidente che il governo non rappresenta gli italiani, come a Brescia il consiglio comunale non rappresenta i bresciani.
Noi punteremo sempre più a una lotta unita, vogliamo sempre più che la lotta palestinese sia lotta di tutti e tutte. A proposito di devastazione ambientale, noi collaboriamo anche con Fridays For Future e con Ultima Generazione. Ispirandoci a loro, vogliamo fare anche dissidenza urbana, perché sembra sia l’unica maniera per far parlare di noi o comunque per creare un pensiero critico sulla causa palestinese. Quindi io spero davvero che la lotta palestinese diventi una lotta di tutti e che se ne parli sempre di più, che le manifestazioni siano sempre più partecipate.
Infine, una volta finita questa situazione di Gaza, vorrei che la gente non si fermasse. La Palestina non è solamente Gaza ma è anche la Cisgiordania, anche lì ci sono tantissime problematiche date dall’occupazione israeliana. Così come in Israele stesso, quindi nei territori occupati dal 1948, che noi chiamiamo appunto “territori del ‘48”. Noi vogliamo che la Palestina si decolonizzi tutta e come Giovani Palestinesi non ci fermeremo. Quindi auspichiamo che anche tutti gli organismi e tutte le associazioni che hanno partecipato alle manifestazioni continuino con noi.

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